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Demagogia di Luciano Canfora


17 Apr , 2024|
| 2024 | Recensioni

Sulla guida del popolo o sulla δημαγωγία

Luciano Canfora nel suo “Demagogia” spiega che i termini “demagogia” e “demagogo” non presentano, in origine, il significato negativo che la tradizione posteriore ha loro attribuito.

Essi assumono un valore di “vox” neutra designante  l’ἄγειν δῆμον e colui che esercita tale funzione. In tal senso, pertanto, il demagogo corrisponde, approssimativamente, a chi detiene il potere politico o a chi si assume il compito del governo. Oggi, continua, la demagogia “si identifica con la mercificazione onnipervasiva, con la diffusione di pseudo-valori capillarmente trasmessi tramite i media e l’universo spettacolare-popolare, spesso di valenza deviante”; sicché non c’è vera alfabetizzazione di massa, ma soltanto un “basso e torvo livello culturale e un generale ottundimento della capacità critica

Il lemma δημαγωγία si trova attestato per la prima volta nella commedia aristofanea “Cavalieri”, pronunciato da un servo: “Ormai la guida del popolo (δημαγωγία) non tocca più a persone bene educate e perbene, è andata a finire nelle mani di un ignorante schifoso”.

È indubbio come in questa prima comparsa del termine, almeno a noi conosciuta,  esso non abbia in sé merito spregiativo, ma, anzi, il personaggio che lo adopera rimarca nella concretezza della circostanza politica la decadenza di coloro che si assumono questa elevatissima responsabilità.

Alla stessa maniera, forse, va letta l’espressione tucididea, usata per definire Cleone, ἀνὴρ δημαγωγός, in senso asettico, di ruolo che egli ricopriva, alla stregua di  un ἀνὴρ στρατηγός.

Affine significato “neutro” possiede il termine δημαγωγία riferito dallo storiografo ad Androcle, esponente di spicco democratico fatto ammazzare su commissione oligarchica nel 411.

L’accezione del termine δημαγωγεῖν nel suo significato più profondo di “guidare il popolo” si rinviene nell’”Elena” di Isocrate, laddove è antitetico a τυραννεῖν. Circa Teseo, difatti, è asserito che egli fu tiranno quanto a potere, ma “demagogo” in relazione alla sua azione politica indirizzata al bene del popolo: τῇ μὲν ἐξουσίᾳ τυραννῶν, ταῖς δ᾽ εὐεργεσίαις δημαγωγῶν.

Questi riferimenti dimostrano come non sia il termine in sé ad avere senso dispregiativo, ma sia l’involuzione della classe politica in generale a conferire all’esercizio della demagogia quel significato negativo che ancor oggi, sia pur nelle sue diverse sfaccettature, esso conserva.

Il passo già citato dei “Cavalieri” di Aristofane è, in questo senso, esemplare: la guida del popolo è andata ormai nelle mani di uomini indegni ed il suo stesso esercizio, nelle modalità e nei mezzi, è scaduto. Gli stessi cavalieri, che rappresentano la visione sana e tradizionale del buon governo, sanno che non c’è spazio per l’antico modo di ἄγειν δῆμον e, per demolire il potere di Paflagone – Cleone, gli oppongono il Salsicciaio.

Questa evoluzione è disegnata con chiarezza da Aristotele.

Nella Costituzione degli Ateniesi egli afferma: “In principio erano le persone perbene che facevano i demagoghi”.

L’epoca d’oro della “buona demagogia”, forse, passa attraverso personaggi come Solone e Pisistrato, Temistocle ed Aristide, per cessare con la morte di Pericle: “Dopo la morte di Pericle a capo dei signori stava Nicia, a capo del demo Cleone, al quale sembra spetti la massima responsabilità nella corruzione del popolo per quel che riguarda il modo di far politica”; finché, a partire da Cleofonte, “la demagogia fu esclusivamente nelle mani degli sfacciati desiderosi solo di compiacere la massa”.

Nel corpo di questa estesa opinione sulla rovina della vita politica ateniese da Pericle a Cleone è curioso notare da parte di Tucidide l’uso dell’espressione, riferita a Pericle, δῆμον ἄγειν nel senso positivo dell’attività di governo volta al bene comune, a cui si oppone il δῆμον χαρίζειν, ossia il lusingare il popolo.

