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La FED ritorna agli errori di fine anni ’60 nel contrasto all’inflazione


9 Ago , 2022|
| 2022 | Visioni

La Federal Reserve e molti economisti hanno sostenuto che l’aumento dell’inflazione è “transitorio”. Ci si chiede però:  “Quanto tempo è transitorio? A che punto le aspettative cambiano radicalmente, soprattutto se la Federal Reserve dice alla gente: ’Abbiamo cambiato il nostro regime di targeting dell’inflazione e non ci importa se l’inflazione supera l’obiettivo per un po″”? Posto che le autorità non si sono accorte dell’arrivo del treno nonostante le tante campane di allarme, nasce la sensazione che ci si stia dirigendo non verso gli anni ’70 ma verso la fine degli anni ’60, quando come noto l’allora presidente della Fed, McChesney Martin, perse il controllo delle aspettative di inflazione”. Vi sono infatti segnali che l’inflazione potrebbe ripetere la traiettoria della fine degli anni ’60, l’evento che ha gettato le basi per i prezzi elevati sostenuti nel decennio successivo.

I responsabili della politica monetaria stanno affrontando una nuova sfida sotto forma di aumento dell’inflazione a seguito della risposta alla pandemia di Covid-19 affrontandola con la stessa risposta data alla Grande Recessione del 2008. “La cosa interessante dei disastri è che “uno tira l’altro”. Si può passare da un disastro che tocca la salute pubblica a un disastro fiscale, ad uno monetario e potenzialmente inflazionistico”. I prezzi al consumo negli Stati Uniti sono aumentati del 9,1% a giugno rispetto all’anno precedente, segnando il record dalla fine del primo semestre del 1982. L’elevata inflazione degli anni ’70 ha avuto origine alla fine degli anni ’60, anche allora qualcuno sosteneva  che era troppo presto per concludere con sicurezza che l’aumento sarebbe stato ragionevolmente transitorio. L’ex segretario al Tesoro Larry Summers ha twittato: “Ogni volta che senti dire che l’inflazione è transitoria, ricorda che l’inflazione doppia dei prezzi delle case non è ancora pienamente rilevata dagli indici. L’edilizia abitativa rappresenta il 40% dell’indice CPI – prezzi al consumo – principale”. La variante delta Covid-19 potrebbe aver fatto un favore alla Fed nel raffreddare leggermente l’economia statunitense dopo un’estate calda, ma altri fattori esterni potrebbero ancora entrare in gioco. “Le grandi inflazioni della storia sono state quasi sempre associate alla guerra. La cosa che potrebbe davvero disancorare le aspettative di inflazione sarebbe se questa guerra fredda… tra Stati Uniti e Cina, si trasformasse in una guerra calda, diciamo, per Taiwan”.

La recente perdita di controllo dell’inflazione e la preoccupazione per la potenziale stagflazione futura sembrano ripercorrere in larga misura la storia prima della fine degli anni ’60 e quindi degli anni ’70, un periodo che vale la pena studiare seriamente per imparare la lezione che ci regala. La nomina di Arthur Frank Burns a nuovo presidente della Fed in sostituzione di William McChesney Martin è stata, ironia della sorte, una “vendetta del fato”. Fu Martin a mantenere una politica rigida nei primi anni ’60, cosa che fece fallire l’elezione di Richard Nixon alla sua prima candidatura presidenziale. Quando finalmente Nixon ottenne il mandato, fece subito capire che la Fed sarebbe stata “più cooperativa”. Verso la metà degli anni ’50 Burns era già presidente del Council of Economic Advisors (CEA). Quando il suo futuro successore alla FED, Paul Adolph Volcker Jr. stava facendo i suoi studi universitari, Burns era il suo influente insegnante. Burns è stato assai considerato ed apprezzato da Dwight Eisenhower e ciò ha reso, per Nixon, quasi naturale la sua scelta come presidente della Fed. Un professore con un forte background accademico sarebbe probabilmente stato un buon consulente economico, ma poteva non essere un presidente della Fed appropriato soprattutto nel contrastare la pressione politica, da parte del Presidente USA, per allentare i cordoni della borsa ed i tassi. Prima che Burns diventasse presidente della Fed era stato piuttosto attivo, fornendo buoni consigli al presidente. Tuttavia, gli accademici sono, come noto, tendenzialmente degli yes-men, ed egli, in effetti, non ha potuto resistere, comportandosi come una colomba, almeno all’inizio.

Bisogna però puntualizzare che la perdita di controllo dell’inflazione dal 1972 non è interamente imputabile all’allentamento attuato da Burns. Gli enormi disavanzi fiscali conseguenti alla guerra del Vietnam ed al successivo sganciamento del dollaro dall’oro sono certamente due fattori più rilevanti. Tuttavia, mentre Martin ha “stretto il guinzaglio”, quando l’inflazione stava già aumentando alla fine degli anni ’60, Burns, dopo la nomina, ha invece ridotto i tassi di riferimento al di sotto dell’inflazione, come mostra il grafico seguente:

La FED ritorna agli errori di fine anni ’60 nel contrasto all’inflazione

Negli anni 2010 c’era un famoso professore della Grande Depressione, Ben Shalom Bernanke che è passato anche dalla presidenza del Council of Economic Advisers alla presidenza della Fed, realizzando un allentamento monetario prolungato fino al 2015 (quindi ben sette anni dopo il 2008). Infine, come sappiamo, l’attuale presidente della Fed Jerome Hayden Powell ha reagito seriamente all’inflazione solo molto di recente. Gli storici hanno sempre sostenuto che la visione di Burns ha oscillato tra quella di un falco e di una colomba. Quando Powell è diventato presidente della Fed, è stato spesso ripreso da Donald Trump per aver inasprito troppo. Tre anni dopo, Powell si è di nuovo dimostrato poco reattivo di fronte al rischio d’inflazione rampante. Oggi ha però stretto la stance monetaria in modo aggressivo, mettendo le basi per la prossima, oramai vicina, recessione, peraltro già ampiamente annunciata dal mercato dei Treasury. Insomma, ha almeno peccato di “scarso tempismo”, per usare un eufemismo ed il conto dovrà pagarlo qualcun’altro. L’attesa di qualche sorpresa poco piacevole appare, quindi, tutt’altro che infondata.

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