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Qiao Liang: il dominio finanziario degli Stati Uniti sul mondo


18 Set , 2022|
| 2022 | Terza Pagina

Per Qiao Liang in L’arco dell’Impero (Leg 2021) gli Stati Uniti sono un impero finanziario egemone. Ne traccia la parabola dal periodo in cui il dollaro viene condiviso dal mondo, in quanto strumento di sviluppo della produzione e del commercio manifatturiero, a quello in cui il centro dell’impero lo utilizza per appropriarsi delle ricchezze del mondo, fino al loro esaurimento e persino dei “dividendi” su quelle già appropriate (p. 67).

Secondo i “discorsi cinesi” (p.75), il termine ‘egemonia’ qualifica tutto questo percorso storico, non solo quello dello sviluppo produttivo e commerciale in cui, nel contesto della guerra fredda, gli Stati Uniti hanno coinvolto l’Occidente nella ricostruzione postbellica. Qualifica anche il periodo successivo dell’espansione finanziaria, ma è riferito non agli Stati Uniti bensì al dollaro, che gli Stati Uniti utilizzano per esercitare un dominio espropriativo sul mondo. Questa egemonia “negli ultimi quarant’anni è riuscita a trasformare tutte le valute del mondo in accessori del dollaro, gestendo le transazioni tramite la creazione di credito negli Stati Uniti, e allo stesso tempo, controllando tutta la produzione (tutta la produzione è espressa in dollari e, in definitiva, prodotta per i dollari). E questo risultato ha profondamente cambiato e ricostruito la nostra attuale civiltà” (p.78).

In questa ‘civiltà finanziaria’ la funzione egemonica del dollaro è di coprire il dominio degli Stati Uniti: si guarda al movimento del dollaro quando si analizzano le crisi, non a chi produce questo movimento. “Quando si tratta dei misteri dell’egemonia e della realtà degli Stati Uniti, ‘meglio non rivelare gli arcani del cielo’. Questo antico detto cinese sembra essere diventato un tabù per gli esperti e per gli studiosi di tutto il mondo. Una specie di falla collettiva nel discorso. Quindi, la mancata comprensione di questo problema nasce a causa di un punto cieco degli ignoranti, o è un vero e proprio insabbiamento da parte degli addetti ai lavori? Secondo me, è un po’ di entrambi” (p. 77). Perciò è necessario “liberare i cervelli” (p. 67) e spostare l’attenzione da ciò che avviene nei mercati finanziari a ciò che fanno il Tesoro statunitense e la Federal Reserve. Sono essi che preparano i terreni verso cui sciamano o da cui rapidamente si allontanano gli investitori che fanno riferimento a Wall Street per arricchirsi speculando e depredando le ricchezze del resto del mondo.

In sintesi. “Prima che Wall Street ‘prendesse in ostaggio’ il governo statunitense, gli Stati Uniti avevano già ‘preso in ostaggio’ il resto del mondo con il sistema del dollaro USA” (p. 144). Ma con Wall Street hanno soggiogato il mondo realizzando “il più grande ‘schema Ponzi’ mai visto e che, quando avrà raggiunto la periferia ed essa non potrà più alimentare il centro, tutto crollerà in senso centripeto” (p. 193).

Qiang non è un economista, ma un generale dell’esercito popolare cinese non più in servizio attivo. In Italia era già stato pubblicato il suo Guerra senza limiti (Leg 2004) a cura del generale Fabio Mini, che apre anche questo nuovo libro con una ampia prefazione. Si tratta della traduzione di una raccolta di interventi in lingua cinese del 2015, che richiama l’attenzione sulla centralità finanziaria del potere degli Stati Uniti. “Per quasi quattro decenni hanno usato il loro scettro monetario per creare un ciclo del dollaro in grado di inghiottire la ricchezza globale, aprendo e riducendo periodicamente il flusso di liquidità monetaria. E’ una sorta di terribile respiro finanziario: una prova di forza diretta ad alimentare le altre economie come pecore ed ucciderle nello stesso tempo” (p. 68).

