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Il valore sociale e politico della poesia
Mi ritrovo a dichiararmi poeta senza aver seguito nessuna scuola di poesia. E’ un’affermazione apparentemente vera, poiché la sola istruzione di tipo letterario la ricevetti al liceo classico frequentato in gioventù. In quel corso di studi venni a contatto con la poesia classica, mi furono presentati diversi autori e illustrate le loro opere, ma non mi fu insegnato a scrivere poesie. E d’altronde, io già scrivevo prima di allora. Se dovessi rispondere alla domanda “Perchè scrivi?” non avrei altra risposta che “Perché sento il bisogno di farlo. Allo stesso modo mangio perché sento lo stimolo della fame. Scrivo perché sento il bisogno di scrivere.” Quindi, la mia affermazione iniziale significa che è il “poeta” il punto di partenza, colui che per una ragione innata produce qualcosa di scritto, e ciò che scrive viene denominato “poesia”. Uno può scrivere anche senza sentirne il bisogno ma per ragioni di circostanza, impara i modi della poesia e scrive nella maniera in cui gli è stato insegnato riguardo ad argomenti presi dall’ambiente circostante. In questo caso la “poesia” diventa il punto di partenza, ma non è detto che l’autore sia un “poeta”, la sua “poesia” può essere allora solo un costrutto formale, una ricerca accurata e a volte scientifica di alcuni modi di inserire le parole in un testo, riservando poca o secondaria importanza al contenuto, che in qualche modo è prefissato. E’ questa la ben nota questione di “forma” e “contenuto”, per i “non poeti” è preminente la forma per presentare un contenuto qualsiasi, per i “poeti” è preminente il contenuto che si vuole esprimere, a volte non del tutto chiaro al momento di scrivere, dandogli la forma che pare più congeniale.
La conclusione del ragionamento è che per poter scrivere poesie occorre essere poeti.
Questo ragionamento a mio avviso può essere esteso a tutte le discipline dell’arte.
Il poeta dunque è un “artista” che ha un contenuto da esporre e sceglie di farlo usando la forma della poesia. Perché questa scelta?
Dopo una vita che scrivo poesie, faccio ancora fatica a rispondere a questa domanda. Perché la poesia non è solo scrivere frasi come “è bello l’infinito mare” o “sentire il palpito delle stelle” o “vorrei affondare dentro ai tuoi occhi”, la poesia può trattare qualsiasi argomento, e non solo in termini di entusiasmo e di fantastica felicità, ma anche di pessimismo. Anzi, spesso la poesia è associata al dubbio, all’incertezza, all’attesa: si ricerca la tensione poetica. La concezione vigente della poesia è invece spesso un’altra, e viene fuori quando si fanno affermazione come “questa è poesia!” riferendosi a paesaggi onirici, a sentimenti di vaga bellezza, a parole sdolcinate. Ma, come è facile ammettere, per ogni disciplina esistono vari gradi.
E dunque, se ho un contenuto politico che voglio esporre e condividere, perché affidarmi alla poesia e non a un saggio? Se ho un contenuto di pensiero da esplicitare, perché non esprimerlo attraverso un’opera che contenga la sequenza testi-antitesi-sintesi, rispettando il canone della filosofia?
La mia risposta è: la rappresentazione sintetica ed immediata.
La poesia può esprimere in forma sintetica ed immediata, in una frase o in una sola parola, il contenuto di un intero trattato. Ed è molto più agevole condividere una frase o una parola piuttosto di un’opera voluminosa e dettagliata. Il dettaglio la poesia lo lascia alla coscienza del lettore, per cui la parola trasmessa può assumere molteplici rappresentazioni a seconda del contesto nel quale viene calata. Riguardo al fatto che sia immediata, anche, occorre fare una precisazione: se si vuole recepire appieno il senso di una poesia nei termini in cui è stata prodotta, e pertanto risulti immediata, è necessario conoscere il significato che l’autore attribuisce a determinate parole o a determinate espressioni o a determinate immagini. Può succedere dunque che una poesia letta di getto non dica nulla, mentre riletta dopo appropriate premesse dica molto di più. Ed è allora che si può apprezzare il valore sintetico ed immediato della poesia, una volta che sono diventati familiari i contenuti. E’ quello che accade in definitiva se si visita una galleria di quadri: se lo si fa da soli, senza determinate conoscenze, se ne esce con ricordi di immagini confuse, se lo si fa accompagnati da una guida, se ne esce con immagini nitide e significative. E’ quello che accade quando si ascolta per la prima volta un’opera sinfonica, e poi la si riascolta, e poi la si riascolta, e ogni volta assume un significato più pieno, perché si è memorizzata e si riesce a prevederne il seguito apprezzandolo maggiormente.
Questa considerazione mi ha portato a scrivere delle opere in forma di romanzo il cui scopo era proprio quello di presentare le poesie così come sono scritte e poi di presentarne il commento di alcuni personaggi, che ne svisceravano il possibile significato e i possibili risvolti (“Venerdì di poesia” “Poesia a teatro”).
Ciò che vorrei fare in questa sede è di ripetere quel tipo di lavoro presentando tre mie poesie giovanili, con valore in qualche modo sociale e politico. Componimenti abbastanza brevi che però esprimono concetti universali, e si sa che sui concetti universali sono stati scritti migliaia o milioni di libri. Dunque, la rappresentazione poetica può rendere in un numero limitato di righe molti pensieri e molte riflessioni.
Un manifesto dei valori umani
La prima poesia che propongo si intitola “Bello e forte amico”. In questa composizione l’autore si rivolge a un ipotetico amico che definisce bello e forte per fare delle considerazioni sul suo modo di essere e sul suo cambiamento.
Bello e forte amico
Bello e forte amico
pure il tuo pensiero cade
dopo tanta noncuranza
a indagar sul dio dell’uomo
e condanni a error sicuro
così chi piange in vita
per sé bellezza e forza
invidiando a te fortuna.
