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Lettera a Matteo Marchesini su Iniziazioni
Caro Matteo,
ogni volta che finisco di leggere un tuo libro resto sconcertata. Incarni il perturbante e lo fai senza remore, spietatamente. Sai giocare bene con i toni – per lo più sommessi -, con le voci, con le identità. È come se volessi prenderti gioco del mondo, dell’umanità intera, senza risparmiare mai te stesso. È un te stesso impersonale, che assurge a universale. La tua scrittura non è né visiva né concettuale, è tattile. Ci si sente toccati e per certi versi violentati. In Iniziazioni (Elliot), ciascuna delle sette età ha il suo scheletro nell’armadio, uno scheletro che a poco a poco diventa un ossario. È l’incubo, senza mai esplicitare che siamo in un incubo. È il sogno, il terrore infantile, il sadismo, il desiderio, l’adolescenza furiosa, che vive le pulsioni al limite fino a estinguerle, dove il trionfo della vita è l’apertura dell’ultima porta, nella morte. Perfino i nomi sono segni, soprattutto quelli delle donne: Milena, Laura, Vera, Chiara, Antonella, Iolanda, Olivia, Daria. I nomi degli uomini sono frammentazione. Quante volte hai potuto sdoppiarti per sviscerare così a fondo l’indicibile umano? Quanto hai dovuto sacrificare di te per rendere reale questo simbolico in cui tutti siamo trasfigurati? Tattile, fino alla devastazione. Erotico, fin dentro la morte. Tu non ami Bataille, ma lo ritrovo costantemente. Ho dovuto più volte fermarmi, chiudere il libro, odiarlo perfino, riporlo. Ho odiato il Maestro di Storytelling, e amato Bruno, mentre si faceva trascinare senza crederci nella Soka Gakkai, dopo la malattia, l’intervento chirurgico, e il rapporto invischiante con una donna-madre. La castrazione. Ho amato l’astuzia e la lucidità delle tue cavie perché aprono sempre uno squarcio per dire: quella cavia sono io. Flaubert, indubbiamente. Ma anche il tuo di certo poco amato Henry Miller – un Henry Miller senza voli lisergici -, per quanto, in Prova sia tutto visionario, allucinato al limite della psicosi: in fondo si tratta di quell’orrore chiamato adolescenza, in cui ogni cosa appare eccitante e diabolica. Diavolo in corpo. Bellocchio. Bruciare tutto. Siti. Un’eredità che si trasferisce vampiresca dai bambini violati agli adulti seduttori seriali, terrorizzati poi dal gioco stesso che hanno iniziato. L’iniziazione è un rito, passa attraverso la morte – nello sconcerto della più esiziale malattia – e torna a restituire una vita che non è la stessa. È sottrazione della vita stessa. Quello stadio intermedio tra vitalismo mortifero e stato di grazia. Uno stadio da iniziati, appunto, non più capaci di provare un reale desiderio perché ne hanno profanato il segreto. L’iniziazione del mago, dello sciamano, del sacerdote pagano dopo il sacrificio più grande; muore il sé con l’oggetto del desiderio. Quale gioco di specchi? Quale menzogna? Quale verità? Eccitazione e paura. Il sesso è un espediente. L’intoccabile è il dominio. Un gioco di potere in cui vittima e carnefice si estinguono nel fuoco. Pareti virtuali scardinate da identità che si inseguono nel recitare così seriamente un ruolo da cascarci dentro. Infine la follia, così repellente, così affascinante: la regina.
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