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In difesa del reddito di cittadinanza


22 Nov , 2022|
| 2022 | Visioni

Alcuni dati prima di iniziare:

  • Nel 2021, in Italia i posti di lavoro vacanti disponibili erano quasi 400.000 a fronte di 2,3 milioni di disoccupati ufficiali, per un rapporto di 1 a 6 (aggiungendo i 13,3 milioni di inattivi, il rapporto complessivo è di 1 a 40);
  • Solo il 18,8%, ovvero meno di un quinto dei percettori occupabili del reddito di cittadinanza ha trovato finora un lavoro (circa 124.000 su 660.000);
  • Il 73% dei percettori occupabili del sussidio non ha lavorato nel triennio precedente, andando così ad ingrossare le fila dei “disoccupati strutturali” o di lungo termine (difficilmente assumibili agli occhi delle aziende private for profit);
  • In Italia quasi 1 lavoratore dipendente su 3 guadagna meno di 1000 euro al mese, mentre il 23% dei lavoratori guadagna meno della soglia massima di reddito di cittadinanza per un single che vive in affitto (meno di 780 euro), una condizione di “lavoro povero” che riguarda specialmente i lavoratori a termine e/o part-time presenti soprattutto tra le donne, i giovani e gli immigrati, e specialmente al  Sud e nelle Isole;
  • Tra i pochi percettori occupabili del reddito di cittadinanza che hanno trovato un lavoro, quasi il 40% ha ottenuto un contratto a termine (superando il 55% nel caso di percettori occupabili under 30); mentre negli ultimi tre anni di attuazione del reddito di cittadinanza il 60% dei percettori in età lavorativa del sussidio che hanno trovato lavoro hanno ottenuto un impiego a tempo parziale;
  • I percettori occupabili del RdC si sono aggiunti, da un lato e in misura prevalente, alla massa di disoccupati di lungo termine e, dall’altro e in misura inferiore, alle fila crescenti di “lavoratori poveri”, rimanendo così intrappolati nelle secche della disoccupazione reale [1].

Negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi sono stati dedicati fiumi di parole e di inchiostro al reddito di cittadinanza (per brevità, RdC o reddito), con riferimento alla sua efficacia, ai suoi punti di forza e di debolezza, alle sue contraddizioni. La critica divenuta dominante nei confronti dei percettori del reddito ha palesemente assunto tratti moralistici, classisti e violenti, ed è volta a stereotipare i beneficiari del sussidio come presunti “vagabondi e parassiti” della società i quali, si dice, vivrebbero sulle spalle di chi davvero lavora, in quanto persona semplicemente vogliosa di lavorare e che, in aggiunta, paga le tasse e manda, presumibilmente, avanti il Paese. Solitamente, si afferma che il RdC costituirebbe un problema, in quanto “incentivo a stare a casa e a non fare niente”, nonché un ostacolo per le imprese nella loro ricerca di persone disposte ad essere impiegate, specialmente in settori e sotto-settori quali l’agricoltura, il turismo e la ristorazione. Di conseguenza, questa narrazione porta a ritenere il RdC come ingiusto, come una protezione divenuta paradossalmente inaccettabile privilegio. In altri termini, secondo questa retorica, il problema dell’Italia sembrerebbe non essere più rappresentato dalla carenza cronica e di massa di posti di lavoro rispetto al numero di persone che sono in grado e desiderano lavorare. Il problema principale non sembrerebbe essere più quello della disoccupazione involontaria, ma quello della disoccupazione volontaria! La carenza, addirittura, non sarebbe nei posti di lavoro, ma nella presunta “voglia di lavorare” da parte dei disoccupati, soprattutto da parte di quelli che, al contempo, percepiscono il RdC. 

Il problema della disoccupazione involontaria (di massa).  

