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La campagna elettorale estiva: una novità con le noiose dinamiche di sempre


26 Lug , 2022|
| 2022 | Visioni

Il 25 settembre 2022 si andrà a votare per il nuovo Parlamento e la prima campagna elettorale balneare nella storia del paese è alle porte. Anzi, ha sfondato le porte, perché è già partita, con somma noia dei cittadini che dopo due anni tra pandemia e guerra pensavano di meritarsi uno spritz sotto l’ombrellone e invece si dovranno sorbire le boutade di Letta, Salvini e compagnia anche alla radio del lido di fiducia, ormai stancamente frequentato da decenni e messo in pericolo dalla fatidica Bolkestein.

Nulla è più simile a un girone infernale rispetto a questa prospettiva, ma il problema vero è che ancora non si è entrati nel vivo di una campagna elettorale che si preannuncia terrificante dal punto di vista dei contenuti, degli slogan e dei personaggi politici pronti a sbucare dalle pubblicità della Gazzetta dello Sport, appena sotto l’oroscopo.

Per quanto abbiamo potuto iniziare a vedere il copione di questi due mesi sarà più o meno questo: il centrosinistra – con frattaglie centriste annesse – che invocherà il pericolo hitleriano e dall’altra parte il centrodestra che tenterà di difendersi mantenendo un atteggiamento istituzionale per conservare il vantaggio elettorale che per ora si prefigura sulla carta.

Come al solito, la campagna del centrosinistra non funzionerà, e questa volta saranno gli elettori a certificarlo. Non funzionerà perché l’elettorato è sì un essere strano e particolare e anche piuttosto smemorato, ma non è sicuramente stupido. Il richiamo al fascismo degli avversari ha ormai assuefatto la maggior parte degli italiani e a forza di gridare “al lupo, al lupo” nessuno ci crede più. Ma non è solo una questione di reiterazione comunicativa, d’altronde in questi mesi Giorgia Meloni ha iniziato astutamente le sue mosse per accreditarsi con Washington in vista di un possibile ruolo governativo e ha saldamente piantato la postura del suo partito nelle radici atlantiste, finanche europeiste, ammorbidendo ogni idea riformatrice del campo europeo e preferendo parlare di NATO e difesa europea contro la Russia. Insomma, una totale continuità con il Governo appena caduto, tra l’altro come ribadito anche da lei stessa. Sono anni, inoltre, che in Fratelli d’Italia non si mette in discussione la moneta unica o la partecipazione del paese all’Unione Europea. L’appellarsi del centrosinistra a ipotetici scenari apocalittici che vedrebbero Giorgia Meloni, una volta Presidente del Consiglio, portare l’Italia fuori dal pianeta terra, sembrano spaventare ormai soltanto l’elettorato storico del PD, che tra l’altro nella maggior parte dei casi fa solo finta di crederci per interesse di parte.

Allo stesso tempo risulta difficile che gli italiani si facciano prendere dal panico da questi annunci e disertino il centrodestra sulle schede, d’altronde con i 2/3 della futura coalizione la maggior parte dei partiti ci ha appena governato, dandogli, in questo modo, il massimo dell’accreditamento dal punto di vista istituzionale. Difficile credere che qualcuno possa governare con chi crede essere un pazzo sovversivo dell’ordine costituito, se non proprio fascista, anche in situazioni di “emergenza nazionale”. Se quindi qualche anno fa lo spauracchio del Salvini fascista con le armi in mano poteva funzionare (male tra l’altro), oggi quell’immagine ha perso tutta la sua potenza, ma la retorica del Partito Democratico, al contrario, non sembra mutata, dimostrando ancora una volta la difficoltà nello stare al passo dei tempi con la comunicazione, nell’imparare dagli errori del passato, ma anche un certo distacco dalla realtà che egli stesso ha contribuito a creare.

D’altronde, è tipico di chi non ha molto da dire sul piano programmatico basare la campagna elettorale sull’avversario ed è il vizio che nell’ambito del centrosinistra ci si porta dietro dagli anni di Berlusconi. La realtà è che la famosa “agenda Draghi”, oltre a non voler dire nulla e a non essere capita dal paese, non scalda il cuore di nessuno e che le ricette economiche tra i due fronti sono pressoché le stesse, quelle sociali pure, e l’unico ambito di confronto arriva sui diritti civili, dove, però, se da una parte si avversano, dall’altra non li si porta certo in alto con coraggio, fornendo anche su questo tema un teatrino che alla lunga ha stancato tutti.

Dal canto loro i partiti del centrodestra cercheranno di scalzarsi l’un l’altro ormai certi della vittoria e poco avranno da dire sugli avversari. Il tutto cercando sempre di tenere una modalità istituzionale per non spaventare gli elettori e non dare seguito agli allarmi lanciati dal centrosinistra. Un centrosinistra che ovviamente di sinistra ha ben poco e che chiamiamo così giusto per meglio comprendere il discorso. D’altronde il nuovo “Fronte Repubblicano” formato da Azione e Più Europa (che grazie a un emendamento ad hoc non dovranno raccogliere le firme per presentarsi) – mentre Renzi rimane alla finestra in attesa di capire dove buttarsi –  si integra benissimo con l’agenda del Partito Democratico, ma, al contrario del Partito Democratico, esiste solo negli alti salotti e nelle televisioni, perché in giro per il paese questi nessuno li ha mai visti, e anche su di loro si abbatterà impietoso il giudizio elettorale.

Ultimo, e non per caso, il Movimento 5 Stelle che ancora non riesce a elaborare il lutto dell’abbandono (almeno per ora) da parte del Partito Democratico. Ciò non permette effettivamente di capire che campagna elettorale sarà la loro, ma Conte sembra non essere il tipo da campagna di rottura, né paiono esserci le condizioni per presentarsi effettivamente come terzo polo. In più, il vincolo dei due mandati confermato da Beppe Grillo creerà problemi di candidature, essendosi la base dispersa dal momento della fiducia al Governo Draghi che ha portato il Movimento a governare con la sua nemesi iniziale. Anche in questo caso ci sarà il giudizio delle urne – e questo aldilà della riuscita o meno di una campagna elettorale che non parte ancora – con una grossa fetta dell’elettorato che si abbandonerà alla tentazione di rimanere al mare fino al 25 settembre.

Manca in questo scenario una forza capace di catturare l’interesse di chi ha tantissima voglia di astenersi, qualcuno che parli con delle parole chiave che scaldino i cuori più di quanto il sole non scaldi i lavoratori sui mezzi pubblici il 26 di luglio. Molte forze attualmente fuori dal Parlamento, o senza gruppo Parlamentare, che dovranno raccogliere le firme falliranno nell’impresa. Se qualcuno, invece, ci riuscirà difficile sarà una buona riuscita elettorale, un po’ per errori tattici, un po’ per mancanza di tempo, un po’ per scarsa copertura mediatica, ma tutto questo si può ascrivere alla mancanza di una strategia che non miri alla contingenza elettorale che scade tra due mesi e alla quale bisognava arrivare preparati.

Insomma, prepariamoci a un’astensione primo partito come mai fu nella storia della nostra Repubblica, contornata dalla farsa di una campagna elettorale che vorremo presto dimenticare.

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