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Il sonno dei filosofi


5 Feb , 2024|
| 2024 | Visioni

 Se  immaginassimo, meglio fantasticassimo, di abbracciare con lo sconfinato grandangolo della storia l’Occidente in cui viviamo, probabilmente lo troveremmo in stato di fermo. Molti protesterebbero che quello strumento è rotto o, peggio, che è progettato per distorcere la realtà che, invece, è attraversata da uno straordinario avanzamento scientifico e tecnologico. Vero. Ma la stasi concerne l’ordine del potere e, prima ancora, il potere stesso e l’ideologia del potere. Siamo inchiodati e non si affacciano nuove idee. Fissi, sì; quasi mummificati. Da quando? Da un secolo, grosso modo. Anzi, a guardar bene dentro il grandangolo, noteremmo una frattura nell’anno 1989: caduta del muro di Berlino, fine dell’URSS, scacco al comunismo reale. Già il comunismo: piaccia o no, è stata l’unica importante novità teorizzata da un filosofo tedesco nell’Ottocento, da cui l’ultima, stupefacente, rivoluzione tra Occidente e Oriente, che ha stravolto l’ordine tradizionale e, laddove la rivoluzione non fu fatta, certamente ha scosso gli assetti socio-politici in essere. Ma nel 1989 l’orologio della storia è inaspettatamente tornato indietro. A quando? Diciamo alle rivoluzioni settecentesche e al trionfo della grande borghesia industriale e commerciale. Negli ultimi decenni la nouvelle vague ha assunto la forma del neo-liberismo. C’è dell’altro di sostanziale? A me pare proprio di no.

 Si dirà: siamo nell’età dei diritti, ci sono i diritti. Come categoria i diritti hanno almeno 400 anni di vita: una rielaborazione su base romana e romanistica, opera dei filosofi del diritto naturale che introdussero (questa la novità) una dimensione egalitaria e universalistica fino ad allora ignota, recepita e positivizzata prima dalle Dichiarazioni dei diritti delle colonie nord americane, poi dalle Dichiarazioni dei diritti della Francia rivoluzionaria. Siamo ancora là.

 In questi nostri anni altro non abbiamo veramente fatto se non moltiplicare i diritti: nessuna invenzione, ma solo l’inaugurazione di una produzione quasi industriale. I nuovi diritti a getto continuo; la creatività consegnata alle corti giudiziarie; la deminutio della comunità nella gerarchia dell’importanza e del potere; il potenziamento senza fine dell’individuo complice il progresso, e l’ubriacatura, tecnologica; l’universo del politicamente corretto; l’enorme mercato derivato ai produttori dai diritti a consumazione incessante; l’isolamento degli uomini e delle donne dei diritti edonisticamente distratti od obnubilati; l’eclissi della dimensione collettiva e il frastagliamento del potere incapace di ri-proporla al centro o, più probabilmente, consapevole che, se la si oscura, ora è più conveniente.

 L’immobilismo è patente quando ci scagliamo, anno Domini 2024, ancora e sempre l’un contro l’altro l’accusa di fascismo, qualche volta di nazismo, (molto) meno di comunismo. Se diamo un’occhiata dentro il potente grandangolo della storia, la lente adesso, se non consente di spostare lo sguardo in avanti, non lo consente nemmeno all’indietro: la memoria ha incatenato la storia al 1940 e dintorni; anzi, la memoria ha preso il posto della storia. La storia postula fatica se si vuol provare a capire. La memoria molto meno perché è il nostro ieri, al massimo l’altro ieri: è vicina e ci è presentata come se solo essa contasse, come se esaurisse tutto il passato. La memoria come assoluto: quasi non c’è altro da sapere, da ricordare.

 In questo contesto ci si attenderebbe la reazione da parte della filosofia: la messa in campo di progetti radicalmente nuovi per un nuovo ordine di cui l’Occidente, per quanto ripiegato su sé stesso, ha assoluto bisogno se non vuol cedere ai progetti degli altri che, da molto lontano, stanno da tempo lanciando verso di noi le loro fitte reti captatorie. L’Occidente è in letargo e, con lui, i suoi filosofi, anch’essi un po’ narcisisti, un po’ molli, parecchio vanesi, prontissimi a cercare spasmodicamente palcoscenici, magari in ridanciani festival, nei quali la cultura è ricercata dal pubblico acculturato come si ricerca l’ultima cover per lo smartphone.

 Si capisce che, se questa è l’atmosfera, è difficile che qualcuno escogiti l’inversione. Forse avremmo bisogno di pensatori e di pensieri meno frivoli, meno inconsistenti e, aggiungerei, meno irresponsabili. Noi tutti avremmo bisogno di un rinnovamento, anzi di una rivoluzione spirituale da cui potrebbe sgorgare una nuova linfa giusta per accendere gli entusiasmi. Il declino degli orizzonti della cultura classica nelle scuole e, anche, nelle università (penso a Giurisprudenza) è, a un tempo, causa (o concausa) ed effetto di questo decadente immobilismo. Con orgoglio (che condivido) Hannah Arendt scriveva che spetta alle scienze storiche e agli studi umanistici custodire e scoprire; e che esse «sono politicamente d’importanza maggiore». Ma la moda è proprio contro.    

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