Il vero e il giusto
vorresti a muover la tua mente
per il vantaggio di chi soffre
e leveresti prontamente
chi ancora al mal si accinge.
Ma un diluvio e una torre
ci tramanda la scrittura.
Il riso del pezzente
induce in me il sospetto
che è vera anche l’immondizia
e se non fosse tutto un gioco
il timore di sbagliare
contro qualche serietà
spegnerebbe il mio vigore
e mi vedrebbe intento nello studio
d’amare la mia donna.
Commento alla poesia
Commento dunque la poesia nei suoi vari punti.
Bello e forte amico
L’autore si rivolge all’amico indicandolo come “bello” e “forte”. La bellezza e la forza sono doti naturali, che arrivano alla nascita, e che l’individuo si ritrova come eredità inconsapevole. Essere “belli” ed essere “forti” assicura vantaggi notevoli nell’affrontare la vita, poiché i rapporti con gli altri sono molto facilitati e indirizzati in senso favorevole. Essere belli assicura l’attrazione delle altre persone, soprattutto di quelle di sesso opposto, eliminando ogni fatica per ottenerla. Essere forti dona la consapevolezza di poter dominare, consente di impostare le relazioni con gli altri senza paura, senza timidezza, e di poterle guidare. La bellezza e la forza vengono invidiate da chi non le possiede, e sono spesso per costoro argomento di sofferenza e di lamentela, spesso celata, a volte manifesta.
pure il tuo pensiero cade
Il bello e forte amico ad un certo punto della sua vita mette in discussione la propria condizione della stessa basata sull’affidarsi alle proprie doti naturali poiché comincia a prevalere il pensiero, che lo costringe a rivalutare le cose.
dopo tanta noncuranza
Le doti naturali assicuravano una facile vita, per cui era normale non pensare alla vita degli altri, alle difficoltà degli altri non altrettanto fortunati.
a indagar sul dio dell’uomo
Il suo pensiero arriva ora a considerare di poco conto la vita assicurata dal fatto di essere forte e bello, arriva a porsi il dubbio che esistano valori diversi, valori di un livello superiore. Si rende conto che l’essere uomo non è circoscritto alle caratteristiche fisiche, ma esiste un “dio dell’uomo”, ovvero un livello superiore di pensiero che delinea in maniera più vera il senso di essere uomo.
e condanni a error sicuro
così chi piange in vita
per sé bellezza e forza
invidiando a te fortuna.
L’autore deduce che la presa di coscienza del bello e forte amico automaticamente mette in luce l’errore di chi lo invidia per le sue doti, perché nel momento stesso in cui egli le svaluta, coloro che lo invidiano rincorrono caratteristiche di poco valore, rispetto a quelle che discendono dalla conoscenza del dio dell’uomo. Anche per loro, dunque, sarebbe opportuno rivolgere lo sguardo al “dio dell’uomo”, invece di invidiare e commiserarsi.
Il vero e il giusto
vorresti a muover la tua mente
Ora che il bello e forte amico si è accorto della inconsistenza delle tue doti estetiche e fisiche e invece attribuisce elevato valore ai costrutti di pensiero, ai valori morali, si rende conto che esistono altri concetti che dovrebbero essere seguiti, molto più importanti, quelli che cercano la verità nelle cose e la giustizia tra le cose.
per il vantaggio di chi soffre
Allo stesso tempo improvvisamente si rende conto che esistono persone che soffrono, spesso perché meno dotate di bellezza e forza, è questa la verità che appare, e il senso di giustizia porta a concludere che le azioni da fare sono quelle rivolte a portare vantaggi a tali persone.
e leveresti prontamente
chi ancora al mal si accinge.
L’improvvisa coscienza fa nascere un impeto forte contro coloro che non hanno questa consapevolezza e continuano a fare un uso egoistico e malvagio delle loro fortune. L’impeto è quello di eliminarli addirittura immediatamente, completamente e dappertutto, i malvagi.
Ma un diluvio e una torre
ci tramanda la scrittura.
E’ un atto di pulizia che viene dettato dall’improvvisa presa di coscienza. Tuttavia, se si guarda bene nella storia dell’uomo, ci si rende conto che eventi di questo tipo ci sono già stati: si narra di un diluvio universale voluto per sopprimere tutti i malvagi, si narra di una torre di Babele creata per rendere impossibile il dialogo tra le persone e obbligarle e ripartire da zero. I risultati di tali eventi sono sotto gli occhi di tutti: non sono serviti a niente, dato che la scelleratezza e la malvagità sono rimaste, anzi sono aumentate nel tempo, arrivando a livelli inimmaginabili, aumentando sempre più lo sfruttamento dei poveri, le stragi di malcapitati, le guerre di profitto. L’azione drastica, dunque, ha scarsa possibilità di riuscita.
Il riso del pezzente
Ma esiste un’altra verità che sorprende, ovvero che anche il pezzente ride. La capacità di ridere, la possibilità di ridere, dunque, di stare bene, di essere felici, non è legata strettamente alla bellezza e alla forza, alla ricchezza e al potere, ma a qualcos’altro, a qualcosa che anche il pezzente ha. Il pezzente ha solo la vita e dunque è la vita stessa che rende la felicità possibile, indipendentemente da tutti i valori rincorsi dagli uomini, rincorsi per cupidigia o paura, per pigrizia o negligenza. Il pezzente vive e basta, non ha niente, eppure è in grado di essere felice e di ridere.
induce in me il sospetto
che è vera anche l’immondizia
Questa visione, il pezzente che ride, porta l’autore a rivedere la scala di valori, a fargli sospettare che anche quella che comunemente viene considerata immondizia abbia una sua verità, che si esprime liberamente nel vivere la vita, forse molto più facilmente di chi è intento a lamentarsi di non essere bello e di non essere forte per poter essere felice. Il pezzente ride anche se non è bello e anche se non è forte, e non pensa di rubare o uccidere per poter ottenere i presunti mezzi del presunto benessere.