Per capire come Wall Street abbia preso in ostaggio il governo degli Stati Uniti occorre partire da quel 15 agosto 1971 quando il presidente Richard Nixon pone fine al legame tra dollaro e oro, facendo venir meno il sistema di Bretton Woods che a quel legame condizionava le valute di tutto il mondo. Questa data è uno spartiacque nella storia statunitense. “In quel giorno gli americani abolirono il ruolo giocato dall’oro negli scambi commerciali, sostituendolo con il credito puro (cartamoneta o banconota) e ottenendo l’egemonia finanziaria tanto agognata che, a sua volta, rivoluzionò il mondo e trascinò la società umana in un’era di sostanziale colonizzazione finanziaria” (p. 76).

L’economia reale

Prima di diventare impero finanziario, gli Stati Uniti erano una potenza imperiale, con una poderosa struttura industriale e militare. Qiao racconta, con efficaci pennellate di storia, come lo sono diventati.

Nella prima guerra del ventesimo secolo, “mentre l’intero continente europeo si trasformava in un gigantesco tritacarne divoratore di capitale, gli americani, dall’altra parte dell’Atlantico, osservavano la scena desiderosi di piazzare le proprie scommesse. Per ora si erano limitati a mettere di un po’ di soldi (risorse di guerra e capitale) in mano ai giocatori che stavano perdendo, di tanto in tanto, come si mette la legna nella stufa per mantenere il fuoco vivo. E intanto attendevano l’occasione giusta. In una lettera al consigliere del presidente, Edward House, l’ambasciatore americano in Gran Bretagna Page disse: ‘Quasi tutti i Paesi europei stanno andando in bancarotta … Il futuro del mondo intero è nelle nostre mani’” (p. 91).

Gli americani avevano aspettato questo momento. “La caduta del vecchio impero, la Gran Bretagna, era dietro l’angolo, e il nuovo impero, la Germania, era un rivale formidabile per l’egemonia americana. Quindi bisognava sconfiggerla prima che essa a sua volta sconfiggesse la Gran Bretagna e diventasse il nuovo egemone europeo” (p. 94). Aspettando il buon momento per inserirsi, gli Stati Uniti “intesero la guerra come una mega-impresa, ovvero in modo capitalista: produzione, trasporto, commercio, debito, prestiti, finanziamenti … Il meccanismo era lo stesso dei tempi di pace, cambiava solo il contesto” (p. 80).

Tuttavia, l’esito della guerra non permise agli americani di ottenere ciò che veramente volevano. “L’impero britannico, anche se traballante, sedeva ancora sul suo trono e rifiutava di inchinarsi al nuovo americano. I tedeschi, furiosi per i 132 miliardi di marchi d’oro in riparazioni di guerra stabiliti dal trattato di pace di Versailles, erano anche loro impazienti di vendicarsi. Quindi era solo una questione di tempo, prima che scoppiasse la Seconda guerra mondiale” (p.95). Poi, finalmente, “quando l’Europa aveva visto spazzati via tutti i vecchi e i nuovi imperi e tutte le loro ricchezze, così come la civiltà classica di cui erano così orgogliosi, cedette a malincuore lo scettro del dominio mondiale agli americani: finì così il primo ciclo di globalizzazione, segnato dalla civiltà commerciale dell’impero britannico. La seconda fase, segnata dalla civilizzazione finanziaria degli americani, non è iniziata che un quarto di secolo dopo la fine della Seconda guerra mondiale” (p. 96).

