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Da luoghi profani (Les Flâneurs) di Elisabetta Destasio Vettori
Cara Elisabetta,
nei tuoi luoghi profani vi è la consegna al lettore di un segreto, il desiderio di svanire nel corpo sociale, nell’anima dei luoghi, in una Roma sacra e profana, mitologica e esistenziale. L’esperienza del lutto, l’esperienza del dolore non sono mai tratteggiate con indulgenza per l’io, sento nel tuo io una moltitudine scandita anche dal tributo ai grandi che ti accompagnano, penso alla dolcezza di Pier Luigi Cappello, alla furia di Alejandra Pizarnik. Leggerti la prima volta è stato graffiante, ero preda di una commozione muta. Non avrei avuto parole per dire l’emozione in cui mi sentivo gettata. Leggendoti una seconda volta sono emersi i ricordi da te evocati, l’uomo che siede sulla sedia nel piccolo soggiorno, l’albero che tiene il braccio del padre intorno al tuo. L’esperienza del lutto è consegnata alla rielaborazione, alla mancanza che si fa violenta e poi mite. La nascita – una rinascita – senza ferita sgorga dall’aver affrontato i fantasmi, tutta l’oscurità necessaria alla luce. La lingua è scalpello, la tua capacità di dire e tacere raggiunge ciascuno, trasforma questi luoghi intimi in luoghi universali. Il silenzio viene dal cielo e si fa luce, nei tuoi versi, nell’attento lavoro sulla parola, lascia uno spazio impersonale, dove io e altro si fondono in un superamento del vuoto dato dalla sua accettazione. La vertigine del corpo suadente si apre all’aria mattutina, al volo degli uccelli, alla tenerezza. I corpi si riconoscono nel cielo, i ponti di Roma si assottigliano nell’inconscio. Dalla terrazza del Gianicolo, le piante, tutta l’esistenza emersa nell’indietreggiare dell’io. È illusione dire io, tu l’hai compreso, sai esporre questo impersonale seppur nel ricordo, nella ricerca del nome, trovando questa fragilità del nome dove non è. Roma è un augurio di dannazione e salvezza, una madre. È ancora il nome scritto nella casella richiesta a mostrare la crepa immane, il dirupo dell’assenza. Essere casa per qualcuno che manca, questo immenso votarsi, riconosce il vuoto. L’acqua e il bianco trionfano nel sussurro, il dolore mai urlato, l’accenno al cammino silenzioso nella parola. Slegarsi. Trovare l’ala recisa, mentre la gola è attraversata dal bivio. Riconosci nei ninfei, nel vociare di allodole e gabbiani la via per uscire dall’interiorità che corrode la mente, dal ricordo martellante. Ed è questa pioggia – senza nominare quell’altra dimensione, solo alludendovi – a dire al corpo che è ora di andare, riunirsi, prendersi per mano per tornare. Una luce capace di curare il desiderio di dissolversi, una Roma verticale che accompagna dentro e fuori dalle ombre, dai nomi. La poesia si consegna ai quanti e allo spazio siderale. È forse questa l’epoché dell’umano, la sua necessaria resa? L’assenza così presente. La creatura rilkeiana, la riconoscenza ai maestri, da Celan a Nïn, da Sereni a Pagliarani, da Bodini a Raboni. Questa tua dedica a Pier Luigi Cappello, è commovente:
C’erano dei roseti sfioriti
nelle cose che dicevi
voci
uscite da finestre
con gli scuri accostati
il tuo corpo all’ombra
negli anfratti fradici
Fra il lungofiume
i lampioni balenanti
lo smarrimento
ora
mi dispongo a mani giunte
ora
lascio aperta la porta e
la luce accesa
che tu possa entrare
bandire il vuoto attorno
come un grillo
una falena
un gigante piccolo
addormentato sui gomiti
Elisabetta Destasio Vettori, Da luoghi profani, Les Flâneurs
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