e se non fosse tutto un gioco
Allora bisogna considerare la realtà delle vita in maniera molto diversa, come un gioco forse, al quale si partecipa con i mezzi che si hanno, lungo le vie che si parano davanti, senza appesantirla di obbiettivi non corretti, di azioni inutili, perché il pezzente riesce a vivere e a ridere senza complicarsela troppo.
il timore di sbagliare
Ciò che frena, a volte. È anche il timore di sbagliare, di non fare le cose corrette, soprattutto se anche altri fanno proprio quelle cose, anzi la maggioranza degli altri.
contro qualche serietà
Di sbagliare sopratutto contro enti superiori, posti al di sopra, siano essi dei o tiranni, vaghi e incerti però minacciosi.
spegnerebbe il mio vigore
Se non si considera la vita un gioco, ma un compito assegnato da una “serietà”, il timore di sbagliare reprime il vigore naturale, lo affievolisce, fino a farlo scomparire. Le regole imposte, direttamente o indirettamente attraverso la occulta propaganda, mortificano e annientano il senso di essere quello che uno è, un uomo.
e mi vedrebbe intento nello studio
d’amare la mia donna.
Questa mortificazione si manifesterebbe anche in quella che è l’azione più naturale e libera di ogni essere vivente, ovvero quella di amare la propria compagna. Sottoposto alle distorsioni e limitazioni dettate dalla “serietà” opprimente, anche questa azione diventa difficile, complicata, e costringe l’uomo a studiare i modi per compierla, bloccando i propri impulsi innati, o addirittura rinunciando.
Rilettura
Ripropongo ora la poesia, da leggere dopo che è stata analizzata.
Bello e forte amico
Bello e forte amico
pure il tuo pensiero cade
dopo tanta noncuranza
a indagar sul dio dell’uomo
e condanni a error sicuro
così chi piange in vita
per sé bellezza e forza
invidiando a te fortuna.
Il vero e il giusto
vorresti a muover la tua mente
per il vantaggio di chi soffre
e leveresti prontamente
chi ancora al mal si accinge.
Ma un diluvio e una torre
ci tramanda la scrittura.
Il riso del pezzente
induce in me il sospetto
che è vera anche l’immondizia
e se non fosse tutto un gioco
il timore di sbagliare
contro qualche serietà
spegnerebbe il mio vigore
e mi vedrebbe intento nello studio
d’amare la mia donna.
Un manifesto di un credo politico
Questa seconda composizione ha per oggetto la vita del contadino e il modo in cui la visione del progresso può modificarla. Nella prima parte parla della vita del contadino, riferita a quella che era la sua vita tipica cinquanta anni fa (ma come lo è ancora in alcuni posti), descrivendo alcuni momenti del lavoro. Nella seconda parte sviluppa un dialogo tra il padre, che conduce questa vita, e il figlio, al quale si propone di tramandarla. Nel dialogo vengono evidenziate le visioni molto diverse tra le due generazioni, condizionate dal progresso tecnologico.
Le spalle sotto il peso
Le spalle sotto il peso
di un sacco di semenza
che va a depositare
nel banco della terra
impastata dalla pioggia,
i piedi rifugiati
in scarpe contadine
punteggiano il cammino
di gemini laghetti
dal freddo illuminati
sole novembrino,
le grosse lente mani
impietrite dalla brina
dei tralci delle viti
offrono le palme
al fuoco del camino
e la paglia incandescente
consuma il suo dovere
estranea compagna
di chi l’è grato per la vita,
rumina la bocca
pane cotto al forno
e una foglia di campagna
pulita con le mani
della radice pien di terra,
manda tutto in gola
vino attinto al fiasco
col suo sapore crudo.
Riscalda il caminetto
in petto infiamma il vino
“Coraggio ch’esce il sole”
dice il contadino
” con la neve dell’inverno
potremo riposare.
T’insegnerò ragazzo
a prendere le volpi
con trappole di corda,
nel nido gli uccellini
col becco spalancato
ti porterò a vedere,
ti sembrerà prodigio
l’innesto che germoglia.
Son certo sarai lieto
di questa povertà
ascoltando poi la sera
i conti di tuo nonno
e correndo sui puledri
ad annunciare il pranzo
nella polve dei tratturi
seguito in ogni passo
dal fido cane fulvo.”
“Babbo, il mondo corre,
cambia la sua storia
e perfin la geografia,
si fan nuove invenzioni
per ridurre le fatiche
e correre veloci
e conoscere ogni cosa.”
“Magnifico il progresso
che alla Terra muta aspetto,
telefono e tivù.
Eppure ci son leggi
dai secoli salvate.
T’insegnerò il rispetto
dei vecchi e delle cose,
la terra che lavori,
le piante e gli animali,
conoscerai per giusta
la scienza che tramando,
appresa dagli avi nostri
con vite di fatiche,
prima condizione
del dio in cui crediamo.”
“Non credo in un signore
che fermo assista ai mali
e mamma m’insegnava
ch’è un dio che vuole bene,
papà, quello che vediamo
esiste, e non più altro.”
“Dio o non dio, che vuoi che conti?
L’amore esiste, l’amore conta!
Anche tu ragazzo mio
amerai domani stesso
una brava contadina:
saprai senza vederla
che arriva da lontano,
sarai con l’emozione
eppure il giorno avanti
lei con te ha giocato,
altro non saprai
ma senza dubbio di sbagliare
lo chiamerai amore.”
“Amore, amore, amore!
Ma io voglio andar lontano
veder cos’altro esiste
e nell’isole sperdute
vedrai che troverò
il bello che tu non hai.”
“La vita dura a lungo,
non ci lascia sempre infanti
con brame senza fondo,
occorre accontentarsi
di quello che si vive.