In quel quarto di secolo l’impero, nella versione industriale, aveva stabilito l’egemonia sul mondo occidentale, ricostruendo e civilizzando l’Europa e il Giappone. Per sostenerla aveva anche messo alla prova le proprie capacità belliche con la guerra in Corea dal 1950 al 1953 ed era stato sconfitto, con la guerra in Vietnam dal 1961 al 1976, ed era stato nuovamente sconfitto. Le spese fatte avevano reso insostenibile garantire il dollaro con l’oro, come era stato stabilito a Bretton Woods. “In questo modo l’umanità entrava a tutti gli effetti nell’era della pura cartamoneta, ovvero del denaro a credito” (p. 100), e gli Stati Uniti, erano liberi di stampare dollari e di determinare il livello di liquidità finanziaria del mondo.

L’economia virtuale

 “Si stavano cominciando a delineare i contorni del nuovo impero che gli americani avevano ideato. Un impero coloniale finanziario, diverso da qualsiasi altro nella storia degli imperi” (p. 103) che avrebbe imposto al resto del mondo di dare agli americani, le merci che produceva in cambio del dollaro. Vi fu anche materialmente costretto dopo che, sulla base di un accordo tra gli Stati Uniti e i paesi arabi, il commercio globale del petrolio venne ancorato al dollaro, “‘merce speciale’, che solo gli americani possono produrre e di cui tutto il mondo ha bisogno. Perché il mondo ha bisogno di petrolio e, per avere il petrolio, servono prima i dollari” (p.104).

Ottenuto il potere teorico di stampare dollari a volontà, lo usarono per trasferire le industrie manifatturiere dove la produzione costava meno, lasciando che gli Stati emergenti pagassero “un prezzo economico e sociale elevato cedendo risorse materiali e lavoro in cambio di un pezzetto di carta verde che costava pochi centesimi. In pratica si è trattato di un saccheggio” (p. 72). Così la ricchezza del mondo arriva agli americani che usano denaro preso a prestito per investire all’estero e comperare le merci delle linee di produzione dei paesi in cui sono state trasferite. Per mantenere la loro prosperità economica, è necessario che più capitale internazionale si riversi nelle loro casse. Perciò “per mantenere il flusso di capitale internazionale negli Stati Uniti, serve che la posizione egemonica del dollaro USA rimanga tale, poiché è la principale fonte di potere che li mantiene forti e prosperi” (p.112).

La disponibilità mondiale di dollari è regolata dal governo degli Stati Uniti e dalla Federal Reserve che agiscono sul flusso della moneta e sul tasso di interesse. Rispetto alle altre valute nazionali, il valore del dollaro si deprezza quando aumenta la sua disponibilità, e si apprezza quando la disponibilità decresce. Nel primo caso gli investitori si rivolgono verso le economie sostenute dalle valute il cui valore aumenta rispetto al dollaro, nel caso opposto ritirano i capitali per rivolgersi alle attività finanziarie americane a più alto rendimento. “La Federal Reserve negli ultimi quarant’anni ha dato ed ha preso, abbassando i tassi di interesse per cinque volte e alzandoli per altrettante, costringendo i paesi del mondo “alle montagne russe finanziarie” (p. 116).

Qiao fa rientrare in questo schema le crisi che hanno sconvolto l’America Latina alla fine degli anni ’70 e venti anni dopo il Sudest asiatico. Uno stesso modello si applica a questi casi. I paesi dell’America Latina avevano beneficiato fin dagli anni ’60 del flusso di dollari, e negli anni ’70 alcuni avevano già raggiunto buoni livelli di sviluppo grazie a ingenti crediti, in particolare per programmi di industrializzazione, ottenuti dalla Banca Mondiale e da investitori che agivano attraverso le grandi banche inondate di liquidità alimentata dai profitti realizzati con il petrolio. Un analogo processo di crescita aveva caratterizzato i paesi del Sudest asiatico dalla metà degli anni ‘80 agli ultimi anni ’90, tanto da essere qualificato come miracolo economico.

