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Inflazione, salari , pensioni, adeguamenti al costo della vita: il pasticciaccio del Governo e delle politiche di austerità


15 Gen , 2023|
| 2022 | Sassi nello stagno

Esistono luoghi comuni duri a morire, e uno dei più gettonati negli ambienti liberal o neoliberisti è quello della inflazione da combattere ad ogni costo perché ogni suo aumento avrebbe impatti negativi sulle dinamiche salariali. E sulla base di questa granitica certezza si sono costruite politiche di austerità pensando che l’intervento pubblico sia solo una iattura per il buon andamento dell’economia, salvo poi ricredersi ogni qual volta si bussa alla porta dello Stato per gli ammortizzatori sociali, la defiscalizzazione dei premi o per avere politiche salariali e contrattuali  all’insegna della riduzione di spesa.

Solo pochi anni fa si pensava che la soluzione fosse legata al quantitative easing, aumentando la circolazione della moneta che a sua volta serviva per l’acquisto dei titoli. L’aumento della liquidità presupponeva bassi tassi di interessi e gli interventi dell’autorità finanziaria e dei Governi sono serviti a ritardare lo scoppio della crisi che poi, con l’arrivo della guerra, è parso irreversibile anche per processi speculativi attorno ai costi e alle forniture dei generi energetici.

Ammesso, ma non concesso, che si prenda per buona la teoria della inflazione solo come fattore monetario, il mercato non è la forza che ristabilisce l’equilibrio nei prezzi e dei costi al consumo, crederlo ha fatto comodo per favorire i processi di privatizzazione e ridimensionare l’intervento pubblico e statale nell’economia.

Fatto sta che l’inflazione ha ripreso a crescere e tra le cause scatenanti ci sono gli effetti della guerra e dei processi delle scelte Ue e Nato.

Ma a questo punto siamo obbligati a ridicolizzare , o se preferite confutare, un altro luogo comune: quello della inflazione come causa principale della perdita di potere di acquisto dei salari e delle pensioni.

A fine 2022 i dati dell’inflazione viaggiano sopra l’11 per cento. Crescendo l’inflazione il potere di acquisto di salari e pensioni diminuisce ma esistono anche altre spiegazioni senza dubbio convincenti.

Per anni è stata contenuta l’inflazione con politiche di austerità che tuttavia non hanno preservato i salari dalla perdita di potere di acquisto, tanto che gli stipendi italiani sono rimasti per quasi 30 anni fermi; siamo il fanalino di coda quanto a potere di acquisto fra i paesi Ue.

Cosa si evince da queste considerazioni? Che ci hanno letteralmente raggirato facendoci credere alle politiche di austerità come indispensabili per salvaguardare i nostri salari, quando invece accadeva l’esatto contrario. Riducendo l’inflazione non è automatica la tenuta del potere di acquisto specie se si precarizzano i rapporti di lavoro o vengono alimentati meccanismi perversi come quelli che sanciscono rinnovi dei contratti nazionali al massimo ribasso. I due aspetti, inflazione e dinamiche salariali, vanno letti insieme e soprattutto in una ottica diversa da quella liberista, senza dimenticare il ruolo dello Stato e i suoi interventi che possono far pesare la bilancia o a favore dei padroni e del capitale (come avviene ormai da decenni) o scegliere , in determinati periodi storici, invece una sorta di bilanciamento degli interessi opposti (capitale e lavoro).

Nel 1980 registriamo il picco della inflazione pari al 21,2% ma allora il potere di acquisto era salvaguardato dalla scala mobile che negli anni successivi venne liquidata con il silenzio assenso di parte del sindacato. Con la scala mobile i salari dormivano sonni tranquilli, idem le pensioni, salvaguardando il loro potere di acquisto. Tutto dipende allora dal punto di vista: se subordini gli interessi di classe a quelli dell’economia capitalista crederai alla storiella che i conti in ordine dello stato siano un vantaggio soprattutto per la classe lavoratrice e alla fine penserai che le privatizzazioni siano in fondo giuste.

Avere perso un punto di vista alternativo e di classe è stata una sventura, non potere contare su intellettuali coerenti e organici alla classe lavoratrice e su organizzazioni sindacali e politiche di riferimento ha completato l’opera.

Ma torniamo ai nostri giorni, ai dati dell’inflazione attorno all’8% secondo le previsioni per l’anno appena iniziato.

Quanto sopra scritto dovrebbe essere di aiuto per arrivare a poche considerazioni: salari e pensioni non si tutelano mantenendo bassa l’inflazione e mortificando gli investimenti pubblici, combattendo la prima salvaguardi solo in parte il potere di acquisto, per una piena tutela del quale occorre intervenire con altre misure come l’adeguamento automatico dei salari e delle pensioni al costo della vita, e attuare regole in materia di contratti e lavoro non alla insegna della precarietà. Ma negli ultimi anni è accaduto l’esatto contrario e le misure del governo Meloni guardano alle imprese e solo in misura assai marginale a famiglie e lavoratori.

