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Schiavitù di massa o Rivoluzione Politica? Una riflessione in occasione del Primo maggio


1 Mag , 2023| and
| 2023 | Visioni

Di fatto negli ultimi vent’anni è stata combattuta

una guerra di classe, e la mia classe l’ha vinta.

Se c’è una guerra di classe, l’hanno vinta i ricchi.

(Warren Buffet, investitore e miliardario)

I. Il pericolo di un neo-feudalesimo oligarchico

Marco D’Eramo, giornalista e saggista, nel suo libro intitolato Dominio, arriva a dire che «negli ultimi cinquant’anni è stata portata a termine una gigantesca rivoluzione dei ricchi contro i poveri, dei padroni contro i sudditi, dei dominanti contro i dominati. Una rivoluzione che è avvenuta senza che ce ne accorgessimo, una rivoluzione invisibile, una “stealth revolution”, come l’ha chiamata la filosofa statunitense Wendy Brown, dove l’aggettivo stealth è ripreso dal linguaggio bellico, dell’aviazione militare: i bombardieri sono stealth se non si lasciano rintracciare dai radar”»[1].

Gli effetti principali di questa “gigantesca rivoluzione dei ricchi contro i poveri”, sono ormai sotto gli occhi di tutti:

1) Diseguaglianze estreme: basti ricordare, tra i vari che si potrebbero citare, i dati pubblicati nel rapporto Oxfam 2022, nei quali «si osserva come il patrimonio netto dei 10 miliardari più ricchi sia più che raddoppiato (+119%), in termini reali, dall’inizio della pandemia, superando il valore aggregato di 1.500 miliardi di dollari, oltre 6 volte lo stock di ricchezza netta del 40% più povero, in termini patrimoniali, dei cittadini adulti di tutto il mondo».

2) Aumento esponenziale della povertà: in Italia ad esempio, sono 2 milioni le famiglie in povertà assoluta, per un totale di 5,6 milioni di individui[2]. A questi vanno aggiunte tutte quelle persone che si trovano in povertà relativa..

3) Precariato/Riduzione dei salari/Sfaldamento del mondo del lavoro: basti ricordare il Jobs Act, con la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che depotenzia e riduce il potere di contrattazione sindacale, rendendo sempre più precaria la condizione lavorativa di milioni di persone. 

Quando si parla oggi della questione del lavoro, senza tenere conto di questo quadro più ampio, si rischia di concentrarsi su aspetti semestrali, congiunturali, dimenticando le dinamiche strutturali che in questi decenni hanno condotto alla situazione che l’economista Marta Fana descrive in questi termini:

«Indagare sulle condizioni di lavoro e non lavoro in Italia è una vera e propria discesa agli inferi. Il dilagare del lavoro povero, spesso gratuito, la totale assenza di tutele e stabilità lavorativa sono fenomeni all’ordine del giorno, che si abbattono su più di una generazione, costretta a lavorare di più ma a guadagnare sempre di meno.

Come se fosse un fatto naturale, inevitabile, ma soprattutto irreversibile, e non invece il risultato di scelte politiche ben precise. Il risultato è l’avanzamento di forme di sfruttamento sempre più rapaci che pervadono ogni settore economico»[3].

Il fenomeno a cui stiamo assistendo è cioè, come dice la filosofa Wendy Brown, la scomparsa del lavoro come categoria e della classe dei lavoratori come sua espressione collettiva, a fronte della colonizzazione della vita da parte del capitale.

“Se il lavoro diventa il reddito che l’individuo ricava dall’investimento del suo capitale umano, allora il lavoratore non è più un dipendente che viene assunto, ma un professionista che presta un servizio”[4].

Il neoliberismo ci ha convinto cioè ad esperirci come imprenditori di noi stessi, in continua competizione gli uni con gli altri, e a concepire dunque il lavoro come una prestazione che sancisce il valore della nostra capacità di investire il nostro capitale umano. La prestazione viene monitorata attraverso indicatori, graduatorie e punteggi che pungolano il lavoratore a “migliorarsi” e a “produrre di più”. In altri tempi si sarebbero chiamate frustate, ma oggi siamo chiamati ad essere tutti più resilienti…

Se ho un reddito che mi consente di vivere vuol dire che sono stato meritevole, e quindi ho diritto poi a pagarmi una casa, una macchina e ad avere i beni essenziali. Scompare del tutto l’idea del valore del lavoro come espressione e realizzazione della persona all’interno di una comunità, come sancito dalla Costituzione.

«Così, negli ultimi decenni, è andata diffondendosi sempre più la figura del giovane con la partita Iva: libero di solcare i contratti a progetto, le prestazioni occasionali, di non arrivare a fine mese e non avere diritto al reddito nei periodi di non lavoro. Non vincolato da un contratto, libero di esser pagato quanto e quando vuole l’azienda e di non avere alcun potere negoziale»[5].