Quel che successe dopo è descritto da Qiao in modo sommario. Nell’America Latina la situazione economica si era deteriorata a causa della guerra delle Falkland nel 1979, ma la svolta decisiva fu prodotta dall’aumento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve che intaccò le valute nazionali rendendo difficile ai paesi debitori il rimborso dei debiti, finché nel 1982 il Messico dichiarò di non essere in grado di farvi fronte. Gli investitori si riversarono su Wall Street realizzando ingenti guadagni e “usarono poi quello stesso denaro per tornare in Sud America e comprare attività di qualità ormai già crollate a terra” (p. 119). I paesi dell’America Latina furono ridotti alla condizione di paesi in via di sviluppo o addirittura arretrati, tra questi l’Argentina che era già giunta al livello di quelli sviluppati.

Qiao, rilevando che dopo l’esperienza in America Latina gli americani erano sempre più a loro agio nell’usare mezzi finanziari contro gli avversari, ricostruisce le vicende che portarono alla svalutazione del dollaro rispetto allo yen giapponese con l’accordo del 22 settembre 1985, al Plaza Hotel di New York, tra Stati Unit e cinque altri Paesi occidentali. L’obiettivo era di consentire alle industrie americane di sostenere la concorrenza con quelle giapponesi, e venne realizzato con la vendita congiunta delle banche centrali di quantità enormi di dollari per abbassarne il valore. Qiao dileggia i giapponesi per aver accettato che lo yen si apprezzasse, e per l’incapacità di rintuzzare le misure finanziarie statunitensi, finendo così a compromettere per decenni la loro economia.

A causa del deprezzamento del dollaro gli investitori si riversarono a far credito ai paesi del Sudest asiatico contigui al Giappone che già stavano crescendo velocemente guidate da governi che facevano leva sui risparmi locali e sulle esportazioni. Quando nel 1994 la Federal Reserve aumentò i tassi di interesse, questi paesi si trovarono in difficoltà nel rimborsare i creditori. Il governo thailandese fu costretto a deprezzare la propria valuta oggetto di un attacco speculativo, dando così il via alla crisi finanziaria che si propagò alla Malesia, a Singapore, alle Filippine, alla Corea del Sud, fino alla Russia. L’impatto fu disastroso, e l’intervento del Fondo Monetario Internazionale puntò a privatizzare quelle economie.

Nell’aprile 1998, dopo lo scoppio della crisi, il governo cinese inviò una missione finanziaria in alcuni paesi ai quali la Cina aveva fornito assistenza. La missione ottenne un’ampia documentazione, tuttavia non le venne fornita quella relativa al Fondo Monetario internazionale. “Cosa conteneva? Stiglitz lo rivelò tempo dopo: era una condizione imposta ai Paesi colpiti dalla crisi finanziaria asiatica, una condizione molto simile al trattato di Nanchino che la Cina firmò con la Gran Bretagna dopo la sconfitta della Guerra dell’Oppio, ovvero una vergogna per qualsiasi stato sovrano” (p. 159). Ai governi era stato chiesto di privatizzare le industrie strategiche e i servizi pubblici, aprire il settore finanziario e quello delle telecomunicazioni, liberalizzare i mercati dei capitali, adottare il libero scambio. Stiglitz rivelò anche che era stato il Tesoro degli Stati Uniti a dirigere l’FMI a “sfondare le porte dei mercati di quei paesi per poi lasciare che le società finanziarie di Wall Street ci sciamassero dentro” (p.161).

Dalla crisi del Sudest asiatico la Cina è uscita indenne. Anzi, rileva Qiao, “con grande sorpresa degli americani, è un Paese che è uscito allo scoperto per intercettare il flusso di capitali” (p. 126). Ha il più alto tasso di crescita del mondo, ed è dunque una direzione di investimento favorevole per il capitale finanziario globale. Le sue riserve in valuta estera ammontano a più di quattro trilioni di dollari. Mille miliardi di dollari si sono trasferiti dall’Europa a Hong Kong invece che negli Stati Uniti quando nel 2014 quella Borsa ha stabilito una connessione con la Borsa di Shangai. Secondo Qiao l’unica cosa che gli americani possono fare per riorientare questi mille miliardi è peggiorare il clima degli investimenti creando tensioni regionali. Sul più lungo periodo già da tempo è in atto una pressione sullo yuan, sostenendo che il tasso di cambio è manipolato.