Pur accettando, per il momento, l’ipotesi che i percettori occupabili del RdC siano tutte persone che hanno oramai coltivato “voglia di non lavorare”, in virtù della presunta “comodità” data dal “sussidio-privilegio”, siamo davvero sicuri che anche qualora queste persone volessero davvero lavorare sarebbero ad oggi in grado di farlo? Queste persone, così come tutte le altre persone che non hanno né un lavoro e neppure accesso al RdC, sarebbero in grado di soddisfare la propria eventuale volontà di lavorare? In sostanza, siamo davvero sicuri che il problema in Italia sia la disoccupazione “volontaria”, piuttosto che quella involontaria

Sebbene basterebbe richiamare le tre crisi e recessioni patite in Italia e in altri Paesi negli ultimi 15 anni circa per capire che due dei “principali mali” del nostro tipo di società (capitalista) siano rappresentati dalla disoccupazione involontaria e dalle elevate disuguaglianze sociali, per poter seriamente rispondere a domande di questo tipo bisogna partire dall’osservazione dei dati ottenuti da fonti ufficiali e compiere un raffronto tra il numero di posti di lavoro vacanti disponibili [2]e la totalità dei disoccupati ufficiali. 

Secondo i dati Istat (http://dati.istat.it/), nel 2021 il tasso di posti di lavoro vacanti disponibili in tutte le imprese dell’industria e dei servizi con dipendenti è stato pari, in media, all’1,8% del totale dei posti di lavoro occupati. Si tratta di quasi 400mila posti di lavoro vacanti disponibili a fronte di almeno 2,3 milioni di disoccupati ufficiali, nello stesso periodo. In altri termini, nel 2021 in Italia si aveva disponibile un posto di lavoro vacante ogni, almeno, sei disoccupati ufficiali. Escludendo dal raffronto gli oltre 13 milioni di inattivi nel periodo di riferimento, notiamo come questo rapporto sia di gran lunga sottostimante la realtà, essendo realmente pari ad un posto di lavoro vacante disponibile ogni quaranta persone tra disoccupate e inattive. Considerando, dunque, i soli disoccupati ufficiali, sappiamo che per almeno ogni sei di questi cinque rimangono necessariamente senza un lavoro, spesso e volentieri contro la propria volontà. Fino a prova contraria. Fino a quando, cioè, i posti di lavoro vacanti disponibili nella società non saranno numericamente superiori al numero di persone disoccupate (e inattive) in un dato periodo (una situazione che viene definita come “piena occupazione stretta”).

Come possiamo osservare dai dati Istat sui posti di lavoro vacanti disponibili, il reale problema in Italia, non è tanto quello di “far incontrare domanda e offerta di lavoro”, ma è piuttosto quello di una domanda o richiesta troppo bassa di forza lavoro da parte delle imprese (e, in primis, dello Stato). Il problema è quello di avere all’interno del nostro Paese (tanto nel settore privato quanto in quello pubblico) un numero di posti di lavoro che è troppo basso per poter soddisfare l’esigenza e il desiderio di lavorare di tutti coloro i quali sono in grado e desiderano farlo. Va da sè, che tale carenza enorme di posti di lavoro si rifletta anche nelle dinamiche di uscita dalla sfera di protezione del RdC da parte dei beneficiari che risultano occupabili. 

