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La lucidità sui campi di battaglia, sui mercati, nelle aziende ed in politica economica


4 Ago , 2022|
| 2022 | Visioni

Uno dei motivi, tra tanti per cui il conflitto russo-ucraino [o meglio “russo-ucraino (per procura degli USA)”] si era, ad un certo momento, oggettivamente impantanato, è che Putin è verosimilmente circondato in prevalenza da yesman tremebondi, con le stellette da generale. Personaggi che, pur di conservare il consenso del capo, dicono solamente quello che lui vuole sentirsi dire. Questo può andare bene quando si naviga in acque tranquille ed i rischi sono sfumati. Diventa un problema esiziale nei momenti critici, quelli del tipo “vivere o morire”, in cui veramente la catena di comando ed il concetto di “comando” prendono senso a tutto tondo. Quando infatti nella catena decisionale si insinuano delle distorsioni che impediscono di percepire la realtà, di comprendere quello che effettivamente avviene sul “campo di battaglia”, ecco ….. il germe della sconfitta fiorisce…. ineluttabilmente! Le cose poi sono andate diversamente, e molti generali sono stati sostituiti, ma non è il conflitto in sé che ci interessa quanto piuttosto il meccanismo distorsivo nella catena di comando.

Capiamoci: il meccanismo in sé non è un male! E’ il “dispositivo” che, in genere, impedisce alle dittature ed alle figure autocratiche di sopravvivere, non solo a se stesse ma spesso “tout court”. Mi spiego meglio: la storia è piena di autocrati ed analizzando attentamente la loro parabola, che nella maggior parte dei casi si conclude tragicamente, si può osservare con una discreta costanza la presenza di una corte di personaggi simili ai generali di Putin. I dittatori e gli autocrati amano – è una distorsione dell’animo umano – circondarsi di persone che non li contraddicono, servili e pronti a reprimere ogni personale convinzione se non in linea con il pensiero unico del “Capo”. Anzi, più potenti diventano più se ne circondano, e questo è il meraviglioso meccanismo con cui si scavano, spesso, la fossa da soli. In tal modo si fa infatti strada un distacco dalla realtà che aumenta con il tempo e che, alla fine, crea un mondo fittizio e virtuale in cui simili personaggi vivono beatamente mentre – nella maggior parte dei casi – le loro fortune si sgretolano nel mondo reale. Il punto è che simili comportamenti non sono limitati al mondo della geopolitica ma si possono riscontrare anche nel mondo della produzione, nelle aziende, nell’economia più in generale – pensiamo alle decisioni “rilevantissime” di politica economica – e addirittura nella vita di tutti i giorni.

Gli esempi? Andiamo in ordine e per scala. Nel mondo della geopolitica troviamo il dittatore per antonomasia del XX° secolo, Adolf Hitler, che negli ultimi anni della WWII oramai delirava, circondato da generali che non osavano dargli un quadro autentico di quanto stava accadendo, corrompendo quindi anche quel barlume di razionalità residuale che si sarebbe potuto manifestare nelle sue decisioni militari. Quelli che ci provavano – l’esempio sommo è Erwin Rommel, uno dei migliori generali probabilmente di tutti i tempi – venivano “fatti suicidare”. Diremmo, con un pizzico di cinismo: ”Per fortuna!!”. La cosa ci lascia infatti ipotizzare che ci sia un meraviglioso meccanismo di “autotutela” del genere umano, che spinge ad un fondo di ottimismo sul futuro prossimo venturo.

Nelle decisioni di politica economica, e – più in generale – nella formulazione di scenari, il rischio di una “misrappresentazione” della realtà è istituzionalizzato. Come? Larga parte della scienza – o per chi vuole “arte” – econometrica ha come obiettivo proprio l’eliminazione delle distorsioni nella formulazione di modelli che presiedono ai processi decisionali o, più in generale, alle decisioni di operatori economici.

Nelle aziende la questione è un po’ più complicata, perché il meccanismo può essere più strisciante ma non meno pericoloso. E’ noto che, nelle big corporations USA del ‘900, il management di maggior valore ha sempre cercato di ricevere pareri o esaminato scenari anche sgraditi ma autentici: in grado di evidenziare le carenze delle strategie aziendali o i rischi nascosti che potevano metterle in pericolo. Si chiama “scenario alternativo” che spesso è più importante di quello “baseline” (il principale), perché – quello alternativo – è quello che regala le sorprese più amare. Come diceva John Kennedy (dietro lo pseudonimo di John Galt): “Tieni i tuoi amici vicini e i tuoi nemici ancora più vicini!”

