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Ritratto di Alejandra Pizarnik – corpo poetico


8 Mag , 2024|
| 2024 | Terza Pagina

Alejandra Pizarnik – la più grande e sconvolgente poetessa argentina – nasce ad Avellaneda (Buenos Aires) il 29 aprile 1936, in una famiglia di emigrati ebrei di origine russa. Inizialmente studia in una scuola ebraica, impara a leggere e a scrivere in yiddish, insieme alla sorella maggiore Myriam. Dice spesso di scrivere con tutte le sue lingue. A diciotto anni si iscrive alla facoltà di Filosofia, poi a quella di Lettere e infine alla Scuola di giornalismo, ma non porta a termine gli studi. Fin dall’adolescenza comincia a fare uso di anfetamine per curarsi: pare soffrisse di disturbi da somatizzazione, di origine nervosa. La storia del suo incontro con la psicoanalisi è racconta nei Diarios, così come il suo controverso rapporto con la sessualità: bisessuale, al confine tra Iside e Tiresia. È oggi considerata una delle voci più originali della letteratura sudamericana del Novecento. Instaura sin da giovanissima una precoce rete di relazioni letterarie con i più influenti poeti argentini della sua epoca. Dal 1960 al 1964 vive a Parigi. Muore a Buenos Aires nella notte tra il 24 e il 25 settembre 1972. 

Vuole essere come la natura, così leggiamo nel Ponte Sognato (La noce d’oro). Vaga per mostre d’arte, legge poesia furiosamente, ama Cortázar, legge Proust, Goethe. Promette agli alberi di creare, creare, creare. Scrive in una lingua fisica, uterina. Passeggia per Calle Florida, solitaria o in cerca di incontri. L’incontro mancato con l’altro, di volta in volta un altro-altro. Nei dipinti di Spilimbergo trova copie di sé, tutte le donne che è stata, che vuole essere, ciascuna davanti allo specchio. Indossa il cappello ritratto nei dipinti. Lo indossa e si specchia guardando il volto di un’altra. Si sente grassa. Smette di mangiare. Poi mangia in modo esorbitante. Odia il suo corpo, ma cerca di goderne il più possibile, fino alla consunzione. Pensa al sesso maschile, alla possibilità di procreare. Non se ne sente degna. Scrive dell’utero che porta il passaggio degli esseri: qualcosa si trasforma, è proprio ma sfugge, come il corpo, come l’io. La sua fertilità è tutta incarnata nella parola. Sente di trascendere, nel cielo, chiamata dalle ombre, dagli angeli. Legge il Faust di Goethe. Lo ama. Lo odia. Ama la sua eternità. Considera i libri più potenti della pace e della guerra, più sacri della politica, di cui non le importa nulla. La morte non può nulla contro l’eternità, l’eterno utero: la scrittura. Deve creare, dice, nascondere il fallimento. Il fallimento della sua vita è il compimento della sua opera. Sentiero dei topi nei labirinti. Desiderio del desiderio. Paura del desiderio. Che non si realizzi o che si realizzi troppo. Il nome dell’uomo cambia in ogni pagina. Non sono nomi, ma iniziali. Incognite. Vive nel terrore dell’incertezza. Quell’amore promesso da chiunque e nessuno. È nietzscheiana, ma troppo uterina per aspirare al superomismo. Piuttosto si rivolta nei multipli dell’eterno ritorno. Teme l’illusione. Legge Kierkegaard per non odiare il suo corpo. L’uomo del diario diventa una donna della facoltà di filosofia, l’avrebbe baciata e avrebbe baciato sé stessa per poi distruggere ogni immagine che le ricordasse di essere. Dice del suo volto: sconosciuto e estraneo. Desidera un corpo qualsiasi nell’abbraccio e nell’estinzione dell’urlo egoico. Dice di amare la notte, la notte sa tutto di lei, l’ama nel corpo di chiunque. Una sola frase di Hegel la fa sentire un topo in gabbia. Si lascia trasportare, odia sua madre, la teme, si sente divorata. Riempire il vuoto: è questo scrivere nel disastro, incollarsi le parole alla pelle, indistinguibili dal reale, sua concrezione. Disprezza i poeti che ama e ama i poeti che disprezza. Legge furiosamente, leopardianamente, per non fare i conti con il massacro della realtà, con l’estinzione della lingua nella lingua del vuoto.

Scrive diverse sillogi, e un’opera colossale proustiana, i diari: potenti, sinceri, scabrosi e fino in fondo letterari. Le poesie sono pubblicate in Italia da Crocetti ne “La figlia dell’insonnia”, con traduzione di Claudio Cinti, e da Lieto Colle in “Poesia completa” a cura di Ana Becciu, con traduzione di Roberta Buffi, in attesa di ristampa. Il primo diario “Il ponte sognato” è pubblicato da La noce d’oro, e parte dell’epistolario è uscito per Giometti intitolato “L’altra voce”: le lettere ricoprono l’intero arco della sua vita poetica. Pubblica il suo primo libro di poesia nel 1955, a 19 anni. Tra il 1960 e il 1964 si trasferisce a Parigi, dove lavora per alcune riviste letterarie come traduttrice e saggista. Pur lamentando difficoltà nel sostentamento, continua gli studi alla Sorbona, ma soprattutto continua a scrivere, e frequenta gli ambienti culturali parigini, stringendo nuove amicizie testimoniate nell’epistolario. Per un breve periodo vive a New York, la detesta. Al suo ritorno in Argentina, ormai nota poetessa, pubblica le sue opere più importanti come “Extracción de la piedra de locura” (1968) e “El infierno musical” (1971). Le assegnano due borse di studio: Guggenheim (1969) e Fullbright (1971). Poi, la devastazione. Depressione, scrivono. Tenta il suicidio tre volte. Il manicomio l’aspetta come un boia.  Trascorre gli ultimi mesi in un centro psichiatrico di Buenos Aires. Il 25 settembre 1972, nel corso di un fine settimana di permesso che trascorre in casa, a trentasei anni, si uccide con un’overdose di sodio seconale. 

