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Marine Le Pen, le legislative e la questione sociale


26 Lug , 2022|
| 2022 | Visioni

Emmanuel Macron ha perso la maggioranza assoluta che era riuscito a guadagnare nel 2017. Mélenchon vince parzialmente la sua scommessa con la NUPES (Nuova Unione Popolare, Ecologica e Sociale), riunendo forze distinte sotto lo stesso simbolo. Ma va meglio a Marine Le Pen, o meglio, al suo partito – oggi Rassemblement National – ieri Front National. Vediamo perché.

La Francia è il Paese più importante dell’Unione Europea.[1] Pensiero scomodo in Italia, inaccettabile in Germania. Se in Italia si dice spesso che l’Unione è comandata da Parigi e da Berlino, in Francia i dissidenti francesi dicono che l’Unione è troppo germanica e non abbastanza gallica.

L’importanza della Francia ha subito un ridimensionamento dopo la crisi del 2008, crisi da cui non siamo mai usciti. E il peggioramento delle condizioni di vita nei Paesi latini – Portogallo, Spagna, Italia e Francia – prosegue. Ma la Francia è anche l’unico paese in grado di interagire in maniera meno subalterna con gli Stati Uniti, capace quindi di una politica estera autonoma. Dopo gli insuccessi di Nicolas Sarkozy prima e di François Hollande poi, la situazione a livello di fiducia nel sistema politico istituzionale era diventata pericolosissima. C’era bisogno di trovare qualcuno che potesse andare oltre la dicotomia destra/sinistra, veramente insufficiente per neutralizzare le forze del cambiamento.

Per rispondere a questa sfida il liberalismo ha scelto Emmanuel Macron, che era stato ministro dell’economia di Hollande. Il suo percorso nella finanza internazionale ha dissolto lo scetticismo di quelli che avevano paura di un uomo troppo libero e troppo imprevedibile. Macron è stato (forse lo è ancora) l’incarnazione del gattopardismo. Tutto doveva cambiare affinché tutto potesse rimanere come sempre.

La destra di Sarkozy aveva tradito le attese, con particolare riferimento alla questione migratoria che non era stata trattata nella maniera auspicata dai suoi elettori. La sinistra di Hollande pure aveva deluso e non aveva minimamente scalfito il blocco di potere economico-finanziario che rimane ancora oggi inamovibile.

Nel primo turno delle elezioni presidenziali del 2017 si davano quattro grandi raggruppamenti: Macron primo con il 24%, Le Pen seconda con il 21%, Fillon al 20% e Mélenchon al 19%. Cosa accade nel 2022? Questi quattro blocchi si riducono a tre: Macron con quasi il 28%, Le Pen con il 23% e Mélenchon con quasi il 22%. Da due centrismi – Macron e Fillon – e due radicalismi – Mélenchon e Le Pen – siamo giunti a un centrismo e due radicalismi. Fillon non era più in lizza. I suoi elettori del 2017 hanno votato per Pécresse (che non è riuscito ad avere neanche il 5%), per Macron, per Le Pen e per Zemmour. Dopo aver ucciso il socialismo, o averlo corrotto, pensiamo al tournant de la rigueur di Mitterrand nel ‘83, arriva Macron a fare il boia del centro-destra francese.

In quel frangente emerge la nuova linea di frattura: quelli che vedono nell’Unione Europea il futuro e quelli che lo vedono nel recupero delle prerogative nazionali. Se gli interessi della Germania coincidono con quelli del progetto europeo, la Francia ragiona ancora, nonostante tutto, nei termini di un interesse nazionale mai veramente dismesso, soprattutto per quanto riguarda la politica estera. La Francia, insomma, ha un potenziale rivoluzionario che altri paesi non hanno e che non esiste in Germania.

Dopo gli eccessi del secolo scorso il potere costituente (pouvoir constituant) del popolo tedesco è stato chiaramente incatenato. La Germania riesce a gestire i suoi problemi interni perché ha una moneta adatta alla sua realtà economica, cosa che non accade né in Italia né in Francia. C’è povertà in Germania? Certo, e c’è anche esclusione e pauperizzazione. Ma la sua natura federale e il suo robusto sistema partitico riescono a creare una stabilizzazione impensabile altrove. D’altra parte la Merkel è stata cancelliera dal 2005 al 2021!

Diversamente dai tedeschi, i francesi hanno avuto in Charles de Gaulle l’uomo della stabilizzazione, colui che ha annoverato la Francia tra i vincitori della guerra. La sua particolare vicenda, quella di un cattolico che ha accostato la Croce di Lorena alla bandiera repubblicana, ha un forte valore evocativo. Sullo sfondo si staglia il potenziale patriottico/rivoluzionario della Francia. La rivoluzione se è una categoria spesso sospetta in Germania, lo è meno in Francia.

Charles de Gaulle fu un degno erede di Jean Bodin[2] il quale capì che la Francia, tutta la Francia, doveva dimostrare di essere capace di ricompattarsi contro gli invasori, gli occupanti e i sovversivi: a suo tempo gli spagnoli, la Liga Cattolica comandata dal Duca di Guisa e gli Ugonotti; nel secolo scorso i tedeschi e i liberali; dopo, gli americani e gli europeisti (anche questi liberali). L’idea della Francia, quasi intesa nei termini di una forza di riconciliazione e superamento hegeliano dei diversi gruppi antagonisti, contiene ancora oggi una forza carica contestativa verso lo status quo.

