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“Per tutte, per ciascuna, per tutti, per ciascuno”: intervista a Filippo Kalomenìdis


13 Nov , 2023|
| 2023 | Recensioni

Opera monumentale e lacerante, “Per tutte, per ciascuna, per tutti, per ciascuno – Canti contro la guerra dell’Italia agli ultimi” (Edizioni D.E.A, 2022) è un incantesimo capace di annullare la distanza geografica e temporale che separa il lettore dalle vicende narrate, trasferendole nel suo cuore e nella sua mente, infervorando il suo animo, facendo pulsare nelle vene volontà di riscatto: ne parliamo con lo scrittore, il poeta, il militante Filippo Kalomenìdis.

Allora Filippo, prima domanda: perché hai deciso di scrivere questo libro?

Dopo il mio precedente libro «La direzione è storta» (edito da Homo Scrivens nel 2021) – il diario in versi, intimo e politico, sulla mia esperienza come volontario tra i malati di Covid a Bologna e nei campi profughi di Lesvos in Grecia nel 2020 -, volevo che il mio percorso di riscrittura poetica della storia contemporanea approdasse coerentemente a un progetto letterario collettivo, a un’«opera comune di scrittura come lotta». Cerco di spiegare più sinteticamente che posso come è nata quest’opera…

All’irrompere della pandemia avevo visto e abbracciato le persone colpite dall’infinita guerra dei poteri dominanti che divinizzano il profitto: ovvero i reclusi nella malattia, nella povertà, nello sfruttamento, nelle galere, e i migranti del sud del mondo sterminati dall’Unione Europea.

Ero consapevole che quella guerra – gli italiani e gli europei, da eterni colonialisti e mistificatori, la chiamano senza vergogna ‘pace e democrazia’ – era cominciata da molto prima del marzo 2020.

Volevo scrivere un’altra opera-esperienza, un libro ‘da incontrare’ e non soltanto da leggere, volevo riscrivere dal basso (dal punto di vista dei reietti, degli ultimi) la «storia bruciante», per citare Tucidide, e rimossa di questo tempo e questo Paese. Volevo compiere un viaggio interiore, una discesa nell’inferno italiano. Ma non da solo.

Volevo viverlo con altre autrici e altri autori. Così ho coinvolto un gruppo di allievi che si sono uniti nel Collettivo Eutopia alla fine dello stesso anno, un collettivo intergenerazionale di scrittrici e scrittori. E abbiamo deciso di dare voce a 50 resistenti (tra decine di migliaia), uccisi o trascinati alla morte dalla violenza del capitalismo e della repressione negli ultimi 52 anni, e condannati alla contemporanea Damnatio memoriae.

Abbiamo narrato dal basso la storia rimossa dell’Italia, attraverso le vite cancellate di combattenti rivoluzionari, militanti politici, migranti del sud del mondo, donne che si sono opposte al patriarcato, omosessuali, transessuali, cosiddetti ‘instabili psichici’, rinchiusi nella malattia, nella gabbia assassina dello sfruttamento, del lavoro salariato, dello schiavismo, prigionieri nei lager per stranieri, nei lager psichiatrico-giudiziari e nei lager che vengono chiamati ‘carceri’. Per evocarli ci siamo affidati a una poesia epica che polverizza retorica, menzogne della storia ufficiale e l’ideologia vittimaria.

Ecco, credo proprio che la vostra opera di decostruzione della storia ufficiale e della sua successiva ricostruzione su basi nuove riparta anzitutto dal lasciare la parola “vittima” a chi ha già deciso di rinunciare alla lotta: ma qual è, dunque, il termine che adottate per capovolgere la narrazione e ridefinire il ruolo che questi 50 eroi resistenti hanno assunto nel subire la massima violenza repressiva dello stato imperialista?

Vittime sono gli esseri viventi consacrati o immolati alla divinità, vittima è una parola infame che giustifica e legittima i carnefici.

Per noi sono martiri – in greco antico μάρτυς (martis) significa “testimone”; in arabo  شهيد  (shahid) significa “testimone di fede” -, sono martiri che hanno portato e portano «sustanza di cose sperate» (come ci insegna Dante nel ventiquattresimo canto del Paradiso), sono meravigliosi sovversivi che rivendicano la bellezza del loro peccato.

