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Tutti i difetti dei parlamentari


30 Ago , 2022|
| 2022 | Visioni

Nello Preterossi ha tante volte denunciato che il fallimento della politica italiana dipende innanzi tutto dall’inconsistenza dei nostri dirigenti politici: allargherei la critica – meglio la censura – ai parlamentari in genere, fatte poche o pochissime eccezioni. Il Direttore ha ragione; e ha un merito ulteriore perché il difetto di qualità dei rappresentanti si annida in qualunque partito ed è una delle cause del crescente astensionismo. Anche dal 26 settembre uomini e donne senza qualità avranno – continueranno ad avere – responsabilità più o meno grandi nel governo di un Paese inevitabilmente confuso, smarrito, ripiegato su sé stesso, teso a difendere gli spazi privati, talora legalmente talaltra illegalmente. Potrei fare moltissimi esempi. Mi limito ad uno, il più facile, anche se probabilmente non è nemmeno il più significativo e pongo solo una domanda: quali meriti ha una come Marta Fascina per sedere (ne acquisirà senz’altro il diritto) in Parlamento, almeno quando vorrà andare? Potremmo anche alzare il tiro e, una parola tira l’altra, domandare: quali reali qualità per fare il Premier di (quello che definiscono) un grande Paese ha uno come Carlo Calenda? Certo Calenda sarà votato convintamente da un certo numero di elettori e questo segna una differenza e, in certo senso, invita a un giudizio più cauto, ma non per questo superficiale. Perché l’Italia, designati o eletti che siano, non ha rappresentanti all’altezza non dico delle tempeste che verranno, ma del comando in sé che postula l’idoneità al ruolo, anche quando le cose vadano bene o benissimo.

 Se a questo siamo giunti, e ne paghiamo e ne pagheremo le conseguenze, può essere interessante ricercarne qualche causa, iniziare un indice, individuare delle colpe. O no? Io penso che sia doveroso e allora provo ad abbozzare la testa dell’elenco. Vediamo un poco.

 Nonostante la scolarizzazione e l’università di massa (o quasi), il livello dell’acculturamento storico-politico si è molto abbassato: mi permetto di dirlo da docente universitario che insegna ed esamina da quasi quarant’anni. Sicché avere una laurea non è garanzia né di preparazione né di desiderio di approcciare con metodo ai problemi da risolvere (e lasciamo per una volta in deposito la retorica fumosa del problem solving). Ora accade che più di qualcuno dei dirigenti politici di vertice non sia nemmeno laureato e nemmeno (si ha l’impressione) particolarmente attrezzato culturalmente: difettano certe fondamentali coordinate per capire e ordinare il reale, per elaborare strategie, per tracciare causa cognita una possibile, razionale, linea di sviluppo futuro. Ovviamente la caduta dell’istruzione diffusa ha conseguenze più generali, nella società civile: qui emerge una delle tante incongruenze, potremmo dire sistemiche, spargere la cultura è un obbligo e un’utilità primaria, ma l’assenza di organizzazione e serietà confezionano semplicemente una finzione.