Arriviamo infine alle decisioni personali. In particolare, a quelle dei risparmiatori. Qui il confine è più sfumato e le “colpe” meno evidenti: un esempio eclatante, tra tanti simili, è quello delle obbligazioni argentine. Sicuramente uno tra i più familiari al pubblico italiano. Come è noto nel 2001 l’Argentina dichiarò default su suoi titoli per 132 miliardi di dollari coinvolgendo, tra gli altri, circa 450 mila risparmiatori italiani, che erano stati allettati sia dagli alti rendimenti sia perché convinti che i bond argentini fossero sicuri in quanto emessi da uno Stato sovrano. In realtà sarebbe bastato anche solo il buon senso – al di là del ruolo degli intermediari – per capire che se un bond aveva un rendimento superiore all’8%, mentre in Europa i tassi di mercato obbligazionario erano circa la metà (vorrete perdonarmi se non ricordo esattamente i livelli storici, ma non dovremmo essere lontani), quel bond incorporava un differenziale assai elevato per il rischio emittente ed era, quindi, estremamente pericoloso.

Insomma, in fondo, il problema di avere una corretta rappresentazione della realtà è il problema principe di ogni processo decisionale: come si dice, “garbage in, garbage out”, ovvero se entra spazzatura nei nostri processi decisionali (le informazioni sulla base delle quali decidiamo) esce spazzatura (le decisioni). Questo è anche il fulcro su cui fa leva la propaganda: partendo da una narrativa verosimile ma falsa, perché costruita spesso con mezze verità condite da forzature ed informazioni tenute nascoste, è possibile innescare un processo sociale, utile ai “propagandisti”.

Cosa c’entra tutto questo con la nostra ben più “truculenta” e “pratica” attualità, infarcita di conflitti geopolitici, in grado di compromettere il più cristallino equilibrio macroeconomico (da cui siamo peraltro lontani anni luce)? Il passaggio è graduale e richiede un po’ di ricostruzione: mettendo in fila i fatti più recenti e collegandoli a diversi riferimenti storici.

A fine giugno il rublo russo si è attestato a 52,3 per USD, il livello più alto da maggio 2015, e lontano dal minimo registrato a inizio marzo, tra le sanzioni contro il Paese da parte di Usa e Ue in risposta all’invasione militare dell’Ucraina. Lunedì 27 giugno era scambiato a 53,1 per USD, vicino al record succitato.

Alla fine di febbraio, dopo il calo iniziale del rublo e quattro giorni dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la Russia ha pressoché raddoppiato il tasso d’interesse di riferimento, portandolo al 20% rispetto al 9,5% iniziale. Il tasso di cambio, da quel momento, si è costantemente apprezzato, spingendo addirittura le autorità a tagliare i tassi di interesse – in tre battute – per raggiungere l’11% a fine maggio. Il rublo si è insomma rafforzato a tal punto che la Banca Centrale Russa ha addirittura iniziato ad attivarsi per indebolirlo, temendo che divenissero meno competitive le esportazioni del Paese.

Il motore principale del rialzo del valore del rublo è, in primis, il picco di ricavi da petrolio e gas che la Russia registra per l’aumento dei prezzi dell’energia e, un po’ paradossalmente, in parte per le sanzioni imposte ad essa. Gli alti prezzi dell’energia, ovviamente, contribuiscono a farla divenire il più grande esportatore di gas al mondo e il secondo più grande esportatore di petrolio. Sebbene molti paesi occidentali abbiano smesso di acquistare il petrolio russo, il fatto che i prezzi del petrolio greggio Brent siano superiori del 60% rispetto all’anno scorso, è stato sufficiente per consentire a Mosca di registrare profitti record. Come se una simile assurdità non bastasse, il principale cliente del settore petrolifero e del gas russo non è altro che l’Ue, che acquista energia russa per miliardi di dollari a settimana. Per dare una dimensione ad una simile assurdità, è sufficiente osservare che l’Unione sta ora trasferendo alla Russia più pagamenti per gli acquisti di petrolio, gas e carbone rispetto ai fondi che sta inviando all’Ucraina per aiutarla a combattere l’esercito russo. Bisogna però anche dire che non sarebbe stato difficile aspettarselo con un po’ di buon senso (vedi: “La farsa delle sanzioni alla Russia | La Fionda”). Peccato che le versioni ufficiali di stampa mainstream siano state assai diverse: per riassumere dipingevano, infatti, la Russia “in un angolo”. Qui non si vuole certo attribuire “colpe” ma ora possiamo almeno chiederci: “ E’ stato utile?”.

Purtroppo non è tutto: anzi è solo l’aperitivo. Non molte settimane fa è infatti arrivato dal presidente russo, Vladimir Putin, l’annuncio che Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa (BRICS) stanno sviluppando una nuova valuta di riserva basata su un paniere. L’ipotesi è che comprenderà il Real, Rublo, Rupie, Renminbi e Rand (le “5 Erre”?) e che potrà costituire un’alternativa al diritto speciale di prelievo (DSP) del FMI. Noi possiamo permetterci di dire che ce lo aspettavamo (vedi: “Le sanzioni alla Russia? Un ritorno del gold standard “mascherato” da materie prime | La Fionda”) ma la notizia ha fatto alzare le sopracciglia a molti e altrettanti si sono affrettati a sottolineare, in modo barbino, come la Russia sia invece in una posizione assai precaria, dissimulata “abilmente” da notizie e iniziative solo apparentemente positive.