Ho nominato Dante e, non a caso, il libro è suddiviso in cinque parti intitolate come le pene della Damnatio Memoriae: Abolitio nominis, La distruzione del volto, La cancellazione delle opere, Il processo al corpo, Conventio ad tacendum. Una vera e propria discesa negli inferi dell’Italia capitalista e repressiva degli ultimi 52 anni.

Aggiungerei che nell’introduzione dell’opera ci si riferisce agli atti di fede di questi martiri come agli “attimi in cui Spartaco ha fatto tremare l’Impero”, che riescono a sovrastare la sua (e la loro) stessa fine. Sembra quasi che l’opera sia un monumento alla resistenza ed al suo eroismo tragico, monumento che però nasconde dentro di sé una contraddizione ambiziosa: ricorre infatti all’interno dell’opera tutta il proposito programmatico di “dire l’indicibile”, contraddizione in termini che si risolve nel cosiddetto “estremismo umano”. Ebbene, la domanda è: in cosa consiste, per l’appunto, l’”estremismo umano”?

In queste pagine non abbiamo semplicemente scelto di restituire voce poetica a figure di reclusi nell’inferno terreno, di scarti, di inadatti, di divergenti nel sistema capitalistico. E nemmeno limitarci a cantare chi è stato capace di sconfinare con generosità e amore, di essere ciò che è e non chi gli viene ordinato di essere. Ma abbiamo voluto esaltare il loro perentorio «estremismo umano». Il loro saper custodire i momenti di luce, l’«età dell’oro» personale e collettiva per riferirci a Esiodo, o «la gioia di prima» per utilizzare una felice espressione coranica.

L’«estremismo umano» è fare uso della propria vita per sé e per gli altri. È ridiscutere naturalmente coi propri gesti e atti l’odierna concezione di vita, ovvero esistenza ridotta a sopravvivenza, a dipendenza schiavile espropriata di tutto ciò che appartiene all’umanità.

Se la vita non è più definibile tale, se la vita non è nemmeno nuda perché non ha un corpo da spogliare, se è priva di tracce di sacralità, allora va scagliata, come strumento offensivo, contro coloro che opprimono e sottomettono. Fino a perderla, se necessario.

L’«estremismo umano» è potenza di vita, vita profonda in contatto con la morte per dirla con Heidegger, ricerca di una vita nuova. È rifiuto di sopravvivere, quindi di «sottovivere».

Non c’è alcuna prospettiva rivoluzionaria, alcuna possibilità di sovvertire il presente senza abbracciare questo fondamentale «estremismo umano». Si rivolge con forza non solo agli esclusi, ma anche ai cosiddetti ‘liberi’ di servire e accettare l’inaccettabile, negli ergastula delle città dello stato italiano e degli stati liberisti in cui ci si trascina gli uni incatenati agli altri, «proprietà vivente di pochi», per usare le parole di Mommsen.

Del resto, l’ “estremismo umano” citato all’interno del libro non è solo un insieme di gesti di libertà fini a sé stessi, bensì atti che portano in sé un messaggio, diventando dunque veicoli di significato, quasi come se per comunicare servisse non una parola ma un gesto, una testimonianza di fede già estrinsecatasi nella realtà, da raccontare. Ma qual è dunque il ruolo che questa forma di linguaggio chiamata “estremismo umano” ricopre nel “dire l’indicibile”?

Per dialogare con le donne e gli uomini che evochiamo abbiamo liberato il nostro «estremismo umano», abbiamo vissuto insieme oltre il limite della follia per giungere a «quell’unico istante che svelerà l’invisibile» di cui parla Mahmoud Darwish, e descriverlo.

In un’epoca di individualismo apocalittico, come quella pandemica e post-pandemica, abbiamo voluto essere un “Noi”, una pluralità poetica, in spontaneo conflitto con l’estranea morale borghese e liberale.

In quel momento era l’unica maniera possibile per «dire l’indicibile», pronunciare l’inammissibile e rendere consistente l’eresia. Senza mai scadere nella retorica di tanta scrittura militante.

Una ricerca interiore e letteraria ossessiva per ridare a ogni costo verità, carnalità, spiritualità, potenza amorosa, sensuale, insurrezionale a vite in rivolta, spezzate dalla barbarie che domina l’Italia.