Infatti, secondo l’ultimo monitoraggio svolto da Anpal, solo il 18,8% (ossia 124.000) dei 660.000 percettori occupabili del sussidio ha trovato un posto di lavoro. Vale a dire meno di un quinto. Il 73% degli occupabili non ha lavorato nel triennio precedente, aggiungendosi così alle fila dei “disoccupati strutturali” o disoccupati di lungo termine che, secondo le logiche privatistiche di assunzione, finiscono inevitabilmente per essere “inoccupabili” (o non appetibili) agli occhi delle aziende. Per quanto riguarda la platea dei beneficiari del Rdc che hanno trovato un impiego, la maggiore incidenza si registra nelle regioni centro settentrionali, con valori compresi tra il 27% e il 31%, rispetto al 18,6% delle regioni del sud e il 16,7% delle isole. Un dato che, piuttosto che essere indicativo di inesistenti quanto fantasiosi “vizi e difetti antropologici” dei lavoratori e delle lavoratrici meridionali, risulta essere in linea con l’andamento del mercato del lavoro nelle rispettive aree geografiche, con il Sud e le Isole che patiscono una carenza di posti di lavoro ben più elevata rispetto alla media nazionale. Per quanto riguarda invece gli ingressi, nel 63,5% dei casi si tratta di nuovi percettori del sussidio, mentre nel restante 36,5% si tratta di persone rientrate nella sfera di protezione del RdC in seguito alla presentazione di una nuova domanda, sintomo lampante di una carenza significativa di posti di lavoro all’interno della nostra società. Da questa analisi, risulta evidente come in Italia di lavoro non ve ne sia a sufficienza e che, per averne uno, non basti affatto avere solo “voglia di lavorare”[3]. Inoltre, quando si ha la fortuna di averlo un lavoro, si tratta spesso di posti di lavoro dalle condizioni instabili e assolutamente indecorose! Infatti, in aggiunta al problema della disoccupazione involontaria, vi è anche il problema delle condizioni di lavoro, che in Italia in moltissimi casi, oramai da tempo, hanno assunto i caratteri di un vero e proprio indegno sfruttamento.

Il problema delle condizioni (di sfruttamento) del lavoro.  

Supponiamo ora, che tutti i percettori occupabili del RdC fossero costretti da domani ad accettare qualsiasi lavoro, a qualsiasi condizioni offerte e che avessero solo una possibilità per farlo, pena il decadimento del beneficio del reddito [4]. Quali sarebbero le condizioni di lavoro che, nella stragrande maggioranza dei casi oggi in Italia, si ritroverebbero costretti ad accettare i diversi percettori occupabili del RdC, pena la perdita del sussidio? 

Secondo i risultati contenuti nell’ultimo rapporto annuale dell’INPS: nel 2021 in Italia esistono 4,3 milioni di lavoratori che (soprav)vivono con un salario orario al di sotto di 9 euro, un numero pari ben al 28% dei lavoratori totali (la soglia di 9 euro orari è quella indicata come salario orario minimo legale nella proposta avanzata dalla M5S Nunzia Catalfo). In aggiunta, considerando anche i part-time, in Italia quasi un lavoratore dipendente su tre guadagna meno di 1000 euro al mese, mentre il 23% dei lavoratori guadagna meno dei 780 euro al mese che rappresentano la soglia d’importo massima dell’assegno di RdC per un single che vive in affitto. “Ironia della sorte”; tra questi, vi sono anche proprio quegli ex percettori del RdC che, nel frattempo, erano stati perfino stigmatizzati come pigri o “vagabondi”. Secondo i dati Anpal, i percettori occupabili del RdC che hanno trovato un impiego, il 53,5% ha un rapporto di lavoro a tempo indeterminato o in apprendistato, mentre il 39,2% a tempo determinato; in aggiunta, secondo i dati INPS, nei tre anni di implementazione del RdC (aprile 2019 – aprile 2022), il 60% dei percettori in età lavorativa che hanno trovato un lavoro hanno ottenuto un impiego part-time.  L’incidenza degli occupati con contratti a termine supera il 55% per gli under 30. Insomma, da un lato e nella prevalenza dei casi, i percettori occupabili del RdC sono andati ad ingrossare le file dei disoccupati di lungo termine; dall’altro e per una minima parte, sono andati ad aggiungersi alla platea sempre più ampia di “lavoratori poveri” (lavoratori a tempo parziale e/o con contratto a termine), rimanendo così intrappolati nelle secche della disoccupazione reale.

