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Il vuoto della politica e l’assenza di alternative


19 Set , 2022|
| 2022 | Visioni

Le prossime elezioni vedranno contrapporsi forze politiche che non sono strutturalmente alternative. Nessuna ha una visione di lungo periodo che si ponga la questione dell’inattualità del capitalismo liberista ancora egemone nonostante le tante promesse mancate. Fondamentalmente la battaglia elettorale si combatte sulla questione dei diritti e delle libertà civili. Uno schieramento liberal-progressista che si contrappone a una destra reazionaria e fascistoide. Grande assente è la questione sociale, come mostra l’ultimo scivolone della politica parlamentare con la votazione dell’emendamento che cancella il tetto di remunerazione per alcune figure di supermanager pubblici.  Manca una visione a lungo raggio circa quelle che sono le priorità del paese. Eppure, crisi ambientale, guerre, impoverimento delle popolazioni e crescita delle disuguaglianze, sfaldamento dei sistemi di welfare, pandemie costituirebbero un buon materiale su cui lavorare per una campagna elettorale di livello. Ma ci vorrebbe, appunto, una visione ad ampio spettro che mirasse a un salto di paradigma. Cosa che si è persa in virtù di una logica che vuole la politica ridotta a semplice amministrazione, condizionata dall’orientamento di quelli che vengono chiamati mercati e che rappresentano un’istituzione autoreferenziale, funzionale a un determinato sistema che si ritiene immutabile. Se secondo i fautori della logica di mercato, questa favorirebbe il benessere dei cittadini, di fatto si è ampiamente constatato che uno sviluppo capitalista basato su mercati competitivi non raggiunge quei risultati auspicati. Il fatto che anche le sinistre mondiali, per una serie di motivi storici ed economici, siano state catturate dalle chimere dei mercati competitivi rende il boccone ancora più amaro. Oggigiorno non vi sono sinistre di governo che, pur davanti al fallimento dei mercati e alle crisi ricorrenti, siano in grado di mettere in discussione i dogmi neoliberali e di prefigurare scenari alternativi.

Se l’ordine neoliberale viene messo in forse dalle ricorrenti crisi del capitalismo, come profetizza lo storico Gary Gerstle, il pericolo è che la soluzione non vada nel senso di una prospettiva di sinistra che metta in discussione lo sviluppo capitalista. Ciò che è probabile, e l’aria che si respira in Occidente sembra avvalorare tale ipotesi, è che si vada verso una soluzione di destra autoritaria. Una soluzione che non metta affatto in discussione l’economia di mercato concorrenziale ma accompagni tale sviluppo con erogazione di assistenza e repressione del dissenso. In fondo un padre del neoliberalismo come von Hayek non era contrario a erogare qualche sussidio alle frange che non ce la facevano. L’importante era non mettere in discussione il sistema e il suo modello estremamente gerarchizzato in funzione dei redditi. L’unico dogma indiscusso, per quel particolare tipo di liberalismo che ha preso piede dagli anni Settanta del Novecento, è il libero funzionamento dei mercati, solo termometro atto a verificare lo stato di salute della libertà in un paese. Tutto il resto, quelle che il vecchio liberalismo considerava diritti civili irrinunciabili, può essere sacrificato a questa unica libertà essenziale. Le destre, in questa logica, si muovono a proprio agio. In fondo, affermava sempre Hayek, il Cile di Pinochet poteva benissimo essere ricompreso tra i regimi liberali, dato che lasciava ampio spazio alle dinamiche di mercato.

In tal senso, il timore delle sinistre circa il ritorno del fascismo non è giustificato. L’esperienza storica del Ventennio mussoliniano non è riproducibile. Piuttosto, siamo in presenza di un altro fascismo, quello denunciato nei primi anni Settanta da Pier Paolo Pasolini e realizzatosi attraverso la società dei consumi. Omologazione massiccia, pensiero unico, controllo pervasivo e non percepito, adesione interiore al regime vigente sono aspetti già raggiunti dal capitalismo attuale. Narrazioni distopiche, quali Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, sembrano essersi inverate nell’attuale società. Lì si narra di tecniche di ipnopedia che servivano a far introiettare agli individui i valori di una società dei consumi rigidamente divisa in caste. Qui, nell’attuale società panoptica, milioni di devices, oltre ad esercitare un controllo puntuale, sono tesi a orientare pensiero e comportamenti degli utilizzatori, mentre la disuguaglianza estrema anche nei paesi sviluppati riproduce una sorta di divisione in caste analoga a quella del romanzo. In tale società le destre si sentono a proprio agio. Focalizzano la loro attenzione nei confronti dei nuovi esclusi in una declinazione postmoderna del nazionalismo novecentesco. I ceti popolari, incapaci di dare un giusto indirizzo al proprio disagio, causato da una società competitiva, generatrice di diseguaglianze e che ritiene i perdenti responsabili della propria sorte, rivolgono il proprio risentimento verso chi sta ancora peggio. Ossia verso quel sottoproletariato composto dai migranti. Le sinistre di governo sono succubi di un cortocircuito sociologico: non mettono in discussione il sistema e auspicano giuste politiche di inclusione e di solidarietà nei confronti dei migranti. Ma abbandonando il concetto di conflitto sociale, non si è fatto altro che spostare tale conflitto da una dimensione verticale a una orizzontale: tra perdenti. Senza incoraggiare politiche di redistribuzione, in una dinamica di redditi sempre più polarizzata, la nuova classe dei migranti, più propensa ai sacrifici in prospettiva di guadagni futuri, viene vista dai ceti popolari nazionali come minaccia alle proprie piccole certezze e privilegi. Questo è un terreno estremamente favorevole alla destra. Spacciandosi come il partito della responsabilità, dell’efficienza e dell’affidabilità la sinistra non fa che allontanarsi sempre più dai ceti storici di riferimento e sposta verso destra l’asse della rappresentanza e dell’elettorato. La destra sembra maggiormente consapevole dei comportamenti elettorali e delle dinamiche di psicologia sociale. Per le quali, ad esempio, la povertà, almeno nei paesi sviluppati, è quasi sempre relativa e deriva dal confronto con gli altri. Per questo, a situazione sociale immutata, possiamo sentirci più ricchi e soddisfatti se troviamo ceti che occupano un gradino sottostante il nostro nella scala sociale. E anche per questo, ceti che tradizionalmente votavano a sinistra si sentono più confortati dai programmi della destra.

Quello di cui si sente urgente bisogno è rifondare la sinistra secondo logiche che abbandonino l’infatuazione del capitalismo concorrenziale e rimettano al centro dell’agenda le politiche sociali e ambientali accantonando la dittatura del Pil. Su ambiente e conflitto ucraino, ad esempio, c’è una certa omogeneità tra i maggiori partiti in competizione. Posizioni anodine per il primo e filoatlantiste per il secondo. La stessa guerra può essere considerata il portato di logiche neoliberali concorrenziali che hanno spostato la competizione a livello degli stati. Il fatto che la sinistra abbia abbracciato acriticamente la posizione atlantica ha fatto sì che si perdesse l’occasione di formare un polo equidistante che perseguisse la pace come principio indiscutibile. Perché anche la guerra ha ripercussioni sociali dato che la decidono i ricchi per farla fare ai poveri. Ed è un altro modo per spostare il conflitto sociale dalla dimensione verticale a quella orizzontale.

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