Le strategie finanziarie dietro le guerre degli Stati Uniti

Gli americani sono andati in guerra quattro volte in vent’anni in tre paesi diversi, e le loro guerre, sostiene Qiao, sono molto diverse da quelle condotte da altri Paesi. Sono state fatte perché avevano bisogno di un rientro massiccio di dollari per sostenere la liquidità del Paese. “Questo è il vero motivo per cui negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti hanno combattuto le guerre in Iraq e in Kosovo una dietro l’altra e per cui si sono precipitati a prendere parte a quella in Afghanistan in nome della lotta al terrorismo” (p. 136).

Il concetto moderno di guerra presentato al mondo dagli americani è questo: “se il mio clima di investimento non è buono e la cosa non può essere cambiata entro breve, allora mi servirò della guerra per rendere gli altri posti peggiori, facendo così risaltare la relativa sicurezza della mia economia” (p. 137). La crisi geopolitica viene dunque usata per creare una situazione favorevole al dollaro. “Gli americani sono quelli che combattono le guerre finanziarie in modo più spettacolare, usando i loro impareggiabili mezzi militari per radunare il capitale come un gregge di pecore, con un potere e un beneficio molto più grandi dei piccoli attacchi dei fondi speculativi di George Soros alla sterlina e al baht, nonché molto più importanti del blocco dei conti dei leader terroristi da parte degli Stati Uniti” (p. 141).

Le analisi di Qiao sono apodittiche.

Il prezzo del petrolio prima dell’invasione dell’Iraq era di 38 dollari, alla fine della guerra era di 150. “Questa impennata dei prezzi aveva fatto salire la domanda globale di dollari, e quindi gli americani eran riusciti a crearla attraverso la guerra” (p. 131). L’aumento della domanda globale di dollari consente al governo degli Stati Uniti di stamparne di più e di porli sul mercato con titoli del Tesoro, facendo fronte al bisogno di liquidità di breve termine (700 miliardi all’anno intorno al 2001) in un contesto di disavanzo strutturale. Saddam inoltre aveva deciso di utilizzare anche l’euro nella vendita del suo petrolio. E il primo decreto emesso dal nuovo governo fu di tornare al solo dollaro. “Dunque, anche se entrambe le guerre in Iraq sono state combattute in apparenza per il petrolio, in realtà il motivo era il dollaro” (p. 132).

In Kossovo gli Stati Uniti annunciarono un’azione umanitaria, motivandola con la ‘grande bugia’ del massacro di migliaia di persone di etnia albanese, che a fine guerra si dimostrò una montatura della CIA. L’intervento iniziò nel marzo 1999, a ridosso del lancio ufficiale dell’euro nel gennaio dello stesso anno. “Dopo 72 giorni di bombardamenti incessanti da parte anche delle forze aeree dell’UE, il risultato maggiore ottenuto non fu solo il crollo del regime di Milosevic ma l’inversione del tasso di cambio tra l’euro e il dollaro, che passò da 1 a 1,07, a 1 a 0,82, con un calo del 30%” (p. 133). Appena iniziata la guerra oltre 400 miliardi di dollari furono spostati fuori dall’Europa, metà negli Stati Uniti e metà a Hong Kong. “Fu in quel momento che il mondo rimase scioccato da ciò che accadde: gli americani bombardarono ‘accidentalmente’ l’Ambasciata cinese a Belgrado con cinque bombe di precisione guidate (…). Una settimana dopo, oltre 200 miliardi di dollari bloccati a Hong Kong furono ritirati e, dove finirono mai? Di nuovo negli Stati Uniti” (p. 135). La guerra combattuta dagli americani nel cuore dell’Europa era servita a dimostrare che non tolleravano che l’euro si ponesse senza problemi nel mondo come nuova valuta di riserva.