Il RdC avrà pur conseguito il suo obiettivo di attenuare le condizioni estreme di povertà assoluta, ma non è stato in grado di eliminare la povertà, in quanto non è stato ideato come dispositivo istituzionale volto alla diretta creazione di posti di lavoro a condizioni relativamente dignitose.

Come hanno affermato la stessa INPS e lo stesso Tridico, guardando alla generalità degli occupati, la metà più povera ha perso quote di reddito tra il 2005 e 2020.  La perdita di reddito subita dal 50% più povero dei lavoratori è legata all’incremento della quota di lavoratori a termine e/o a tempo parziale tra le file degli occupati, soprattutto per i lavoratori part-year, che lavorano, cioè, per una parte ridotta dell’anno. Questa dinamica socialmente ed economicamente regressiva ha interessato soprattutto, ma non solo, le donne, i giovani e gli immigrati, ed è maggiormente presente al Centro, al Sud e nelle Isole. Infine, in linea con il peggioramento delle condizioni di lavoro, la povertà assoluta è triplicata nel periodo che va dal 2005 (anno di inizio rilevazione Istat) al 2021, passando dagli 1,8 milioni di individui poveri ai 5,6 milioni del 2021 (una cifra pari quasi al 10% della popolazione nazionale).

La vera fotografia del mondo del lavoro in Italia è, dunque, questa: o si è disoccupati involontari (o inattivi) oppure, in alternativa, si ha la “fortuna” di essere, spesso e volentieri, sfruttati. E questa fotografia, come visto, interessa direttamente la quotidianità anche dei percettori occupabili del RdC.

Il RdC può essere concepito come un dispositivo istituzionale che fornisce un minimo di protezione, seppur condizionata, ovvero a breve termine, in primis, contro la povertà assoluta estrema e, secondariamente, contro lo sfruttamento e forme moderne di schiavitù lavorativa. Non si può pensare che, in un tale contesto di diffuse e laceranti ingiustizie e barbarie sociali, il problema sia rappresentato da un sussidio pari lo scorso anno a 548 euro medi mensili e che, per giunta, è divenuto e diverrà sempre più violentemente condizionato. Se un sussidio di 548 euro fa concorrenza ai salari, soprattutto in settori e sotto-settori con produzioni a più basso valore aggiunto come proprio l’agricoltura, il turismo e la ristorazione, allora il problema è dato dal livello troppo basso dei salari e degli stipendi! 

Le questioni del diritto al lavoro e delle condizioni dignitose del lavoro sono questioni riguardanti la tutela dei diritti fondamentali costituzionalmente garantiti; ovvero la dignità della persona umana, del cittadino e del lavoratore, la “libertà da” e la “libertà di”. Sono una questione di progresso socio-economico, culturale e democratico di un Paese. Di conseguenza, tutte quelle persone che percepivano il RdC e, potendo farlo, hanno rifiutato condizioni indegne di sfruttamento per dei posti di lavoro che erano – miracolosamente – disponibili, dovrebbero ricevere tutta la solidarietà da parte della politica e della maggioranza della popolazione, piuttosto che venire colpevolizzate e stigmatizzate per aver semplicemente deciso di non voler essere sfruttate da nessuno in condizioni di barbaro sfruttamento (per lo meno fino a quando le “condizioni per il mantenimento” del sussidio lo consentiranno)!

Il pericoloso sentiero politico anti-costituzionale e una prospettiva alternativa.

La risposta ragionata e documentata fornita da questo articolo alla solita “propaganda anti-RdC” non implica, di certo, che il RdC vada solo difeso e che non vada affatto criticato. L’analisi appena condotta ci porta a difendere lo strumento del RdC da un certo tipo di critiche e, da tale difesa, a procedere avanzando una critica di stampo costituzionale. L’approccio liberista di sostegno condizionato al reddito per i disoccupati in povertà estrema – tipico delle misure di workfare come il RdC (sussidio in cambio dell’obbligo di lavorare) non è minimamente accettabile per un Paese come l’Italia che si voglia ritenere democratico, civile e “progredito” e che al contrario, secondo quanto stabilito dalla sua Costituzione, dovrebbe ispirarsi a dei principi valoriali e ad una logica di Welfare State democratico.

