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Il rischio d’impresa meno rischioso


4 Gen , 2023|
| 2022 | Visioni

 La politica, e non solo quella di centro-destra o di destra-centro, ha un nuovo slogan: posti di lavoro, benessere, ricchezza dipendono dalle imprese. Uno slogan che non ha mancato di coniugare la Presidente del Consiglio alla conferenza stampa di fine anno: «non è lo Stato che genera lavoro, lo Stato può creare le condizioni per favorire chi crea lavoro, ma il lavoro lo creano le aziende con le loro capacità». Sicché il futuro del Paese sarebbe consegnato agli imprenditori. In parte è vero. Ma solo in parte. Per esempio, ci sarebbero anche i lavoratori; e in generale i cittadini. Masse, non singoli o categorie. Masse che sono divenute irrilevanti, anche politicamente? Più sì che no; ma qui si apre un altro discorso volto a ricercare le ragioni per cui a questo siamo arrivati. Se vogliamo, possiamo anche dire che è stato il neo-liberismo, ma la realtà a me pare più complessa e più difficile da decifrare.

 Qui il punto è, però, un altro. Dire che l’avanzamento è conseguenza dell’inventiva, della tenacia, dell’abilità di chi fa impresa, in un contesto in cui è riconosciuta e favorita la libera iniziativa economica, è quasi una banalità, anzi lo è. Può suscitare fastidio la sua parzialità. Ma resta una banalità. Uno slogan – retoricamente un topos – entrato nel catalogo dell’odierna comunicazione politica. Fosse così non varrebbe la pena di preoccuparsene più di tanto. Ma non è così. La politica, da una parte e dall’altra, è andata oltre: vediamo un po’.

 L’impressione è che quello slogan sia stato assunto – o che, almeno, si dia una tendenza in questa direzione – nel novero delle premesse del sistema economico (mi riferisco all’Italia, ma l’indagine potrebbe utilmente allargarsi agli altri Stati dell’UE). Ci si preoccupa sempre di più di ‘aiutare’ le imprese, anche quelle piccole. Lo abbiamo visto in questi anni di pandemia e di crisi energetica: ristori e bonus a pioggia. Un errore? In assoluto no; semmai l’errore è stato quello di non verificare, di non distinguere perché la consistenza economica delle imprese non è in tutte esattamente la stessa. Poi si potrebbe anche aggiungere, a proposito dei bonus, che era prevedibile creassero delle discriminazioni ingiustificate tra i settori produttivi; e, conoscendo il default etico corrente qua da noi, facilmente essi sarebbero stati strumentalizzati al fine di trarne vantaggi indebiti (cioè truffando).

 Ma, ripeto, va bene, si aiutino pure le imprese sperando che si salvino – o si creino – posti di lavoro. Però ciò innesca un’evoluzione a livello categoriale. Chi abbia studiato su L’imprenditore di Francesco Galgano (un volumetto splendido), ricorderà che l’Autore evocava il rischio d’impresa quale carattere dell’impresa libera: si dirà che questo è ovvio, ma Galgano vi faceva riferimento da giurista, pensando, cioè, che da ciò ne dovesse risultare conformato lo statuto dell’imprenditore. Se lo Stato interviene e aiuta un imprenditore e questi si risolleva e torna a far profitto, magari parecchio, è corretto che gli si debba chiedere qualcosa in cambio: l’aiuto non è sceso dal cielo, ma lo hanno pagato i cittadini. E il rischio di impresa a questo punto non è più quello di prima: è mutato attraverso la variante dell’aiuto.

 Il passaggio è semplice, anzi banale; ma allora piacerebbe che anche questa banalità venisse introdotta nel catalogo del discorso politico. Il governo Meloni sembra lungi dal farlo: forse non ci ha pensato, forse non ha presente le categorie e le coordinate fondamentali. Più probabile è che la ragione sia quella di favore verso un ceto – piccoli imprenditori, professionisti con fatturati, dichiarati, di entità contenuta, partite iva – che lo ha votato e che si spera continui a farlo. L’aumento del contante (da 1000 a 5000 euro) e la flat tax fino a 85000 euro vanno esattamente in questa direzione. Come pure l’eliminazione del Pos fino a 60 euro, poi rientrata. In questo contesto di contribuenti si annida, pare, la maggior parte degli evasori. Allora è difficile credere alla Presidente Meloni quando dichiara solennemente, quasi giurando, di voler perseguire l’interesse della Repubblica o, come ripete ad oltranza, della Nazione, prescindendo da ogni calcolo elettorale. Spiace tanto, ma è molto difficile crederle.

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