Il corpo, le ossa, il dolore, Alejandra Pizarnik, una cantrice degli abissi, dei desideri, del fuoco. La sua scrittura, un denudarsi, una fecondità incessante: la sfida. La sua biografia: disarmante fragilità. Desiderio del desiderio, per i famigliari una vergogna. Non possiamo leggere le lettere che scrisse a Cristina Campo, i suoi famigliari le hanno nascoste, probabilmente distrutte. Fu, il loro, un rapporto epistolare tra opposti, l’una incarnava il grido, il fuoco; l’altra la santità, la distanza. Campo viveva nell’incanto della fiaba, nella sacralità religiosa, nel rigore esistenziale. Pizarnik nella mostruosa voracità del corpo, lasciando al suo corpo lo spazio della trasformazione in parola, nelle poesie, nei diari, nella sua vorace capacità di dire, di andare oltre ogni confine; un oltrepassare che fu suicidio. Nei diari troviamo il sacrificio di sé, della propria autobiografia, un sacrificio per la scrittura. Cristina Campo diceva di sé che avrebbe voluto scrivere meno, Alejandra Pizarnik diceva di scrivere dieci quindici pagine al giorno, di non volersi fermare, di voler dare sé stessa alla scrittura come corpo poetico. Ma vi era anche la frustrazione di non poter rendere per intero la realtà, la verità della realtà. La parola era sempre mancante, un corpo mutilato dalla pazzia. Cosa voleva dire impazzire se non questa ossessione per una perfezione sempre mancata? Un senso di colpa per essere stata nuda, nell’autenticità di ogni rivelazione. Non era il momento, non era il luogo; non bastavano i premi letterari e la stima dei contemporanei a restituirle quella fede nella vita, in sé stessa. Avrebbe voluto dimenticarsi, ma un io in lei gridava costantemente. La trasformazione delle visioni in poesia: un atto magico di cui probabilmente smarrì ogni formula. La perdizione del sé raggiunta nell’estrema indagine sul sé. Una nudità che fa orrore a chi guarda, suscita quell’ambivalente sentimento di desiderio e repulsione. Il desiderio di sbranare. L’estrema esattezza si trasforma in una lingua inventata, affastellata, nei giorni manicomiali. Nelle lettere che scriveva a Cortázar si manifestava il desiderio di fuggire dalla parola stessa, da quella nudità che l’aveva consegnata inerme al mondo, lasciando che ogni sguardo la sbranasse. Il senso di colpa per non aver amato, o per aver amato troppo, furiosamente, al modo dei bambini. La crudeltà riconosciuta in sé stessa. Ma era la sua poesia talmente esatta, talmente surrealista da raggiungere un piano di realtà vicino agli estremi, era l’angelico e il demoniaco, volontà di ricomposizione. Qualche volta, leggendole nello stesso periodo, mi sovviene un’affinità con la Rosselli, Melina. Il corpo nella Libellula, la resa del corpo al nemico. Il nemico armato, la casa vuota, il deserto. Il nemico esterno e quello interno, in fin dei conti la stessa cosa. Questa resa, questo cercare nella parola un’alterità dalla sofferenza. Questo cercare l’educazione, il rigore, la precisione lirica, la musica. Fare ordine nel caos. Il corpo paranoico, costellato di occhi. Il corpo schizofrenico smembrato nell’altro. Il corpo isterico, separato dall’anima. Il corpo narcisista divoratore del mondo e conseguentemente dal mondo divorato. Cosa si poteva cantare della morte? In tutta la propria morte? Il bordo estremo della vita. La scrittura come alterità ordinata, che sa della psicosi, la seziona, ne ordina i demoni. La poesia nuda: la musica per affrontare il demone. Trovare l’ordine nel caos. Penso spesso a lei, Artaud e Deleuze nella stessa bruciante visione. Corpo senza organi. Puro immaginario. Mantenersi fedeli a un reale cannibalico, alla fissione del reale nell’immaginario, senza simbolico; al raggiungimento della luce nel punto più oscuro della tenebra. La scrittura si fa carne e sangue e li trascende.

OMBRA DEI GIORNI A VENIRE 

Domani

mi vestiranno di ceneri all’alba,

mi riempiranno la bocca di fiori.

Apprenderò a dormire

nella memoria di un muro,

nella respirazione

di un animale che sogna.

***

Della notte so poco 

ma di me la notte sembra sapere, 

e più ancora, mi assiste come se mi amasse,

mi ammanta di stelle la coscienza.

Forse la notte è la vita e il sole la morte. Forse la notte è nulla 

e nulla le nostre congetture

e nulla gli esseri che la vivono. 

Forse le parole sono l’unica cosa che esiste

nel vuoto enorme dei secoli

che ci graffiano l’anima coi ricordi. 

Ma la notte conosce la miseria

che succhia il sangue e le idee. 

Scaglia l’odio, la notte, sui nostri sguardi

che sa pieni di interessi, di incontri mancati.

Ma accade che la notte ne senta il pianto nelle ossa. 

Delira la sua lacrima immensa

e grida che qualcosa è partito per sempre.

Un giorno torneremo a essere.

da “La figlia dell’insonnia” (Crocetti) 

Alejandra Pizarnik 

Traduzione di Claudio Cinti

Di:

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