La scelta di inasprire le condizioni per il mantenimento del sussidio in senso punitivo, come fatto dal precedente governo Draghi [5] e come si appresterà a fare l’attuale esecutivo Meloni, risulta politicamente inaccettabile, in quanto fondata su ipotesi fantasiose e assunti non in linea con le evidenze empiriche. Infatti, le sanzioni punitive del nuovo RdC in versione meloniana riguarderanno sia i beneficiari occupabili che si rifiuteranno di accettare, per qualsiasi motivo, anche una sola (eventuale) offerta di lavoro (magari proprio perché ritenuta indegna ed immeritevole!) e sia i beneficiari occupabili che, dopo più periodi di attesa, non avranno ricevuto alcuna proposta di lavoro, per i quali saranno applicate sistematiche riduzioni del sussidio per importi ciascuna pari al 25% dell’assegno. In entrambi i casi, oltre al danno di uno Stato che non garantisce più il diritto al lavoro e i diritti dei lavoratori, abbiamo anche la beffa di uno Stato che punisce chi, magari, si rifiuta di accettare condizioni lavorative di estenuante sfruttamento o chi, contro la propria volontà, un lavoro non ce l’ha e non riesce a ottenerlo neanche dopo mesi, se non anni di attesa. Ancora una volta assistiamo a delle misure liberticide e socialmente regressive da parte di governi “liberisti” intese a colpevolizzare e a punire i disoccupati e i poveri per la propria condizione materiale di vita, ossia per il fatto di non avere un lavoro che là fuori, in Italia, ad oggi semplicemente non esiste – per tutte le persone in grado e desiderose di lavorare.

Questo approccio ricattatorio e oppressivo nei confronti delle persone disoccupate che ricevono un sussidio come il RdC rimanda ad un percorso pluridecennale di pericolose tendenze politiche di “ordo-liberismo securitario” (xenofobo e omofobo), ovvero di pericolose tendenze politiche totalmente anti-costituzionali. Lo stato, secondo quanto disposto dall’art.3, comma 2 della Costituzione, dovrebbe, piuttosto, provvedere “a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, mediante, prima di tutto, la garanzia effettiva del diritto ad un lavoro dignitoso (artt. 4 e 38) e dei vari diritti sociali definiti dalla carta (artt. 2-4 e 29-38). Siamo così passati dall’idea, insita anche proprio nella nostra costituzione, di “Stato sociale (welfare state) o barbarie” all’idea e all’assetto istituzionale-politico del “work-fare state e barbarie”.

Uno dei principali motivi del profondo e lungo declino socio-economico del Paese risiede proprio nel fatto che la nostra classe politica abbia smesso di essere classe “dirigente”, ovvero abbia smesso da tempo di pianificare e programmare lo sviluppo economico del Paese. La classe politica ha da tempo negato e rinnegato l’importanza che lo stato crei direttamentebuoni posti di lavoro, sia in via permanente che in via transitoria. Ha da tempo negato l’importanza cruciale di pianificare e realizzare ambiziosi investimenti pubblici, l’importanza di disciplinare, condizionare e indirizzare la finanza e gli investimenti privati verso obiettivi sociali fondamentali, nonché l’importanza di fornire adeguate reti di protezione sociale.

