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Perché le classi popolari hanno scelto il M5S e non la sinistra


23 Set , 2022|
| 2022 | Sassi nello stagno

A sinistra si procede normalmente assumendo che nessun risultato politico reale possa essere ottenuto senza un’ampia partecipazione dei cittadini. Questo assunto deriva dalla mitologia della sinistra contemporanea, che vede nel movimento operaio e poi nelle rivolte del ’68 due immagini cardine.

Non voglio mettere in discussione l’assunto, che in buona parte condivido, ma il modo specifico in cui questo assunto si è incastrato con altre rappresentazioni fondative. E qui gioca un ruolo fondamentale la conflazione del movimento operaio e delle rivolte postmaterialiste del post-’68 all’interno dell’etichetta della “partecipazione”.

In entrambi i casi, naturalmente, di partecipazione si è trattato. Ma di partecipazione radicata in processi sociali differenti. Per farla semplice, il movimento operaio si è costituito sulla base di mobilitazioni di natura organizzativa: la forza dei sindacati, la loro formalizzazione, la loro integrazione all’interno di un processo produttivo in cui la forza lavoro aveva una funzione e un sistema relazionale molto chiaro. Partecipare nel sindacato per milioni di persone non è stata propriamente una scelta, ma l’esito quasi naturale di processi organizzativi oggettivi che hanno calamitato milioni di cittadini. Nonostante la fatica ed il rischio, per certi versi si può immaginare che essere iscritti ad un sindacato fosse, in alcuni tempi e contesti, un comportamento pressochè conformistico.

Al contrario, la partecipazione post-’68 ha visto crescere progressivamente il ruolo di persone di ceto medio e molto istruite, che hanno trasferito nella partecipazione la propria ricerca di un senso dell’esistenza in un contesto di crescente incertezza identitaria. Questa ricerca di senso ha trovato un aggancio nei piaceri della partecipazione e della comunità, ma anche nello slancio verso un futuro diverso, migliore, in una società più libera, eguale, attenta.

E’ importante notare come questi due tipi di partecipazione siano molto differenti. Nel primo caso si tratta di una partecipazione in cui l’impegno cognitivo è tutto sommato contenuto. Il senso della vita ed il senso comune non sono messi in discussione, ma al contrario sono la linfa vitale che produce una comunanza di condizione. Nella “nuova” partecipazione i processi mentali sono più complessi, raffinati; prevedono la messa in discussione del dato per scontato, una lacerazione profonda tra la minoranza attiva e il resto della società.

Ecco, io credo che la sinistra, figlia di entrambe le forme di partecipazione, avendo avuto negli ultimi decenni esperienza pressochè solo della seconda forma, abbia finito per dimenticare la prima. E la prima partecipazione insegnava proprio questo: che l’essere umano è per la maggior parte sovrastato dall’inerzia della propria condizione di vita. Se si vuole generare partecipazione di massa occorre trovare un modo per incunearsi nell’inerzia, nelle condizioni materiali dell’esistenza, nel senso comune, di milioni di persone.

La differenza è dunque che il movimento operaio ha saputo incunearsi nell’inerzia esistenziale di milioni di persone, la sinistra post-’68 ha saputo incunearsi nell’inerzia esistenziale di molte meno persone. Non do un giudizio di valore perché ritengo entrambe le forme di partecipazione un patrimonio dell’umanità, ma i numeri parlano chiaro.

Vista così la questione, si capisce perché il M5S ha saputo sfondare tra le classi popolari molto di più rispetto alla sinistra radicale. Se viviamo in tempi di atomizzazione individuo-familistica e di passivizzazione, in cui l’impotenza di fatto si è tradotta in cifra identitaria per gran parte dei cittadini, è chiaro che non è possibile sfruttare un’inerzia partecipativa, perché l’inerzia sociale è orientata alla passività. Il M5S ha saputo instaurare una relazione in cui ha offerto qualcosa alle masse, qualcosa di sociale con un sentore di progresso, ma senza chiedere loro in cambio attivazione. Ha convinto milioni di italiani che si possa ottenere un minimo progresso senza violentare l’inerzia sociale. Per questo ha sfondato, per questo motivo Conte non è un innovatore ma un interprete di questa tradizione che, se il risultato del 25 settembre sarà buono, potremo dire essersi istituzionalizzata e radicata.

Prendiamo nota.

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