II. Schiavitù di massa o Rivoluzione Politica?

Ma perché, mi viene da chiedere, il capitalismo oligarchico e la classe dei ricchi ha vinto in questi decenni? Come è stato possibile tutto questo? Forse perché, come scrive sempre Marta Fana, “loro, i potenti, gli avidi, gli sfruttatori, sono stati coerenti, uniti, perché sono stati più forti nel ‘tutti contro tutti’, dove i morti li abbiamo contati solo noi. Hanno vinto quando abbiamo smesso di credere che, uniti, si vince anche noi”.

A me personalmente questa risposta non convince in pieno, perché non spiega cosa sia accaduto nella controparte, in quel “noi” cioè che non è stato unito, e si è lasciato a poco a poco sfruttare e depredare.

Nella classe dei dominati è cioè venuta meno quella forza aggregativa, politica e rivoluzionaria, il cui motore sostanziale è stato il marxismo storico. Con il crollo del muro di Berlino si è sancita la sconfitta definitiva di quel blocco contrapposto, di quel mondo antagonista che arginava la corrente impetuosa del capitalismo selvaggio.

La domanda che ci dobbiamo porre con grande onestà è perciò come mai sia crollato il comunismo e il marxismo si sia rivelato perdente di fronte alla forza egemonica del capitalismo: come mai cioè la rivoluzione profetata da Marx abbia fallito. Siamo dunque costretti a rassegnarci all’instaurazione di un neo-feudalesimo 2.0, o è ancora possibile concepire un moto rivoluzionario del XXI secolo, che recuperi la critica al capitalismo, integrandola in una nuova forma di trasformazione del sistema di potere dominante?

La rivoluzione marxista e il materialismo storico che ne è stato il motore filosofico, ha fallito perché fondata su una visione dell’essere umano, e quindi del lavoro come motore della dialettica secolare, che si è mostrata riduttiva e inadeguata rispetto alla complessità multiforme del fenomeno umano, abitato costitutivamente da dimensioni più ampie rispetto a quelle pratico-economiche.

Il capitalismo, e questo è da comprendere più a fondo, ha vinto perché è in fondo irrorato da una forza e da un’energia che potremmo definire spirituale, come hanno bene intuito Weber e Walter Benjamin, il quale, nei frammenti che compongono Capitalismo come religione, datato 1921, scriveva:

«Nel capitalismo va scorta una religione, vale a dire, il capitalismo serve essenzialmente all’appagamento delle stesse ansie, pene e inquietudini alle quali un tempo davano risposta le cosiddette religioni»[6].

Il capitalismo ha vinto e convinto perché è stato in grado di farci credere di rispondere ai nostri bisogni e desideri, dandoci uno sfondo simbolico e di emancipazione individuale che tocca la natura desiderante e aperta alla trascendenza dell’essere umano.

I giovani di oggi non si ribellano al sistema capitalistico non solo perché hanno ancora un tetto sopra la testa o perché anestetizzati, ma in quanto sentono che l’energia creativa del serbatoio marxista non è più sufficiente per aprirsi ad una aggregazione politica di contestazione radicale.

I giovani di oggi sentono che il lavoro è chiaramente necessario e primario per avere una vita dignitosa, ma questo non esaurisce né esaudisce in pieno il loro desiderio e la loro inquietudine esistenziale.

È l’intero schema e impianto filosofico dell’essere umano come homo faber che sta crollando, e venendo in luce una visione meno materialistica e più coscienziale, multidimensionale, polifonica e creativa di come siamo fatti e di cosa ci muove nell’esistenza.

Se vogliamo perciò rilanciare una nuova grande stagione rivoluzionaria in grado di coinvolgerci ed entusiasmarci, siamo chiamati a coniugare il piano della critica e della lotta politica, con quello di un linguaggio che parli alle profondità della nostra coscienza,  e tocchi il nostro modo di essere nel mondo.

Per unirci in una nuova modalità di aggregazione politica abbiamo cioè bisogno di sperimentare una nuova forma di connessione fra di noi, alimentata certo da una causa comune (il precariato economico ed esistenziale), ma anche da una condivisione di uno sfondo simbolico e di un motivo, di una speranza per cui combattere.

Questa speranza è ancora viva, ed è la pura e semplice liberazione dell’essere umano da tutte le catene politiche, economiche e mentali che lo imprigionano in una vita priva di significato.

Questa speranza è la realizzazione di un’esistenza irrorata dalla luce di un Senso di Giustizia, di Bellezza, di Fraternità che è il Vero volto della nostra Nuova Umanità.


[1] Marco D’Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli, Milano, 2020, p.10.

[2] https://www.istat.it/it/files/2022/06/Report_Povert%C3%A0_2021_14-06.pdf

[3] Marta Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, Bari-Roma, 2017, p.14/5.

[4] Marco D’Eramo, Dominio, p.90.

[5] Marta Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, p.11.

[6] W. Benjamin, Capitalismo come religione, Il Melangolo, Genova, 2013, p. 41.

Di: and

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