Un’esperienza pericolosa, incantata e dolorosa per le autrici e gli autori di queste pagine. C’è chi, dopo averla attraversata, è rientrato comprensibilmente nei ranghi. C’è chi, come me e altri componenti del collettivo, continua a respirare nell’«estremismo umano» con gioia e rischio.

Andando più nello specifico, come avete tradotto su carta questa esperienza di ricerca e di rottura rispetto alla letteratura individualista?

La nostra scrittura ha operato sul τραῦμα, sulla ferita non rimarginabile con l’intento di renderla miracolo – θαῦμα – e costringe chiunque la accolga a mettersi in discussione rispetto al proprio non agire oppure agire con modalità insufficienti, per incrinare l’orrore di questo tempo.

Così è emersa una polifonia letteraria: dai versi al racconto narrativo, dal diario lirico al dialogo evocativo e tagliente, dalla partitura del monologo teatrale fino alla commistione della prosa poetica.

Abbiamo originato un’azione creativa, una poesia che vuole sovvertire il tempo e il luogo. Con l’inserzione di brani in lingue differenti, dall’inglese all’urdu, dall’igboo all’arabo darija, dall’albanese allo spagnolo-argentino, dal bambara al francese, dall’akan al wolof per i protagonisti che vengono da altre terre. Senza dimenticare le lingue locali nel territorio dello stato italiano che echeggiano: dal calabrese al napoletano, dal siciliano al milanese, dal romano al pugliese. Tutto questo con l’intento di approdare a una parola essenziale, scabra, appropriata e lacerante, come un’arma da scagliare contro il nemico.

Tra le tante testimonianze di fede raccolte nel libro, ce n’è qualcuna che ti abbia perseguitato più di altre? Si può certo immaginare che, adottando un linguaggio tanto emotivamente impegnativo quale quello dell’estremismo umano, non sia affatto semplice riuscire a dividere la fase di produzione creativa dalla vita di tutti i giorni.

Mi hanno accompagnato tutte, inauditamente presenti, nella coscienza sensibile e nel subcosciente per i due anni di gestazione dell’opera.

E anche, a pagine stampate, nel lungo giro di presentazioni in decine di città e comunità resistenti.

Sento l’insegnamento eversivo, la rabbia e la bellezza illimitata di ciascuna e ciascuno di questi sovversivi come parte inestricabile della mia vita.

Ricordo il preciso istante delle intuizioni in prima stesura e delle intuizioni nella stesura definitiva. Notti deliranti e giorni febbricitanti. Tanto da conoscere le righe quasi a memoria.

Di sicuro, i versi e i monologhi poetici dedicati a Salvatore Piscitelli, Adil Belakhdim, Maria Soledad Rosas, Umberto Catabiani, Maria Baratto, Becky Moses, Wael Zuaiter e Francesco Mastrogiovanni abitano uno spazio particolare dentro di me. 

Perché il libro s’intitola così?

Ho avuto l’idea del titolo nello stesso momento in cui l’opera germinava. Lo devo a Oreste Scalzone. In quei giorni, rileggevo il suo «Documento dell’associazione fra italiani per l’amnistia degli esuli politici», scritto circa quarant’anni fa. «…Asilo precario, uno, indivisibile, incondizionato, per tutti e ciascuno, pour tout un chacun».

Da lì lampo. Per tutte, per ciascuna, per tutti, per ciascuno. L’intero collettivo di scrittura ha avvertito immediatamente che era perfetto.

Ne approfitto per ringraziare ancora Oreste Scalzone per questo, e per quello che ha regalato a più generazioni con la sua vita in lotta.

E per esprimere gratitudine verso chi ha sostenuto il nostro libro scrivendone le note introduttive: Franco Berardi Bifo, Silvia De Bernardinis, Samed Ismail, Val Wandja. E in particolare verso Barbara Balzerani, la scrittrice italiana più rilevante degli ultimi trent’anni, che ci ha donato una postfazione memorabile che è completamento poetico del nostro affresco.

Allora Filippo, siamo giunti alla conclusione: il tuo e vostro libro in una frase?

Come ripetevo spesso all’uscita del libro, esattamente un anno fa: un razzo Qassam di poesia e amore eretico.

Di:

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