Temo però che, ancora una volta, la negazione della realtà – via campagne stampa autolesioniste – si stia manifestando: un segnale che, come chi ha un minimo di raziocinio non avrà tardato a concludere, appare più una conferma della debolezza dell’Occidente piuttosto che della sua forza. Insomma la strategia dello struzzo: “negare per non ammettere l’errore” e così infilarsi ancora di più nel “cul de sac”. Un meccanismo tipico, analogo a quello del risparmiatore che, avventuratosi imprudentemente in un investimento finanziario ad elevato rischio, non appena inizia a registrare minusvalenze congela ogni decisione e mantiene caparbiamente la posizione aperta, finendo poi per pagare un conto ben più salato.

In realtà, con un po’ di apertura mentale, non sarebbe stato difficile comprendere che si sarebbe arrivati fin qui: sempre il mio articolo succitato (vedi: “Le sanzioni alla Russia? Un ritorno del gold standard “mascherato” da materie prime | La Fionda”) indicava i rischi – condivisi da una discreta platea di osservatori non allineati – delle sanzioni. Anzi, più che i rischi, le conseguenze pressoché certe! Non mi voglio ora vantare di nulla ma voglio piuttosto dire: se ci sono arrivato io potevano certamente arrivarci anche i decisori ma…..verosimilmente non hanno voluto!

A questo punto però bisogna fermarsi e chiedersi: “Perché?” Se per interesse personale, hanno messo in gioco il futuro di milioni di persone, in primis italiani ed europei, e non mi sembra che i costi connessi a queste decisioni debbano cadere su queste ultime. Se per imperizia, sarebbe allora opportuno rendersi conto che qui è stato probabilmente ipotecato, geopoliticamente, il futuro dell’Europa. Infatti, è chiaro che siamo agli albori di un passaggio di testimone storico: la transizione da una moneta di riserva “decadente”, fondata su una fiducia traballante, ad un’entità diversa (moneta o paniere di monete), garantita, tra l’altro, dalle materie prime. Una cesura profonda nella storia economica occidentale (ancora una volta si veda: “La farsa delle sanzioni alla Russia | La Fionda”).

Questo accade, peraltro, in un momento di particolare debolezza della situazione economica dei paesi sviluppati nell’area di influenza degli USA e di un “rischio di atterraggio di fortuna” dell’economia USA che cresce mentre la Fed è “chiusa in un angolo da cui non può uscire” (anche questo un evento assolutamente prevedibile, con un po’ di obiettività ed imparzialità: La FED ha iniziato il conto alla rovescia verso la prossima recessione USA | La Fionda e La politica monetaria dissennata (e non il Covid) ha zombificato l’economia globale | La Fionda).

A questo punto appare difficile che non si debba fare i conti nell’immediato futuro con questo nuovo assetto dell’ordine monetario: il rischio principale è che si passi, in modo schizofrenico, da un mondo assediato dall’inflazione ad uno in preda della deflazione. Potremmo forse allora vantarci che, grazie ad un errore della FED, abbiamo evitato la stagflazione – cosa non ancora sicura – ma, a quel punto, sarebbe anche opportuno fare un bilancio delle gestioni attuali e passate della politica monetaria, in primis negli USA. Questo perché i risultati registrati oggi, e quelli che verosimilmente registreremo nel futuro prossimo, sono frutto di un processo e non di un evento: un processo di degrado delle condizioni monetarie e di eccessiva stimolazione dell’economia che ha impedito al ciclo economico di riprendere un suo corso più fisiologico – e meno “esuberante”, con riferimento all’inflazione degli asset finanziari e reali – dopo la grande crisi finanziaria del 2008.

Detto ciò, appare chiaro quanto sia necessaria la “lucidità” – che poi corrisponde a lungimiranza – nei processi decisionali, specie in quelli di politica monetaria. Sarà però sufficiente auspicare una maggiore lucidità e lungimiranza, nel prossimo futuro, per evitare l’accumulo di nuovi errori dopo quelli passati? Non ne siamo sicuri dopo la svolta di portata storica che si sta compiendo. Del resto, richiamando alcuni adagi, il detto “Non v’è nemico peggiore del cattivo consiglio (Sofocle)” non è sufficiente a fornire una giustificazione visto che “Consultare, consiste nel richiedere l’approvazione altrui in merito a una decisione già adottata (Ambrose Bierce)” e che “Quando chiediamo consigli stiamo di solito cercando un complice (Charles Varlet de La Grange)”.

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