L’Italia ha una specificità, fa fatica a pensarsi collettivamente. La Prussia ha avuto la forza, la genialità e la giusta dose di realismo per unificare la Germania. Il Piemonte non è mai riuscito a fare la stessa cosa nel Belpaese. Questo problema, che ha origine nei tempi del Risorgimento, sussiste. Ha varie manifestazioni, la più conosciuta è il divario tra Nord e Sud. Ma questa debolezza potrebbe essere il propellente necessario per riscattare l’Italia dal suo lungo servaggio. Il governo giallo-verde, pur fra mille contraddizioni, fu una speranza per tanti, in tutta l’Europa.

Speranza delusa dal voltafaccia del Movimento 5 Stelle che, ricordando Clodoveo, ha adorato quello che aveva bruciato e ha bruciato quello che aveva adorato (dalla Lega al PD). Alla fine l’Italia è retrocessa allo status di governo tecnico, con Draghi ricordava Monti. Questo sarebbe impossibile in Francia dove il popolo non accetterebbe mai un governo tecnico così sfacciato, motivo per cui è stato necessario andare oltre la dicotomia destra/sinistra.

Il rischio di non basare più la politica sull’opposizione tra la destra e la sinistra è ben conosciuto. Tuttavia, in Francia non si potrà mai tornare indietro, la posta in gioco è troppo alta. Gli 89 deputati del partito lepenista sono la prima sconfitta chiara della strategia dell’Establishment: il Rassemblement National aumenta fantasticamente i suoi seggi, da 8 a 89. Anche la France Insoumise li ha aumentati, da 17 a 75. La NUPES ha permesso a Jean-Luc Mélenchon di presentarsi davanti a Le Pen, ma in realtà è indietro. Aggiungiamo che gli indomiti (insoumis in francese) non hanno mai dovuto affrontare il cordone sanitario che è stato eretto contro i frontisti.

La strategia di Le Pen ha dimostrato la sua efficacia. Sotto l’influenza di Florian Philippot il partito ha cominciato a lavorare più sulla questione sociale e ha ridimensionato la sua retorica identitaria. Philippot abbandonò il partito nel 2017 dopo le tesi riguardanti l’Unione Europea, da quel momento in poi l’uscita dall’euro non era più un obiettivo primario. Al contempo la sinistra ha cominciato a sostituire la questione sociale con i diritti delle minoranze, lasciando nei fatti i lavoratori e i piccoli imprenditori senza i suoi riferimenti politici tradizionali. Il successo fra i ceti popolari del “Raggruppamento Nazionale” si deve, parzialmente, anche all’utilizzo di una certa retorica comunista del secolo scorso (basti pensare ai riferimenti di Le Pen al discorso di George Marchais contro l’immigrazione sregolata).

Nel suo journal de bord nº 667 Jean-Marie Le Pen celebrava la vittoria del suo partito e la cifra storica di 89 deputati. Per il padre di Marine Le Pen l’89 non è aleatorio, è simbolico. Un riferimento alla rivoluzione del 1789. La rivoluzione rimane un orizzonte insorpassabile. La questione oggi è sapere che tipo di rivoluzione ci sarà, non se ci sarà.

La possibile convergenza tattica fra Francia Indomita e Raggruppamento Nazionale in chiave contestatrice dell’ordine neoliberale c’è stata in occasione del voto comune contro la misure introdotte durante la crisi pandemica: a questi si sono aggiunti dal centrodestra i repubblicani. In nome dei diritti di libertà individuale e della critica all’emergenzialismo le due forze antisistema hanno bloccato la reintroduzione dell’obbligatorietà del passe sanitaire (una sorta di Green Pass francese) alle frontiere. I due partiti hanno anche criticato vivamente l’obbligo vaccinale, difendendo la libertà di scelta di ciascun individuo.

Eric Coquerel, via twitter, ha scritto: «rendendo il vaccino obbligatorio per il personale medico e poi per il Paese sotto una forma di generalizzazione progressiva del passe sanitaire, Macron disegna una società di controllo e di discriminazione generalizzata».[3] Marine Le Pen, sempre via twitter, non riesce a capire la decisione di lasciare gli operatori sanitari non vaccinati senza lavoro dopo il 15 settembre: “Loro [gli operatori sanitari] sono adesso colpevolizzati, minacciati di non ricevere più lo stipendio, con una brutalità indecente. Che ingratitudine!».

Il parlamento francese non è più controllato da Macron e alleanze inedite – anche se solamente occasionali – bloccano il progetto macronista.

L’Ancien Régime vede in Macron il suo ultimo bastione, ma queste legislative hanno dimostrato che le cose si complicano; il presidente francese non avrà più una maggioranza assoluta come nello scorso quinquennato. Dovrà quindi trovare un accordo con ciò che sopravvive del centro-destra o del centro-sinistra, oppure governare in minoranza.

La storia ci ha dimostrato che i grandi eventi francesi si sentono aldilà della Francia, dalla vittoria di Carlo Martello alle vittorie di Napoleone. Questa volta non sarà diverso.


[1] La Francia è membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite, ha arme atomiche proprie e segue svolgendo un ruolo importante nel suo antico impero coloniale, principalmente in Africa. Possiamo aggiungere che è una unità statale che esiste già alla fine del cinquecento, coronata dopo il massacro di San Bartolomeo con i sei libri della Repubblica di Jean Bodin.

[2] Per quelli interessati ad andare oltre, consigliamo il libro di R. KOSELLECK, Futuro Passato.

[3] La riflessione di Coquerel ricorda l’intervento di Giorgio Agamben al Senato italiano (7 ottobre 2021) sulla questione del controllo. Consultabile al sito quodlibet.it.

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