La guerra in Afghanistan fu intrapresa in fretta e furia, nonostante che, secondo il rapporto del Pentagono al Congresso non fossero ancora pronti. Dopo l’11 settembre un’enorme quantità di denaro, 300-400 miliardi di dollari, aveva già iniziato a lasciare gli Stati Uniti, ed era necessario rassicurare con urgenza gli investitori. “Mentre la guerra progrediva, molto del denaro che era stato ritirato tornava negli Stati Uniti, ripristinando la fiducia del mondo nel clima degli investimenti statunitensi” (p. 137).

L’inverno più freddo sta arrivando

Qiao inserisce anche l’Ucraina in questo panorama, analizzando gli avvenimenti in corso nel 2014. “L’Unione Europea e la Russia sono entrambi giganti a metà, la prima con il potere economico ma non militare, la seconda con il contrario. E se questi due ‘storpi’ si unissero, diventerebbero un gigante completo”: guardando al passato è ovvio che gli Stati Uniti non l’hanno tollerato. Ma il problema che hanno ora riguarda l’UE e, e il loro obiettivo è peggiorare il clima degli investimenti europei con il risultato che stiamo vedendo trilioni di dollari ritirarsi dall’Europea. “Non è difficile vedere l’ombra degli Stati Uniti che si serve della NATO per tenere sotto controllo l’UE” (p. 306).

 “Attraverso la crisi in Ucraina e la guerra civile, gli americani sono riusciti a gettare la regione europea nello scompiglio e, attraverso l’incidente della Crimea, hanno costretto l’Europa a unirsi agli Stati Uniti nell’imporre sanzioni alla Russia. Le sanzioni sono però ‘un’arma a doppio taglio’ perché, se gli europei vogliono sanzionare la Russia, non possono permettere a Putin di ottenere altri petrodollari ma allo stesso tempo devono rinunciare all’energia russa, una scelta per loro piuttosto dolorosa. Gli Stati Uniti, dal canto loro, stanno prendendo due piccioni con una fava: fermano le esportazioni di petrolio russo e mettono l’economia europea in una posizione difficile, creando così la domanda per il proprio petrolio di scisto (p. 126).

La crisi ucraina avviene nel 2014 quando la Federal Reserve ha annunciato la fine dell’allentamento quantitativo con cui ha tentato di curare la grande recessione del 2008. Il dollaro si è fatto sempre più debole e la sua credibilità sempre più discutibile. “Ciò vuol dire, prevede Qiao, che l’offerta di denaro degli Stati Uniti al mondo si stringerà subito, e allora la Reserve ricorrerà alla sua solita tattica per trasformare il dollaro da debole a forte: aumentare i tassi d’interesse. Di conseguenza i capitali internazionali si muoveranno in massa, come ipnotizzati, e si riverseranno negli Stati Uniti, spingendo verso l’alto il debito americano e i mercati azionari, rendendo il dollaro forte e mandando i capitali americani in un altro mercato al rialzo” (p.168).

Quando l’invasione russa dell’Ucraina non è ancora materialmente all’orizzonte, Qiao si attende ‘una goccia che farà traboccare il vaso’. “Perché non importa quanto siano intelligenti gli americani, non importa quanto sia forte il dollaro, il passo finale nella loro strategia per raccogliere la ricchezza globale richiederà una crisi in un punto caldo con un impatto globale. Una volta arrivata la crisi, l’opportunità di usare il dollaro per raccogliere la ricchezza sarà finalmente matura. Sarà quel grado sopra i 99 ° C, che farà raggiungere il punto di ebollizione. La crisi, in questo momento, è l’ultima goccia che farà traboccare il vaso. E nel mezzo di questa depressione, gli americani staranno raccogliendo i beni migliori di tutti i Paesi e le regioni in crisi a prezzi molto bassi, come hanno fatto in Argentina, in Thailandia, a Hong Kong, in Corea, in Russia …” (p. 169).

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