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Le sindacaliste passano all’incasso: Furlan e Camusso canditate nel PD


17 Ago , 2022|
| 2022 | Sassi nello stagno

È vero, dopo aver proposto i dieci punti su un mondo del lavoro più giusto, avevo promesso di tenere la bocca chiusa per un po’, ma dinanzi a certe notizie, per quanto poco sorprendenti purtroppo, davvero non riesco a star zitto: mi offendono come cittadino, come lavoratore, come sindacalista, come persona che si interessa e prova a dare un contributo.

Ebbene, pare ormai certa la notizia: il PD candida – supportando la scelta con la solita retorica delle quote rosa (solo una certa sinistrucola da quattro soldi ancora si beve certi ragionamenti) – nientepopodimeno che Anna Maria Furlan e Susanna Camusso.

La prima ce la smarchiamo subito. Nel gennaio del 2020, mentre qualcuno provava ad avanzare l’ipotesi di ripristinare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (quello contro il licenziamento illegittimo, quello contro il furto del pane e della libertà), Anna Maria Furlan, che ancora era Segretario Generale della CISL, chiudeva ogni spazio chiosando: «articolo 18, discussione del secolo scorso».

Ora sia chiaro, un’affermazione del genere avrebbe (in un paese normale) dovuto comportare la sua immediata destituzione dal vertice del secondo sindacato italiano: cioè, te la puoi pure pensare, ma davvero non ti può far scappare di bocca una roba così: un minimo (dico un minimo) di decoro devi pur mantenerlo. La puoi pure infiocchettare col nastro del senso di responsabilità, della sostenibilità dei diritti in materia di lavoro (tutte fesserie, fidatevi), ma resta un’affermazione praticamente da sindacato di comodo, da sindacato giallo. Si, insomma, per rimanere tra cattolici: è come se, durante una celebrazione in S. Pietro, il Papa bestemmiasse se un chierichetto gli pesta il piede. Ripeto, la puoi pensare, ci mancherebbe, ma non la puoi proprio pronunciare: questione di mero decoro.

Ed ecco perché te la smarchi subito: il PD è il posto giusto per lei perché – checché voglia farci credere Enrico Letta chiedendo la quindicesima o i suoi intontiti pulcini dei Giovani Democratici quando invocano una riforma del mercato del lavoro – il Jobs Act (picconato dalla stessa Corte Costituzionale ormai a più riprese) porta proprio la firma del Partito Democratico. La Furlan con le sue affermazioni dimostra di essere una neoliberista e Letta non può che essere il suo perfetto leader (per la verità andavano bene anche tutti gli altri del fronte c.d. non antagonista: si discostano di poco o nulla).

Sulla Susanna invece qualche parolina in più la dobbiamo proprio spendere perché davvero ci spinge a domandarci quanto oltre il limite della decenza si possa giungere in questo intreccio malsano tra finto sindacato e finta politica. Che i vertici della CGIL trovino una ricollocazione nel PD (o nelle sue precedenti denominazioni) è storia davvero nota: da Lama a Pizzinato, Trentin (che però era stato deputato già prima di essere Segretario Generale della CGIL), Cofferati, Epifani, tutti hanno ricoperto ruoli importanti nel partito. Epifani ne è stato persino Segretario.

Esiste un rapporto tesissimo tra sindacato e politica: attenzione però, perché se la politica e il sindacato perseguissero gli interessi dei lavoratori tutto sommato uno potrebbe anche chiudere un occhio. Si, insomma, se si aiutassero nella lotta per la tutela dei più deboli allora chi ne avrebbe da ridire? Qui però la cosa è diversa: la Camusso si candida con chi ha finto di osteggiare con quelle due ore in croce di sciopero per il Jobs Act. È davvero assurdo accettare senza dir nulla una porcheria del genere: a parte il fatto che se tu sei stata la più importante sindacalista italiana mentre passavano la legge Fornero e il Jobs Act dovresti semplicemente ritirarti a vita privata. Detto questo, che cosa dobbiamo pensare se non che si passi all’incasso dopo aver consentito al Partito Democratico di svendere i più basilari diritti delle lavoratrici e dei lavoratori di questo paese? Come fa una sindacalista a candidarsi con chi ha abolito il diritto di reintegra in caso di licenziamento illegittimo, con chi ha provato a liberalizzare controllo a distanza e demansionamento, con chi ha massimizzato il tasso di precarietà nel lavoro italiano comportando innumerevoli piaghe come impoverimento del lavoro e morti sul lavoro, dopo aver dichiarato di essere contraria a quelle stesse misure fino a proclamare un (ridicolo) sciopero generale?

Io penso che tutto questo vada in qualche modo discusso, in un paese normale certi nodi verrebbero irrimediabilmente al pettine, e invece non succede anche a causa di un’informazione praticamente da regime: tutti a elogiare la scelta di Letta che punta sulle quote rosa per rilanciare “la sinistra”, per arginare il ritorno dell’ondata nera del fascismo.

A proposito di questo, vale la pena puntare ancora una volta il faro su di un teatrino della più meschina ipocrisia, e lo ha spiegato autorevolmente Alessandro Somma da queste stesse colonne poche ore fa, ricordando come il fascismo mai abbia messo in discussione le libertà economiche ed un certo funzionamento dell’ordine economico, «al contrario ha riformato quelle libertà, le ha disciplinate trasformando lo Stato nella mano visibile chiamata a rendere storicamente possibile il funzionamento del capitalismo. E proprio per riformare le libertà economiche ha soppresso le libertà politiche: passaggio indispensabile a eliminare l’ostacolo al funzionamento del capitalismo rappresentato dal conflitto sociale».

Quello stesso conflitto sociale oggi si tenta di disinnescare facendo venir meno, per volontà di vertici sindacali sempre più marci, l’azione di contrasto, lotta e rivendicazione della comunità del lavoro nazionale: la notizia di oggi, quella che commentiamo, conferma questa triste deriva, rispetto alla quale intollerabile resta comunque ogni forma di rassegnazione.

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