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La spettacolarizzazione della barbarie


5 Ago , 2022|
| 2022 | Voci

L’olocausto ad opera dei nazisti ha segnato la storia dell’umanità per un motivo preciso. Non per i campi di concentramento o per il genocidio, ma per la de-umanizzazione come obiettivo operativo. Quando scrutiamo i campi di sterminio nazista, non è la morte o il genocidio a disturbarci, ma la freddezza, metodicità e volontà nella de-umanizzazione delle vittime dei campi. Non bastava che morissero, dovevano prima smettere di essere umani. Se questo è un uomo, chiedeva Primo Levi.

Oggi viviamo un secondo olocausto, auto-inflitto, che ci de-umanizza, perché tutto è regolato dalla mercificazione e dallo spettacolo. Questo olocausto si articola in maniera particolare a secondo del luogo e del tempo. Nei luoghi dove vige la mentalità piccolo-borghese e post-democristiana, ad esempio, si articola nella banalità del gregge che assiste col cellulare in mano ad un bianco che soffoca a morte un nero povero. Andiamo al fatto.

Civitanova Marche. Un nero povero*- venditore ambulante – muore ucciso a botte da un maschio bianco italiano per aver chiesto l’elemosina. La giustificazione iniziale che l’omicida bianco offre per l’aggressione è che il venditore ambulante avrebbe fatto apprezzamenti alla sua partner. Più tardi nega che sia stata questa la ragione. È comunque rilevante che questa sia la prima giustificazione a venirgli in mente- probabilmente pensando che fosse quella più legittima. Durante i 4 minuti in cui il nero viene soffocato (dopo essere stato colpito a “stampellate”), i passanti non intervengono fisicamente, qualcuno accenna ad un intervento verbale, altri filmano la scena.

L’Occidente, l’Italia, le Marche, Civitanova Marche ed il maschilismo, in un solo atto.

L’Occidente: su tiktok, utenti di giovane età creano contenuti basati su momenti di vita intimita- chi si riprende mentre si trucca prima del funerale del nonno; chi si riprende vicino al letto di ospedale mentre la madre sta morendo; chi si riprende per raccontare che ha appena scoperto di essere incinta appena dopo la morte del partner. La de-umanizzazione totale, senza limiti. Ogni cosa della vita e della società diviene prima merce e spettacolo, poi il resto.

L’Italia: fa accordi con la Libia che mantiene lager per bloccare i migranti, li lascia morire in mare, li sfrutta come braccianti nel sud Italia, nella prostituzione, nella vendita ambulante; quando nascono e crescono qui non hanno una cittadinanza; in maggioranza vivono in condizioni di povertà ed emarginazione.

Le Marche: regione piccolo-borghese post-democristiana. Si regge sulla diffusione capillare ed interiorizzata del potere, per cui ogni persona si auto-regola socialmente attraverso la paura e la vergogna: dell’esclusione, del giudizio. Nelle Marche, ognuno reprime sé stesso perché interiorizza il giudizio del gregge, composto a sua volta da soggetti che reprimono loro stessi per paura di essere giudicati dal resto. Tutti piccolo borghesi, non necessariamente socialmente (come diceva Pasolini, la borghesia è una malattia mentale, non solo un gruppo sociale), ma mentalmente, moralmente.

Civitanova Marche. Negli ultimi 5 anni, trasformata nella caricatura di Milano, è il trionfo della mentalità classista e capitalista come modello sociale totale. Qui, il valore sociale è qualcosa da tenere in conto quando ti vesti, frequenti persone, consumi, vivi. Un valore dettato dal capitale economico. Implicito e necessario: se non sei ricco, non ti vesti bene, non frequenti certe persone, non consumi certe cose, vali meno, anche niente.

Infine, la mentalità maschilista, per cui tutte e tutti devono identificarsi con il genere maschile o femminile, per poi, se maschi, seguire un modello unico di mascolinità, basato sull’aggressività sociale, la competizione, la prevaricazione. Da qui la scusa della donna da proteggere con violenza fisica, per competere con altri maschi, prevaricandoli.

Allora se un nero povero insiste troppo nel chiedere l’elemosina, dato che la sua vita non vale niente, puoi ucciderlo a stampellate e soffocamento, davanti a tutte e tutti, perché questi saranno troppo occupati a trasformare l’omicidio in uno spettacolo, una merce. E se poi ti chiedono perché, la scusa migliore è quella della donna da proteggere.

I testimoni gridano “fermati”, “basta”, “così lo uccidi”, ma niente di più. Qualcuno ad un certo punto chiama le guardie. Al loro arrivo, l’omicidio è già compiuto.

Per i passanti, gridare a chiamare attenzione dei vicini o intervenire (usando magari la stampella stessa che ormai non era nelle mani dell’aggressore?) in altri modi è escluso.** Forse perché, comparato al fare un video, risulterebbe un atto fuori dagli schemi. Fermare un maschio, un bianco, che uccide un nero, un povero, davanti a tutto il gregge che assiste non rientra negli schemi. Ed il gregge comanda. È il risultato di anni di condizionamento sociale a valori piccolo-borghesi, consumistici, classisti e razzisti (il razzismo non si istanzia solo con il disprezzo verbale e la violenza fisica, ma anche con un atteggiamento di passività ed inattività di fronte alla discriminazione istituzionale, alla marginalizzazione sociale, al disprezzo verbale ed alla violenza fisica).

Quando ci comportiamo come pecore che mercificano l’esistenza, quanto somigliano ancora a degli esseri umani?

I nazisti ed i fascisti antagonizzavano esplicitamente i loro nemici. Era relativamente semplice capire che dovevamo combatterli. Ma se la de-umanizzazione la infliggiamo a noi stessi e pensiamo che questo vada bene (perché è negli schemi, perché ci dà valore sociale), come capiamo che siamo noi i nostri nemici?

Oggi non è morto un nero povero. Oggi è morta l’umanità nelle menti e negli spiriti in una città piccolo-borghese, democristiana e capitalista italiana.

*Non specifico il nome proprio (Alika Ogorchukwu) perché non è morto in quanto Alika, ma in quanto nero e povero.

** Non invoco alla trasformazione dei cittadini in dei Rambo fai da te, ma alla in-umanità del limitare il proprio comportamento davanti ad un omicidio alla mera spettacolarizzazione o a qualche grido di “basta”.

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