Ascoltami, ragazzo,
t’ho fatto forse un torto
a renderti la vita,
accetta i miei consigli
già che l’ho vissuta
senza pur volerla:
ragiona con la mente
che guida le tue mani,
non invidiare il bello
che appare rilucente,
puoi avere solo quello
che paghi con la vita.
E non avrai gran danno, infine,
a vivere i tuoi anni.”
Commento alla poesia
Adesso eseguo il commento, illustrando il senso di alcune immagini e di alcune affermazioni.
Le spalle sotto il peso
Le spalle sotto il peso
di un sacco di semenza
che va a depositare
nel banco della terra
impastata dalla pioggia,
La prima scena descrive il contadino che trasporta un sacco pieno di semi da utilizzare per la semina. I semi sono il capitale che il contadino investe e lo va a depositare nella banca che è la terra, per poi riprendersi alla fine il raccolto, che è il frutto del lavoro. Il lavoro deve essere appropriato nei tempi e nei modi. Occorre che la terra sia umida affinché i semi possano germogliare. L’umidità viene fornita dalla pioggia, che però non può essere preventivata e comandata, per cui può capitare che diventi eccessiva e la terra non sia solo inumidita, ma proprio intrisa ed impastata, rendendo più faticoso il lavoro, che però deve essere svolto perché quello è il tempo giusto.
i piedi rifugiati
in scarpe contadine
punteggiano il cammino
di gemini laghetti
dal freddo illuminati
sole novembrino,
Camminando nella terra impastata di pioggia con il peso del sacco sulle spalle i piedi affondano, creando così delle orme profonde nelle quali, dopo che il piede ne è uscito, si raccoglie acqua formando piccoli laghi gemelli, quelli del piede destro a cui corrisponde quello del piede sinistro, che tracciano il cammino percorso dal contadino, e la superficie dei laghetti riflette la fredda luce dei raggi del sole in novembre.
le grosse lente mani
impietrite dalla brina
dei tralci delle viti
Un altro lavoro da fare è sulle viti, sistemando i tralci ordinatamente e legandoli con fili di paglia; le mani sono sottoposte al freddo gelido della brina che copre le viti.
offrono le palme
al fuoco del camino
Finito il lavoro, dunque, con le mani ghiacciate e il resto del corpo infreddolito, di corsa a riscaldarsi al fuoco del camino.
e la paglia incandescente
consuma il suo dovere
estranea compagna
di chi l’è grato per la vita,
Nel camino brucia la paglia per dare fuoco e fare accendere anche i rami. Il contadino conosce l’importanza dei questi materiali, paglia e rami, e li tratta con rispetto, perché ad essi deve la possibilità di riscaldarsi e di condurre la propria vita.
rumina la bocca
pane cotto al forno
e una foglia di campagna
pulita con le mani
della radice pien di terra,
Il riposo è accompagnato anche dallo spuntino che si basa sul pane prodotto da sé nel forno, accompagnato da foglie di piantine prese direttamente dalla terra, dopo averne staccato la radice e averle pulite con le mani stesse.
manda tutto in gola
vino attinto al fiasco
col suo sapore crudo.
Sorsi di vino, presi direttamente dal fiasco, accompagnano lo spuntino, mandando il cibo nella gola.
Riscalda il caminetto
in petto infiamma il vino
“Coraggio ch’esce il sole”
dice il contadino
” con la neve dell’inverno
potremo riposare.
Inizia il dialogo tra il contadino e il figlio. Gli dice di avere fiducia nel fatto che il freddo passerà e tornerà il sole nella bella stagione. E quando cadrà la neve o farà troppo freddo sarà comunque tempo di interrompere i lavori e riposare.
T’insegnerò ragazzo
a prendere le volpi
con trappole di corda,
nel nido gli uccellini
col becco spalancato
ti porterò a vedere,
ti sembrerà prodigio
l’innesto che germoglia.
Il contadino illustra alcune delle cose belle che mostrerà al figlio, come costruire le trappole per le volpi al fine di proteggere le galline, andare a vedere i nidi con gli uccellini appena nati direttamente sugli alberi, senza toccarli, per ammirare la bellezza dei becchi aperti che si aspettano il cibo portato dalla mamma, oppure il germoglio di innesti eseguiti sugli alberi che in maniera quasi miracolosa danno origine e nuovi rami.
Son certo sarai lieto
di questa povertà
ascoltando poi la sera
i conti di tuo nonno
e correndo sui puledri
ad annunciare il pranzo
nella polve dei tratturi
seguito in ogni passo
dal fido cane fulvo.”
Il padre è contento di offrire al figlio quella povertà, non “la povertà” ma “quella povertà” ed è sicuro che egli la apprezzerà, perché quella è una “povertà ricca” di cose belle e priva di ogni eccesso o superfluo. E’ una povertà intesa come condizione di vita, che ricerca solo il necessario per vivere e non il superfluo e l’inutile. Il padre è sicuro che il figlio apprezzerà quella povertà, ricca dei racconti del nonno la sera, delle corse sul cavallo per muoversi, della continua presenza del cane amico di ogni passo.
“Babbo, il mondo corre,
cambia la sua storia
e perfin la geografia,
si fan nuove invenzioni
per ridurre le fatiche
e correre veloci
e conoscere ogni cosa.”
La risposta del figlio è invece subito critica perché il suo sguardo è puntato sul futuro e sa che il mondo cambia continuamente. Cambia la storia del mondo, cambia perfino la geografia, quale conseguenza di eventi naturali, o la geografia politica, quale conseguenza di guerre o alleanze. E tutto il cambiamento è accompagnato e determinato da nuove invenzioni che permettono di ridurre la fatica, di spostarsi più velocemente, di ampliare le conoscenze.
“Magnifico il progresso
che alla Terra muta aspetto,
telefono e tivù.
Il contadino accetta il progresso che causa il cambiamento, accetta le innovazioni del telefono e della televisione, e sa che queste cambiano le sembianze del mondo.
