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L’agguato della tenerezza (Besa) di Alessandro Cannavale
Caro Alessandro,
leggendoti ritrovo l’ardore meticoloso del saper stare negli eventi quotidiani, la radice profonda di una Puglia tanto amata quanto difesa dagli orrori del potere. Forse – questo credo – la creazione di una lingua passa attraverso il legame con i luoghi e con i loro fantasmi. Dagli indizi lasciati da Elisabetta Destasio Vettori in prefazione si comprende che la tua lingua poetica ripercorre certi sentieri, ritrova Bodini, Bertolucci; a tratti riconosco anche Caproni e Penna. Infatti, ecco, questa ricerca dell’essenziale, questo scavo non è cosa semplice, non tutti possono, il rischio è sempre l’estrema banalizzazione, ostacolo che mi sembra tu riesca a oltrepassare con agile cura, con la capacità di un sentire estremamente umano. Rivivo invece nella tua poesia quella spoliazione, quel doloroso lavoro di sottrazione che si manifesta tra il detto e il non detto. Non credo esista una strada maestra, delle linee guida assolute da seguire, o parole da non usare, ma è l’essenza che rimane a costruire un senso nella mancanza, perciò ha un peso. I silenzi erano pieni di ogni cosa. Nulla di bello sboccia senza vera fatica.
Così, rifletto sulla difficoltà della creazione di una lingua, sulla difficoltà del dire senza ricalcare il già detto e mantenendo vivo l’indicibile. Sentirsi forti e estremamente fragili nello stesso istante, nel diventare nessuno. Nessuno è il prima o il dopo di qualcuno. Nessuno è l’inizio di una vita che oltrepassi i confini dell’identità. Il vento parla nel silenzio degli oppressi, il tuo è un guardare al margine, guardare nelle ferite del corpo sociale, contrastare ciò che è ingiusto. Una fede, dunque, negli oppressi, nelle voci dimenticate, il lavoro dei precari, l’incanto raggiunto senza cercare – tale è l’incanto in sé – la ricerca avviene nell’inconscio. Sento in questa modalità di scrittura, che arriva a dire solo una parte del dicibile, il bagliore del non detto, ciò che non è in scena, dove i destini ultimi si manifestano per un solo istante. È il coraggio della condanna di ogni sopraffazione, mentre il cielo tace.
Se per un istante
volessero parlarsi
i destini degli ultimi
come stelle impazzite
nel cielo d’inverno,
intenso sarebbe il bagliore:
per il latifondo della retorica
sarebbe davvero finita
Alessandro Cannavale, L’agguato della tenerezza, Besa Muci
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