L’INPS parla di aumento della spesa previdenziale pari a 24 miliardi di euro per il 2023 e su questa spesa peserà anche l’aumento dell’inflazione. Ma attenzione a non cadere nell’ennesimo luogo comune sulla previdenza. Cerchiamo di spiegarci in termini semplici: l’età media della popolazione italiana è sempre più alta e il numero dei pensionati aumenta per sopraggiunti limiti di età, perciò se si vuole ridurre la spesa previdenziale complessiva si dovrà intervenire per abbassare in prospettiva l’assegno pensionistico, visto che innalzare ulteriormente l’età pensionabile (l’aspettativa di vita sta calando da almeno 3 anni) non sembrerebbe possibile. E tra 20 anni avremo tanti pensionati con assegni talmente bassi da imporre allo Stato un intervento oneroso, quindi non sarà il caso di pensare fin da ora ad alcuni correttivi?

Prima della Legge di Bilancio il DEF a fine estate ipotizzava un aumento della spesa pensionistica di circa 23 miliardi di euro, ed i recenti interventi del Governo sono stati conseguenti a queste previsioni. Cosa è accaduto? La ennesima cortina di fumo attorno all’aumento delle pensioni minime riducendo l’adeguamento al costo della vita per tutte le altre. Le pensioni minime non sono state portate a 1000 euro come promesso in campagna elettorale.

La spesa previdenziale è destinata a diminuire con il sistema contributivo. Per il Governo si tratta di rafforzare tutti i meccanismi che portano alla riduzione dei costi a partire da un calcolo interamente conforma a tale metodo, secondo il quale vi è una stretta corrispondenza fra i contributi versati e l’importo della pensione futura, mentre il retributivo calcola l’assegno previdenziale in base alle buste paga degli ultimi anni lavorativi. Tale metodo di calcolo è venuto meno a partire dagli anni Novanta con il tramonto dell’obiettivo statale di una occupazione stabile e con contratti dignitosi. Da allora entra nel vivo l’offensiva contro il potere di acquisto e di contrattazione della forza lavoro. E qui torniamo alle controriforme degli anni ottanta e novanta e alla narrazione di parte costruita dal nemico di classe o dal politico, o sindacalista, complice.

Si parla da tempo di un sistema pensionistico insostenibile, usando sempre gli stessi termini per cancellare il modello retributivo, per innalzare l’età pensionabile e oggi per scollegare le pensioni da un ricalcolo in base al costo della vita. E’ sempre la stessa logica del risparmio e dell’austerità a farla da padrona, sganciare le pensioni da recuperi effettivi di potere di acquisto, favorire la previdenza integrativa, ritardare l’uscita dal mondo del lavoro.

In questi scenari ogni governo si muove in perfetta continuità con l’Esecutivo precedente e Meloni non fa eccezione.

E sotto attacco potremmo ritrovare anche l’articolo 38 della Costituzione che in teoria obbligherebbe lo Stato a garantire ai pensionati strumenti e assegni adeguati alle esigenze di vita. Ma anche questo principio è stato disatteso, basta guardare gli assegni previdenziali da fame di quanti hanno vuoti contributivi per lunghi periodi di disoccupazione o di lavori saltuari e precari.

L’obiettivo praticabile per ridurre la spesa previdenziale complessiva potrebbe restare proprio la revisione del meccanismo che adegua l’assegno in base all’aumento dei prezzi al consumo delle famiglie, il cosiddetto indice FOI ed è quanto la Meloni ha già iniziato a fare.

Il tutto in continuità con il passato, se ricordiamo che nella finanziaria del 1998 veniva escluso dall’adeguamento all’indice ISTAT per le pensioni superiori a 5 volte il trattamento minimo salvo poi, in anni recenti abbassare la soglia dei mancati adeguamenti per risparmiare altri soldi.

Qui si aprono scenari di vario genere, ad esempio se sia costituzionale un intervento per arrestare l’adeguamento delle pensioni al costo della vita, ma i vari pronunciamenti hanno solo limitato gli interventi facendo valere il principio della riduzione di spesa. Ora per le pensioni elevate il mancato adeguamento dell’assegno al costo della vita non dovrebbe essere un problema, ma allora perché non imporre ai redditi alti una sorta di patrimoniale?

Non sarebbe più equo e corretto lasciare inalterato il meccanismo di adeguamento delle pensioni e dei salari al costo della vita e al contempo accrescere il numero di aliquote (la cosiddetta progressività) e fare ricorso alla patrimoniale? Con la riduzione delle aliquote il sistema fiscale è divenuto regressivo facendo pagare meno tasse ai redditi elevati.

Ma qui entra in gioco la tenuta della inflazione perché evitandone la crescita non si interviene sul potere di acquisto reale di pensioni e salari o lo si fa in un’ottica errata come quella di pensare che la previdenza integrativa sia una sorta di salvezza per le pensioni di domani.

Per concludere: non può esistere solo una politica di tenuta della inflazione, alla lunga l’austerità risulta insostenibile specie nei periodi di crisi del sistema economico.

Al contempo una legge patrimoniale scontenterebbe il padronato e farebbe perdere consensi alle destre.

E allora la soluzione potrebbe essere una sorta di temporanea sospensione dell’adeguamento per i redditi più elevati, poi si tratterà di trovare una intesa con le parti sociali per stabilire il tetto di questi redditi.

Ma così facendo perdiamo di vista la realtà fatta di bassi salari, assegni previdenziali inferiori a 800 euro mensili (sono quasi un quarto del totale) e l’impoverimento di interi settori della società senza dimenticare le conseguenze derivanti dalla riduzione prima, e cancellazione poi, del reddito di cittadinanza.

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