Eppure ci son leggi
dai secoli salvate.
Però non si devono dimenticare le leggi eterne, quelle che sono sempre esistite e per il loro valore sono sopravvissute a tutti i cambiamenti avvenuti nei secoli. Sono state salvate dai secoli ed esse hanno salvato la vita degli uomini. Senza di esse la vita è destinata a finire.
T’insegnerò il rispetto
dei vecchi e delle cose,
la terra che lavori,
le piante e gli animali,
conoscerai per giusta
la scienza che tramando,
appresa dagli avi nostri
con vite di fatiche,
prima condizione
del dio in cui crediamo.”
La prima legge è il rispetto. Il rispetto dei vecchi e il rispetto delle cose che ci accompagnano nella nostra vita, il rispetto anche dell’esile e apparentemente inutile paglia. Il rispetto delle piante che si lasciano coltivare e ci forniscono il necessario per vivere. Il rispetto degli animali, che ci aiutano nei lavori e ci forniscono i loro prodotti perché noi possiamo continuare a vivere. Questa legge è costata fatica ai nostri avi, che l’hanno sperimentata e tramandata, legittimandola con le loro vite. Il rispetto del nostro ambiente è la prima legge che ci impone il dio della nostra fede. Noi conserviamo tali leggi nella fede che abbiamo per il nostro dio.
“Non credo in un signore
che fermo assista ai mali
e mamma m’insegnava
ch’è un dio che vuole bene,
papà, quello che vediamo
esiste, e non più altro.”
Il figlio si oppone all’idea di dio, del dio illustrato dalla mamma, il dio presentato dalla chiesa: esiste solo il tangibile, dice il figlio, il dio invisibile non esiste. Anche perché sarebbe incomprensibile un dio che, presentato come buono, resta invece immobile e impassibile di fronte a tutti i mali che avvengono.
“Dio o non dio, che vuoi che conti?
Non è quello il dio che ti dicevo, dice il padre, se ti riferisci a un dio invisibile e immobile, cosa vuoi che conti per la nostra vita? Non è quello il dio a cui mi riferivo, ma del dio che ci assiste nella nostra vita.
L’amore esiste, l’amore conta!
E’ l’amore l’evidenza del nostro dio, l’amore esiste, ed è quello che conta.
Anche tu ragazzo mio
amerai domani stesso
una brava contadina:
saprai senza vederla
che arriva da lontano,
sarai con l’emozione
eppure il giorno avanti
lei con te ha giocato,
altro non saprai
ma senza dubbio di sbagliare
lo chiamerai amore.”
Anche tu ragazzo farai l’esperienza dell’amore verso una donna e lo vedrai con i tuoi occhi: l’amore ti sconvolgerà, ti darà delle emozioni inspiegabili, la ragazza che era solo una compagna di giochi di punto in bianco cambierà completamente e tu resterai in attesa di lei: non comprenderai ciò che ti starà capitando, ma saprai di certo che sarà il frutto dell’amore.
“Amore, amore, amore!
Ma io voglio andar lontano
veder cos’altro esiste
e nell’isole sperdute
vedrai che troverò
il bello che tu non hai.”
Ma l’amore non è tutto nella vita, controbatte il figlio, che ha in mente di andar via, girare il mondo e trovare il bello che il padre non ha. Non ha provato l’amore e non sa cosa è l’amore, e la sua mente è abbagliata dal bello del progresso.
“La vita dura a lungo,
non ci lascia sempre infanti
con brame senza fondo,
occorre accontentarsi
di quello che si vive.
Il padre si rende conto della visione giovanile del figlio, e gli dice che però anche lui crescerà e capirà e cambierà. E quando sarà grande capirà che non hanno senso i desideri infantili, quelli che spingono a volere tutto in maniera immotivata. La vita insegnerà che è importante arrivare ad accontentarsi di quello che si vive, non di quello che si vorrebbe avere, ma di quello che si vive.
Ascoltami, ragazzo,
t’ho fatto forse un torto
a renderti la vita,
accetta i miei consigli
già che l’ho vissuta
senza pur volerla:
Il padre comprende che il figlio possa essere spaventato dalla visione del lavoro, della fatica, delle difficoltà, condizioni necessarie nella vita. Il lavoro è necessario per tutti gli esseri viventi, comprese le piante che devono succhiare gli alimenti dalla terra, compresi gli uccelli che devono volare per cacciare gli insetti, anche per gli animali carnivori che devono inseguire e catturare le prede. Il lavoro è parte integrante della vita. Perciò, se il figlio non accetta questa visione, il padre ammette che forse gli ha fatto un torto a farlo nascere. Tuttavia anche lui è nato senza volerlo, ha vissuto la sua vita, e può dare i suoi consigli.
ragiona con la mente
che guida le tue mani,
Il primo consiglio è quello di ragionare, ma non in senso astratto e fantasioso, usare la ragione che guida le mani, cercare nel ragionare l’unità tra mente e corpo. Il ragionare deve essere accompagnato dalla coscienza della realtà della vita, che viene testimoniata dalle mani e dal resto del corpo, e non dai pensieri astratti.
non invidiare il bello
che appare rilucente,
Il bello è facilmente oggetto di invidia, perché il bello è rilucente, il bello splende al di sopra di tutto. Ma il bello visto da lontano, quello che appare rilucente, mostra di sé solo l’aspetto scintillante, non ciò che vi sta dietro.
puoi avere solo quello
che paghi con la vita.
Il bello non è privo di costi. Il bello futile, che splende e basta, non ha senso, perché non vale niente e non appaga. Il bello che appaga è alla portata di tutti, ma ha un costo e si paga con la vita. E’ una scelta. Il bello appare, quello che non appare sono il lavoro e i sacrifici che stanno dietro ad esso. Per cui scegli il livello del tuo bello, quello che sei disposto a pagare, e vivi in modo da poterlo avverare.