Tra queste reti di protezione sociale, oltre a quelle di assistenzialismo sociale rivolte alle persone che non sono in grado e/o non dovrebbero lavorare (persone affette da gravi disabilità, minori e anziani), troviamo proprio i programmi di lavoro. Quella dei programmi di lavoro rappresenta una proposta inizialmente pensata circa due secoli fa e che ha incontrato un secolo di applicazione pratica in più Paesi e continenti (sebbene in misura parziale e mai universale, oltre che in misura temporanea e mai permanente). I programmi di lavoro potrebbero costituire un’efficace e radicale soluzione ai vari problemi irrisolti dal RdC a quattro anni dalla sua implementazione. Una soluzione per i problemi drammatici quali la disoccupazione involontaria, specie strutturale (di lungo termine), l’inattività, la precarietà lavorativa, la sotto-occupazione, i salari e gli stipendi da fame e tutto ciò che di socialmente ed economicamente devastante ne deriva per la maggioranza del Paese, a partire proprio dalla povertà, estrema e non.

Note.

[1] Per disoccupazione reale s’intende la somma dei disoccupati ufficiali, degli inattivi e dei sotto-occupati/part-timer involontari.

[2] Secondo l’Istat, i posti di lavoro vacanti si riferiscono alle ricerche di personale che, alla data di riferimento (l’ultimo giorno del trimestre), sono iniziate e non ancora concluse. In altre parole, i posti di lavoro retribuiti (nuovi o già esistenti, purché liberi o in procinto di liberarsi) per i quali il datore di lavoro cerca attivamente al di fuori dell’impresa un candidato adatto ed è disposto a fare sforzi supplementari per trovarlo. In particolare, il tasso di posti vacanti è il rapporto percentuale fra il numero di posti vacanti e la somma di questi ultimi con le posizioni lavorative occupate.

[3] Ad onor del vero, all’interno di un’economia monetaria come la nostra, dove tutti noi contraiamo obblighi di pagamento che sono denominati in moneta e che possono essere onorati solamente in moneta, per la maggioranza delle persone che non possiede grandi capitali e mezzi di produzione non esiste alcuna scelta di non lavorare, in quanto si è costretti a vendere la propria forza lavoro e il proprio tempo in cambio di un reddito (salario o stipendio) monetario, pena la messa a repentaglio della propria stessa sopravvivenza. Chi può permettersi di non lavorare è, semmai, un individuo che possiede ingenti capitali, che vive, dunque, di redditi da capitale (profitti e/o rendite) e non necessita di percepire reddito da lavoro per poter vivere dignitosamente. Solitamente, questo non è il caso della maggioranza della società che, appunto vive di lavoro. Soprattutto dei figli e delle figlie della classe dei lavoratori dipendenti e autonomi, e dei micro-imprenditori. Quindi, in un’economia monetaria e in una società non egualitaria e divisa in classi sociali com’è il caso della società capitalista, parlare di “voglia di non lavorare” da parte dei componenti della maggioranza che vive di lavoro rappresenta tanto un esercizio inutile quanto un banale non-sense. 

[4] Questo richiede, a sua volta, di assumere che tutti i percettori occupabili del RdC siano in grado effettivamente di ottenere un nuovo lavoro – il che richiede astrattamente di sorvolare, per ora, sull’impossibilità di un tale scenario, data la carenza di massa di posti di lavoro nel Paese (e data, in aggiunta, l’elevata probabilità di ritornare in recessione nel 2023).

[5] Di recente, è stato proprio il governo Draghi ad inasprire le ragioni della decadenza del sussidio. In particolare, il governo Draghi ha ridotto il numero di “offerte di lavoro” che possono essere rifiutate da un percettore occupabile del reddito, portandole a due rispetto alle tre iniziali previste dalla prima versione 5stelle della misura. In particolare, fu stabilito che la somma versata alle famiglie con al loro interno persone in grado di cercare lavoro decresce con il tempo: dopo sei mesi si riduce di cinque euro ogni mese finché uno dei membri del nucleo familiare non sottoscriverà un contratto di lavoro. Per un taglio totale che ammontava a 60 euro, ovvero il 10% della prestazione totale. Sulla scia di questa riforma delle condizionalità del RdC, il governo Meloni ne apporterà un’altra o altre di carattere ancora più rigido e violento.

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