 In questa situazione paradossalmente di ignoranza diffusa ci si attenderebbe che i partiti – a cui la Costituzione assegna un ruolo, diciamo, costituente della proposta e dell’azione politica – si comportassero almeno loro con congruenza visto che da loro debbono uscire i dirigenti politici. Per decenni lo hanno fatto, più o meno bene, ma tante volte bene. Ora o non sono in grado o non vogliono: chiunque può essere catapultato in Parlamento.  Questa realtà – del lancio indiscriminato – a sua volta ha un’eziologia complessa. Se la cultura storico-politica latita, i vertici dei partiti non ne possono essere immuni ma partecipi delle lacune. Lo si nota sempre più anche a sinistra, dove il corredo è stato in genere più consistente. A ciò si aggiungono almeno due cose. La prima è l’eclissi della tradizione, tipicamente repubblicana, del cursus honorum per il quale potevi arrivare alla candidatura parlamentare dovendo prima maturare esperienza amministrativa e di governo in sede locale (ed era cosa buona e giusta in quanto apprestava nei fatti quelle coordinate che potevano mancare). La seconda è la contraddizione del sistema elettorale dove la possibilità di scelta da parte del popolo sovrano si è progressivamente ridotta fino ad essere quasi annientata: la pratica dei seggi sicuri ha consentito la formazione di oligarchie di partito a cui quella scelta è stata consegnata. Anzi, è anche accaduto che la consegna sia avvenuta a una sola persona: sappiamo tutti che alcuni rappresentanti, ai quali sono poi toccati incarichi di vertice della Repubblica o negli organigrammi del partito magari esso al governo della Repubblica, sono stati puramente investiti da Silvio Berlusconi. Debbo fare qualche nome? Essere candidati nel proprio collegio elettorale è, invece, una garanzia pubblica perché sei votato o non votato dagli elettori che ti conoscono, nel bene come nel male.

 Tutto ciò ha creato progressivamente una mistura, in certo esplosiva dell’equilibrio repubblicano: deficit culturale, deficit normativo, deficit di scuola politica (e altro si potrebbe aggiungere) hanno contribuito a creare, a loro volta, un ulteriore deficit, forse il più grave almeno in una repubblica, il deficit etico, l’assenza o il disprezzo (non a parole, ma pesantemente nei fatti) di un’etica pubblica congrua alla forma res publica.  Che significa? Semplicemente la riduzione dell’interesse comune ad artificio retorico e a imperdonabile bugia nel discorso pubblico a fronte del quale conta e sovrasta ed è determinante di ogni decisione l’ambitio personale, l’interesse, la smania di protagonismo, la libidine dell’apparire, la conquista di pezzi di potere a qualunque costo. A sua volta ciò è stato agevolato moltissimo dalla caduta delle ideologie, vorrei dire delle fedi politiche, delle idealità da anteporre a tutto. Quanti parlamentari sono passati da una parte all’altra e all’altra ancora nell’ultima legislatura. Occorre che scriva con quali parole hanno giustificato questo zompettare e quali fossero i reali obiettivi, calcoli, speculazioni, miserabilissimi? Certo il contesto della contemporaneità non favorisce la purezza o l’impegno sincero: troppe mistificazioni, troppo porsi al centro, anche troppa avidità, di denaro o di commoda qualunque, di privilegi, di onori ingiustificati e tuttavia elargiti con larghezza di altre epoche, sotto sotto la credenza di essere superiore agli altri, ai cittadini senza qualità.

 E noi? Noi elettori, noi cittadini abbiamo il dovere di reagire ripudiando ogni compromesso, per riprenderci la res publica, che è (solo) nostra. Come non è facile né a dire né a fare. E qui i cittadini – noi – manifestiamo la nostra responsabilità. Nessuna protesta pubblica, nessuna manifestazione di piazza, nessun gruppo di intellettuali pronto alla denuncia e alla proposta che non sia inficiato dalla prospettiva del vantaggio personale. Le piazze sono state un po’ riempite e agitate dai no green pass: ma la battaglia per la sorte della Repubblica è molto più importante. Nulla però si muove; mentre avremmo necessità assoluta di un’energia dal basso che inaugurasse una stagione, diciamo di repubblica tumultuaria. Vi sono praterie inoccupate, non campi larghi alla Letta, ma spazi di formazione di un’opinione pubblica finalmente consapevole e desta,  per l’elaborazione, il lancio, la spiegazione di proposte e visioni alternative o, molto più semplicemente, adeguate a ciò che siamo, una repubblica democratica che, accenno solo (ma il punto è fondante), dovrebbe finalmente cominciare a salvarsi da sé e non consegnarsi all’abbraccio di altri che pensano e agiscono come il gatto e la volpe (e vorrei anche azzardare che Draghi era un po’ come Pinocchio …).  

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