E non avrai gran danno, infine,
a vivere i tuoi anni.”
E se farai in questo modo, anche se hai avuto una vita che non hai scelto, non sarà un grosso danno per te viverla. Ma ogni momento di essa ti potrà dare il senso di essere vivo e ad esso non sarai in grado di rinunciare.
Rilettura
Si può rileggere il componimento, assecondando il ritmo delle parole.
Le spalle sotto il peso
Le spalle sotto il peso
di un sacco di semenza
che va a depositare
nel banco della terra
impastata dalla pioggia,
i piedi rifugiati
in scarpe contadine
punteggiano il cammino
di gemini laghetti
dal freddo illuminati
sole novembrino,
le grosse lente mani
impietrite dalla brina
dei tralci delle viti
offrono le palme
al fuoco del camino
e la paglia incandescente
consuma il suo dovere
estranea compagna
di chi l’è grato per la vita,
rumina la bocca
pane cotto al forno
e una foglia di campagna
pulita con le mani
della radice pien di terra,
manda tutto in gola
vino attinto al fiasco
col suo sapore crudo.
Riscalda il caminetto
in petto infiamma il vino
“Coraggio ch’esce il sole”
dice il contadino
” con la neve dell’inverno
potremo riposare.
T’insegnerò ragazzo
a prendere le volpi
con trappole di corda,
nel nido gli uccellini
col becco spalancato
ti porterò a vedere,
ti sembrerà prodigio
l’innesto che germoglia.
Son certo sarai lieto
di questa povertà
ascoltando poi la sera
i conti di tuo nonno
e correndo sui puledri
ad annunciare il pranzo
nella polve dei tratturi
seguito in ogni passo
dal fido cane fulvo.”
“Babbo, il mondo corre,
cambia la sua storia
e perfin la geografia,
si fan nuove invenzioni
per ridurre le fatiche
e correre veloci
e conoscere ogni cosa.”
“Magnifico il progresso
che alla Terra muta aspetto,
telefono e tivù.
Eppure ci son leggi
dai secoli salvate.
T’insegnerò il rispetto
dei vecchi e delle cose,
la terra che lavori,
le piante e gli animali,
conoscerai per giusta
la scienza che tramando,
appresa dagli avi nostri
con vite di fatiche,
prima condizione
del dio in cui crediamo.”
“Non credo in un signore
che fermo assista ai mali
e mamma m’insegnava
ch’è un dio che vuole bene,
papà, quello che vediamo
esiste, e non più altro.”
“Dio o non dio, che vuoi che conti?
L’amore esiste, l’amore conta!
Anche tu ragazzo mio
amerai domani stesso
una brava contadina:
saprai senza vederla
che arriva da lontano,
sarai con l’emozione
eppure il giorno avanti
lei con te ha giocato,
altro non saprai
ma senza dubbio di sbagliare
lo chiamerai amore.”
“Amore, amore, amore!
Ma io voglio andar lontano
veder cos’altro esiste
e nell’isole sperdute
vedrai che troverò
il bello che tu non hai.”
“La vita dura a lungo,
non ci lascia sempre infanti
con brame senza fondo,
occorre accontentarsi
di quello che si vive.
Ascoltami, ragazzo,
t’ho fatto forse un torto
a renderti la vita,
accetta i miei consigli
già che l’ho vissuta
senza pur volerla:
ragiona con la mente
che guida le tue mani,
non invidiare il bello
che appare rilucente,
puoi avere solo quello
che paghi con la vita.
E non avrai gran danno, infine,
a vivere i tuoi anni.”
Un manifesto della consapevolezza
La terza poesia che propongo la voglio definire come un manifesto della consapevolezza, perché descrive il momento in cui dei pensieri confusi e approssimativi diventano coscienza e comprensione.
Per nascere e nascere ancora
Per nascere e nascere ancora
uno sforzo e la forza diluita
tra corse e fermate
impennate, cadute e ristagni;
sorridere è facile certo
e quei nasi e le barbe
e il profumo e l’inconsistente visione,
rumori e diresti tu suoni
e la penna che verga la carta
il fumo s’alza nel cielo
un foglietto celeste di carta
una carta verde di foglie
foglie gialle di piume
e piume rossastre di angeli;
nera la macchia si allarga
allegra, allegra, borbotta
di pianto, di pianto, sorride
ma sorride borbotta nei tini
le botti il vino di ottobre
la vite la vita la gente
il niente il normale c’è sempre.
S’inceppa la mente s’inceppa nasconde
è sempre il normale t’accorgi?
Aspetta che forse che forse capisco
la mente la luce aspetta capisco:
“per strade di sassi di terra
piedi normali di donne
piedi di sempre camminano stanchi:
è sempre il normale, rinasci,
rinasci al banale alla voce,
ai singhiozzi bugiardi alla luna
al caldo alla vita alla vite
all’odore allo sporco alla terra,
è sempre il normale, rinasci!”
Commento alla poesia
Ecco il commento.
Per nascere e nascere ancora
Non si nasce una sola volta. Meglio, il corpo nasce una volta, ma nelle misure e nelle sembianze di un neonato, e impiega quasi vent’anni per raggiungere la conformazione adulta. Per il pensiero succede la stessa cosa. Alla nascita è rudimentale, poi un po’ alla volta si accresce. Per il pensiero non esiste una dimensione adulta. In ogni momento della vita si possono verificare delle variazioni che portano a dei cambiamenti e ogni cambiamento può essere considerato una nuova nascita, quando comporta una variazione della percezione e dell’idea del sè.
uno sforzo e la forza diluita
tra corse e fermate
impennate, cadute e ristagni;
Ogni cambiamento richiese uno sforzo, o una serie di sforzi, in un seguito di accelerazioni e pause, impennate, tentennamenti, attese.
sorridere è facile certo
In questa fase di cambiamento si modifica la percezione delle cose e anche la reazione alle stesse. E’ facile reagire con un sorriso, anche se non pieno, non sempre veritiero, perché la percezione delle cose è variabile.