Questa espressione trova il suo corrispettivo nell’”Ecuba” di Euripide, in cui Odisseo è definito δημοχαριστής con senso sprezzante. Si tratta di quel contegno deteriore di chi fa leva sulle inclinazioni più irragionevoli del popolo al solo fine di conseguire potere personale. Nel riferimento euripideo è indubbio, d’altronde, che quest’azione, che corrisponde al senso che ancor oggi diamo a “demagogico”, come “populistico”, si eserciti attraverso la “cattiva retorica”: la parola persuasiva indirizzata all’inganno.

Diviene chiaro, così, come si sia venuto preparando ed affermando, poi, irrevocabilmente il concetto di demagogia come espressione deteriore, nei fini e nei mezzi, dell’arte del governare. Si pensi all’opera di Polibio: la demagogia è indicata come una forma di degenerazione della democrazia. Esemplare risulta la figura di Gaio Flaminio che, un secolo prima dei Gracchi, si fece fautore di una legge per la distribuzione delle terre ai contadini: “Γαΐου Φλαμινίου ταύτην τὴν δημαγωγίαν εἰσηγησαμένου καὶ πολιτείαν, ἣν δὴ καὶ Ῥωμαίοις ὡς ἔπος εἰπεῖν φατέον ἀρχηγὸν μὲν γενέσθαι τῆς ἐπὶ τὸ χεῖρον τοῦ δήμου διαστροφῆς…πυνθανόμενος […] τὸνδὲ Φλαμίνιον ὀχλοκόπον μὲν καὶ δημαγωγὸν εἶναι τέλειον, πρὸς ἀληθινῶν δὲ καὶ πολεμικών πραγμάτων χειρισμὸν οὐκ εὐφυῆ …

Ecco che i termini “demagogia” e “demagogo”, suggerisce Canfora “hanno unicamente significato deteriore: si tratta di persone e metodi che cercano, per fini perversi, di catturare il favore delle masse adulandole.

Ed in tempi più recenti?

Hobbes nel “De cive” identifica la demagogia sostanzialmente nell’abilità oratoria, ritenendola vizio insito nella forma di governo democratica: “Sed in democratia quot sunt demagogi, id est potentes apud populum oratores

Con l’affermarsi graduale delle ideologie liberali, la figura deteriore del demagogo finirà, viceversa, sempre più per assimilarsi al fatale trascinatore del popolo, che, facendo leva sul suo potere, mette in crisi le “garanzie costituzionali”.

In questo contesto va segnalata però la posizione originale di Gramsci, che, rovesciando una sentenza storiografica oramai consolidata, taccia di demagogia i realizzatori del nostro Risorgimento, poiché “fecero del popolo-nazione uno strumento, degradandolo, (…) ed è in ciò che consiste la massima demagogia”.

È qui manifesto che all’idea di demagogia non si vuole contrapporre una posizione “elitistica” che tenga fuori dal governo della “cosa pubblica” la massa inadatta a comprendere che cosa sia l’utile comune: lasciando il popolo fuori dalla res publica, invero, se ne apparecchia la possibile strumentalizzazione, mentre l’unica via della vera democrazia è quella dell’educazione del popolo, che lo renda poco a poco consapevole delle sue scelte.

Nella società contemporanea, infine, eretta sul potere dei social-media, la demagogia non può non aver mutato pelle, pur conservando quel grafema di insidia della capacità critica del popolo e simultaneamente di strumento allarmante di potere. Osserva Luciano Canfora: “Lo scenario attuale è profondamente mutato. Il mondo dominato dal mercato è approdato alla forma integrale di demagogia, quella della mercificazione. Qui si è compiuto il grande salto dalla demagogia rozza, primitiva, demiurgicamente e arcaicamente affidata al superuomo di tipo mussoliniano (…) alla demagogia anonima e capillare, totalizzante proprio perché anonima: la mercificazione dei valori e la penetrante imposizione di pseudo-valori di facile assunzione, simboleggiati e potenziati dai media a diffusione capillare e a basso costo.

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