Costituisce un terreno altamente scivoloso discutere delle sofferenze e delle ingiustizie altrui, specie quando non le si è vissute in prima persona e quando appartengono a un’epoca che molti di noi non hanno personalmente conosciuto. Ancora più complesso – e forse anche pericoloso – è però istituire una gerarchia del male. Se si pensa al Giorno della memoria, celebrato annualmente ogni 27 gennaio, alla mente sopraggiunge immediato il richiamo ai crimini perpetrati dal partito nazista nei confronti del popolo ebraico, benché quest’ultimo, come ha giustamente sottolineato Paolo Cornetti, nel suo articolo apparso su “La Fionda”, non sia stato la sua unica vittima.
Non è possibile in poche righe riassumere le motivazioni di ordine politico, storico e anche ideologico per le quali la Giornata della memoria è stata votata a ricordare quello che comunemente viene ritenuto il summum malum, nonostante la storia – definita icasticamente da Hegel un “banco da macellaio”[1] – sia così prodiga di esempi di atti di malvagità e violenza verso decine, forse centinaia, di popolazioni, etnie, movimenti religiosi. Chi scrive non vuole certamente sminuire la efferata e tragica gravità della Endlösung così ardentemente perseguita dal governo nazionalsocialista, ma riflettere sull’insito rischio che si corre quando si decide di assolutizzare un fenomeno, la Shoah, eleggendolo a non plus ultra delle forme di manifestazione del male.
Il Ministro dell’Interno italiano Piantedosi, su richiesta della comunità ebraica italiana, qualche giorno fa ha inviato una circolare a prefetture e questure perché venissero vietati cortei a favore del popolo palestinese durante il giorno di celebrazione dell’Olocausto. Al di là delle motivazioni concernenti la preservazione dell’ordine pubblico, dato la paventata eventualità di tumulti e scontri tra manifestanti per la comunità ebraica e manifestanti per la Palestina, appare piuttosto chiara la stridente contraddizione insinta nella volontà di celebrare la memoria di una sola – per quanto immane – tragedia storica, eclissando completamente non solo le altre verificatesi nel passato, ma anche quelle che continuano a imperversare e funestare il nostro presente.
Già di per sé, sancire che sia dedicato un solo giorno al fine di rammemorare a ciascuno di noi le ingiustizie e le iniquità subite da un popolo rischia di lasciar intendere in maniera implicita che i restanti giorni dell’anno l’oblio può lasciar calare il suo sipario e farci tornare allegramente alle nostre mansioni quotidiane, dimentichi di quanto è accaduto e di quanto non smette di accadere. Se poi la Shoah viene eletta a paradigma irraggiungibile da qualsiasi altra manifestazione di ingiustizia e atrocità nella storia, il giorno che ne celebra la memoria contiene in sé il germe del dissolvimento del proprio senso. Con ciò non si intende esprimere un’opposizione nei confronti della comunità ebraica relativamente alla sua sacrosanta volontà di ricordare quanto è stato possibile accadesse nella democratica Europa meno di un secolo fa. Al contrario, se proprio bisogna che un giorno della memoria vi sia, dovrebbe essere istituito senza alcun genitivo di possesso.
Infatti, il divieto di organizzare cortei a favore della Palestina può lasciar intendere che la memoria del male e dell’ingiustizia sia di esclusiva proprietà della storia ebracia. In realtà, si è scelto il 27 gennaio perché rappresenta la data in cui le truppe sovietiche sono entrate ad Auschwitz, liberandone i prigionieri. Perciò, se proviamo a porre l’attenzione non soltanto sull’aspetto commemorativo di questo giorno, ma anche sul significato liberatorio che contiene in sé, sarebbe più significativo che venisse rinominato come il Giorno della memoria e della liberazione.
Il cambio di denominazione non vuole essere un mero gioco retorico che, mentre riordina le parole, lascia che il caos continui a sconvolgere il mondo, ma un invito a pensare diversamente la memoria storica delle tragedie, delle atrocità, delle crudeltà e delle ingiustizie che il teatro della storia ci ha così instancabilmente mostrato. Indire una giornata commemorativa, limitandone la circonferenza a una sola serie di eventi, ne etnicizza e stravolge il significato. Certamente sarebbe impossibile riportare alla memoria tutte le atrocità e le ingiustizie di cui è macchiato il nostro passato – anche perché sarebbe una scelta politica quella di rammentarne une e di tralasciarne altre, riproponendo il medesimo meccanismo che si intedende distruggere – ma non è altrettanto impensabile trasformare questa data nel giorno della memoria non solo del passato, ma anche del presente, affiancando alla funzione rammemorativa, quella liberatrice appartenente alla dimensione attiva del ricordare. Ciò potrebbe aiutarci a mantenere vigile la nostra attenzione, affinché quanto è alle nostre spalle non venga dimenticato, ma soprattutto che le sofferenze e le ingiustizie che appartengono, ahinoi, al mondo in cui attualmente viviamo entrino a far parte della memoria del nostro presente. Se infatti le tragedie, il male, appartengono solo al passato, come è possibile liberarci dal pericolo che si ripresentino? Soltanto prendendo autenticamente coscienza delle iniquità e delle tragedie anche del presente, è possibile che una qualche liberazione – difficilissima, ma possibile – possa essere realizzata, salvando vittime innocenti dalla impietosa falce non di un imperscrutabile e ineluttabile destino, bensì dalla intenzionale e programmatica volontà di certi governi. E la prima liberazione da attuare, indispensabile per pensare e realizzare una liberazione di natura storico-politica, deve essere dalle narrazioni faziose e mistificatrici che stanno adulterando la disperata realtà di quanto sta accadendo a una popolazione che corre il rischio di essere cancellata dalla memoria della storia.
[1] G. W. F. Hegel, “Lezioni sulla filosofia della storia”, Firenze 1941, pag. 57
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