e quei nasi e le barbe
Anche la visione di caratteristiche fisiche possono modificarsi, come l’aspetto dei nasi o delle barbe.
e il profumo e l’inconsistente visione,
I profumi possono essere vaghi, incerti, le visioni sbiadite e mutevoli.
rumori e diresti tu suoni
I rumori possono essere avvertiti come suoni e viceversa.
e la penna che verga la carta
L’incertezza delle cose viene trasferita dalla penna sulla carta, dove traccia delle linee senza significato, delle ombre, delle curve, delle eliche dirette verso l’alto.
il fumo s’alza nel cielo
I tratti di penna verso l’alto fanno pensare al fumo che va verso il cielo.
un foglietto celeste di carta
Il colore blu del cielo riporta al colore di un foglio di carta.
una carta verde di foglie
Un foglietto di carta che può essere anche verde come le foglie degli alberi.
foglie gialle di piume
Ma le foglie degli alberi possono essere gialle come le piume.
e piume rossastre di angeli;
E le piume riportano a quelle delle ali degli angeli di colore rossastro.
nera la macchia si allarga
Il colore diventa una macchia indistinta e buia che diventa sempre più grande.
allegra, allegra, borbotta
Ma è una macchia viva, che emette borbottii, allegramente,
di pianto, di pianto, sorride
E’ un borbottio che si confonde con il pianto, ma nel pianto si avverte un sorriso.
ma sorride borbotta nei tini
Come sorride e borbotta nei tini il mosto messo lì a maturare per diventare vino.
le botti il vino di ottobre
E alla fine diventa vino, completa il proprio processo, ecco che arriva la fine.
la vite la vita la gente
La fine legata alla vite, al vino, che riempie la vita, che rallegra la gente.
il niente il normale c’è sempre.
Ecco la fine, ecco il punto d’arrivo, che è una visione normale, il normale che si ripete e c’è sempre. Il normale a volte troppo normale per essere capito, per essere apprezzato.
S’inceppa la mente s’inceppa nasconde
Di fronte a questa considerazione si ferma la mente, si inceppa il pensiero, a cui ancora è nascosta la nuova scoperta.
è sempre il normale t’accorgi?
Il normale c’è sempre, il normale è la regola, è questa la scoperta.
Aspetta che forse che forse capisco
Ecco che il pensiero si illumina, chiede tempo, ma arriva a comprendere.
la mente la luce aspetta capisco:
Ecco,il pensiero si è formato, la luce è arrivata, la comprensione si è realizzata.
“per strade di sassi di terra
piedi normali di donne
piedi di sempre camminano stanchi:
Nella luce della comprensione appaiono sentieri di terra coperti di sassi, non lisci, non levigati, e su quei sentieri camminano piedi di donne, piedi che da sempre camminano, portano le donne sulle strade difficili della vita, percorsi che sostengono e continuano la vita, che si realizza nella continua ricerca di una nuova normalità.
è sempre il normale, rinasci,
Ecco dunque la verità, la normalità della vita, abbandona le illusioni e fermati su questa visione, la visione della normale vita che si sviluppa su sentieri sassosi, portata da donne che camminano stanche ma non si fermano. Rinasci nella comprensione di quella che è la normalità.
rinasci al banale alla voce,
E apprezza, in questa nuova visione, il senso importante di ciò che sembra banale, il valore grande della voce che permette la condivisione delle sensazioni e dei pensieri.
ai songhiozzi bugiardi alla luna
Comprendi anche la voce singhiozzante di chi ha paura, come il bambino che rivolge il proprio pianto alla madre in cerca di un conforto, il pianto di chi nella disperazione ricerca ancora una volta la madre, la luna, per averne conforto, tranquillità e coraggio.
al caldo alla vita alla vite
Comprendi il valore infinito del calore, della vita, della vite che con il suo prodotto aiuta a dare vitalità.
all’odore allo sporco alla terra,
Comprendi il valore degli odori come parte integrante della vita e sappili apprezzare, apprezza lo sporco che fa parte delle attività vitali, riconosci la terra che è il sostegno della vita.
è sempre il normale, rinasci!”
E tutto questo rappresenta la vita, la vita è normale, rinasci alla normalità della vita abbandonando le illusioni.
Rilettura
Per nascere e nascere ancora
Per nascere e nascere ancora
uno sforzo e la forza diluita
tra corse e fermate
impennate, cadute e ristagni;
sorridere è facile certo
e quei nasi e le barbe
e il profumo e l’inconsistente visione,
rumori e diresti tu suoni
e la penna che verga la carta
il fumo s’alza nel cielo
un foglietto celeste di carta
una carta verde di foglie
foglie gialle di piume
e piume rossastre di angeli;
nera la macchia si allarga
allegra, allegra, borbotta
di pianto, di pianto, sorride
ma sorride borbotta nei tini
le botti il vino di ottobre
la vite la vita la gente
il niente il normale c’è sempre.
S’inceppa la mente s’inceppa nasconde
è sempre il normale t’accorgi?
Aspetta che forse che forse capisco
la mente la luce aspetta capisco:
“per strade di sassi di terra
piedi normali di donne
piedi di sempre camminano stanchi:
è sempre il normale, rinasci,
rinasci al banale alla voce,
ai songhiozzi bugiardi alla luna
al caldo alla vita alla vite
all’odore allo sporco alla terra,
è sempre il normale, rinasci!”
Conclusioni
“Fino a diciotto anni tutti scrivono poesie; dopo, possono continuare a farlo solo due categorie di persone: i poeti e i cretini”. E’ un aforisma attribuito a Benedetto Croce. Riferendosi alla poesia esercitata in età adulta, distingue due categorie di persone, i poeti e i cretini che credono di essere poeti. E’ un’affermazione drastica, che non tiene conto della realtà di ogni elemento della biologia: non esiste l’uno o l’altro, ma uno spettro di elementi che formano una curva, la curva gaussiana, in cui si possono riconoscere il numero di soggetti che posseggono la caratteristica in esame nella misura minima, poi in misura crescente, fino alla misura massima. Per cui, anche dopo i diciotto anni, a mio avviso, chi si cimenta nella scrittura di poesie non è un cretino, ma è un poeta, in una misura sua personale, che riesce a scrivere quello che è in grado di scrivere. E’ ovvio che solo una minoranza di poeti scriveranno opere di maggior valore, come solo una minoranza di compositori scriveranno musiche memorabili. Ma è anche vero che a parte i pochi che non sono per niente vicini alla poesia, tutti gli altri lo sono anche se in misura diversa: è per questo motivo che tutti possono comprendere o essere attratti da una poesia.
Prendendo per buona la considerazione che è l’età che permetterebbe di discernere i poeti dai cretini, si può derivare che l’animo poetico è tale perché continua ad essere anche in età adulta quello che era prima dei diciotto anni. Questo concetto ricorda il “fanciullino” di Pascoli.
Le considerazioni da fare sono tante, io ritengo che l’animo poetico resta in coloro che già da giovani raggiungono una profondità di visione, ed è proprio tale profondità che obbliga a continuare a scrivere poesie anche in età adulta. Una profondità di visione che forse altri non hanno e, non potendo comprendere, considerano di conseguenza “cretini” quelli che dicono cose strane per loro poco concepibili, ingenue o addirittura divertenti.
L’animo poetico è importante per una società, perché aiuta a trascendere dalla percezione indistinta di una realtà bruta e consente di attribuire a ogni cosa un certo significato più ampio, trasformando la visione brutale in visione reale, “normale”. Solo la conoscenza genera amore, e l’amore, a differenza di quanto si è portati a pensare, non distingue il bello dal brutto.
Fatte queste premesse, e soprattutto considerando che in tutti è presente un animo poetico, credo che la poesia possa essere di grande aiuto nel sociale e nella politica, perché consente di stabilire dei punti di partenza, consente di fare richiamo a delle leggi salvate dai secoli, consente di rinnovare il senso del valore dell’amore, tutti concetti che entrano nella vita sociale e che dovrebbero rifornire i programmi della la programmazione politica. Dico dovrebbero, perché nel senso naturale delle cose la politica dovrebbe essere l’organizzazione della città, dei cittadini, come sono realmente, con la soddisfazione dei veri bisogni, anche se apparentemente banali. Dovrebbero, perché da troppo tempo è invalso il senso opposto, il concetto del top-down, per cui i capi decidono ed impongono, modificando i bisogni, magari disegnando isole lontane piene di bello rilucente. Il top-down che giunge all’aberrazione dell’eugenetica, che vorrebbe non amministrare i cittadini con i loro bisogni, ma modificare i cittadini per modificarne i bisogni.
E dunque, se gli spot pubblicitari lanciano continui inni alla bellezza e alla forza, costringendo gli ignari spettatori a seguire quelle vie poiché solo esse conducono alla realizzazione dell’io, la poesia può indicare che la vita non è piena di bellezza e forza, ma di amore e comprensione, di amore e compassione, e che l’io si realizza nell’amore.
E dunque, se gli spot pubblicitari continuano a mostrare saponi e detergenti per tutto, in maniera maniacale, con l’unico obbiettivo di vendere sempre di più, una poesia può mettere il dubbio e forse fare comprendere che è necessario ma anche normale accettare lo sporco che ci accompagna ogni giorno. Basta saperlo trattare, non demonizzare.
E se gli spot pubblicitari insinuano che si può facilmente guadagnare da casa stando sul divano semplicemente comprando e vendendo cose non possedute, una poesia può far capire che occorre lavorare per guadagnare, e che comunque anche se si guadagna tanto stando sempre sul divano non si vive una vita, non si spendono soldi vitali ma solo soldi surrogati, la spesa vitale non va fatta a un supermercato per avere nuove cose, va fatta nella vita avendone le gratificazioni, come quella del vedere che dopo avere fatto un innesto da esso germoglia un ramo, come quella di cadere a terra stremati e felici dopo avere raggiunto la meta in bicicletta, come quella di vedere un ragazzo rinascere dopo essere stato rassicurato nella sua invadente timidezza.
Forse la poesia continua a dare una visione “fanciulla” della vita, ma mostra anche che la visione “adulta” è piena di tante incrostazioni che rappresentano il “brutto”, e le incrostazioni arrivano ad essere tanto numerose e voluminose da nascondere gli elementi veri.
Ma se pure alla fine fosse considerato valido l’enunciato di Benedetto Croce, poiché non sono certo che quello che scrivo siano poesie, comunque preferisco scriverle ed essere considerato cretino, mi sento comunque più umano, più umano di un austero e intransigente intellettuale, certamente più umano e felice, come solo un pezzente può essere, rispetto ai possessori di ammassi di criptovalute. Ma allo stesso tempo non vorrei essere preso per un cretino vero, quello che nega l’importanza dei soldi e il valore del progresso. La capacità di progredire è intrinseca all’uomo, l’uomo si è continuamente dedicato a migliorare le proprie condizioni di vita attraverso la costruzione di attrezzi e di macchine e di case e di strade: il progresso fa parte dell’uomo, quando è l’uomo che ne sente il bisogno e lo richiede. E quando si parla di povertà, non si intende la povertà fatta di stenti e privazioni, ma la “povertà ricca”, quella che si comprende e si basta, e non cerca altro solo per provare cose nuove, perché non apprezza più abbastanza ciò che ha. E allora, forse una poesia può aiutare a illustrare l’importanza del “normale”, l’apparentemente noioso normale, quello che può continuare ad esserci in quanto “su strade di sassi di terra – piedi normali di sempre – piedi di donne camminano stanchi”.
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