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Socialismo e barbarie


10 Mag , 2024|
| 2024 | Visioni

L’unica speranza che potremmo ancora ave­re sarebbe forse quella del proletariato e del socialismo: [..] la speranza insomma che sopraggiungano dei bar­bari i quali mandino brutalmente in frantumi tutte le raffinatezze.

(G. Lukács, Cultura estetica)

Il socialismo come forma di barbarie in contrasto a tutta la cultura estetica moderna, e, ancora, il socialismo come possibilità di una nuova Cultura contro la civilizzazione borghese.

È questa, infatti, la faglia che costituisce uno dei potenziali punti di innesco di crisi della nostra società: tra coloro che aderiscono al mondo delle convenzioni e coloro che ne rimangono ai margini, tra gli integrati e gli esclusi – tra coloro che si auto-definiscono come civili e coloro rimasti al di fuori di quest’orizzonte, barbari, appunto (anche se non si ha, neanche, il coraggio di dirlo). È una semplificazione, evidentemente, che mira, tuttavia, a cogliere un centro: che ad una borghesizzazione, ormai pervasiva, della nostra società si contrappone un residuo, innanzitutto antropologico, ormai sempre più marginale, che non si integra, e che fa di tutto per non integrarsi. Una componente residuale, appunto, della società che predilige l’esser-periferico, finanche la solitudine, all’integrazione nella Civiltà – che non insegue, ma che anela, sul lungo periodo, a farsi inseguire. Una forza trasformativo-rivoluzionaria, allora, potrebbe, e dovrebbe, cominciare ad inserirsi qui, all’interno di questa frattura, con l’obiettivo di ridonare, finalmente, dignità e possibilità di avvenire – costruendo nuove/antiche forme di organizzazione – ad una parte della società ormai considerata definitivamente disfunzionale, inefficiente, improduttiva.

Ma il discorso si complica immediatamente perché – si potrebbe obiettare – il discorso antropologico trascende la questione di classe strictu sensu, e, ancora, una riflessione sull’esistenza, e sulle forme di vita, non ha la possibilità di tradursi, immediatamente, in delle chiavi politiche. Ma oggi, credo, che i due discorsi si leghino, ed intreccino, sempre più perché si è arrivati ad un punto di tale uniformazione ed omologazione della società, per cui criticare la classe economica borghese significa scorgerne, innanzitutto, la sua antropologizzazione, la sua forma di esistenza, e, così, al fine di riconoscerne, e riscattarne, un’altra – quella che un tempo veniva chiamata proletaria, operaia (e, ancora, oppressa) – si deve andare alla ricerca di quelle tracce, o esistenze residuali, da cui potrebbe sorgere, ancora, una trasformazione del mondo. Quindi legare, strettamente, il socialismo – e la politica rivoluzionaria – alla forma della Cultura nel suo complesso: non solo, esclusivamente, il dissolvimento di ricchi e poveri, di padroni e servi, ma la possibilità di dare forma ad una nuova società – il socialismo come avvio di un nuovo modo di intendere la Cultura, e, quindi, di vivere, e di esistere nel mondo in modalità altre e differenti. 

Questo qui, infatti, è un mondo in cui è divenuto impossibile respirare. Non si può più accettare di vivere in una società che gioca con la cultura, in grado di sostenere tutto ed il suo contrario, e di sposare qualsiasi tendenza dominante pur di non rimanere esclusa, pur di continuare-ad-essere apparentemente legata in questo circolo (o, come si dice, impegnata) – è l’eteronomia il tratto fondamentale della cultura contemporanea, mai l’autonomia. Ecco il punto fondamentale: l’estetico come forma di vita si è divorato il sostanziale e tale processo ha inglobato, insieme, vita e ricerca – formalmente inattaccabili, civilizzati, e proprio in virtù di questo profondamente immorali. Si fa, cioè, sempre più fatica a vivere in una società, che pensa di aver risolto, definitivamente, il problema del Senso della storia e quello dei singoli – in cui ogni elemento, cioè, in questo regno delle apparenze, assume le forme di una costruzione lineare, definita, perfettamente incasellata.

Solo apparentemente, appunto, perché, come scriveva Kierkegaard in un’opera incentrata sulla relazione tra tragico antico e moderno, eppure si continua-a-soffrire – «la rappresentazione del tragico è ancor essenzialmente immutata, cosiccome il piangere è ancor costantemente e egualmente naturale all’uomo». Ed è proprio in questa sofferenza senza forma, o parola liberatrice, che si nascondono, in realtà, residui di possibili differenti avvenire: come se in quel dolore, o negativo, che ritorna (e non può-che-ritornare) all’interno delle nostre esistenze, si celasse, in realtà, il sentirsi in uno spazio angusto, una mai compiuta integrazione a ciò che definiamo come Civiltà. Qui, inoltre, vi dovrebbe essere anche un monito per coloro che verranno: non abbiate timore della sofferenza, dell’angoscia, dei dubbi che corrodono – preferite una solitudine scelta a un’integrazione imposta, una momentanea, ma ben più profonda, marginalità a quella comunità, solo apparente, propria del mondo convenzionale. Ritorna, così, il negativo come formidabile motore rivoluzionario: non perché siamo nati per soffrire, o piangere, seguendo quella citazione di Kierkegaard – ma perché, piuttosto, continua ad essere nostro dovere, soprattutto oggi, al massimo della civilizzazione, ribellarci anelando una forma-mondo autenticamente umana.

Il tragico dell’esistente si lega, così, strettamente, a quella forma di vita barbara ed alle possibilità di rivoluzione che essa incorpora dentro di sé. Ma chi sono, oggi, i barbari – quale è il loro carattere, destino, e forma di vita? Barbarie, evidentemente, seguendo le categorie egemoni nella nostra società, perché, infatti, se ribaltassimo quella visione dominante che ci vorrebbe sempre a rimorchio, quella che ora stiamo definendo come barbarie, in realtà, è la possibilità, o forse la speranza, di una vera Cultura – l’anelito di ridonare significato alla parola Civiltà. I barbari, dunque, sono oggi considerati i disfunzionali, i marginali, le pietre di scarto, coloro di cui è facile ironizzare (sempre con moderazione); e, ancora, tutta quella schiera di esclusi, quelle “periferie dell’esistenza” di cui parlava anche Papa Francesco, così presenti nel nostro mondo, nonostante, ormai, scivolate nell’oblio di qualsiasi discussione e riflessione filosofica o politica. Coloro costretti al silenzio, pur di non partecipare, scientemente – per libera scelta – alle regole di un gioco che riconoscono come alieno.

Questa è quell’antropologia a cui bisogna ridonare una casa, quella forma di vita da formare in una classe politica caratterizzata dagli elementi del rigore e della durezza. Qui, infatti, vi è un altro punto centrale da sviluppare: barbari non sono coloro che contestano, in forme superficiali, qualsiasi elemento mainstream – chi critica, ad esempio, acriticamente il politicamente corretto non costituisce che l’altra faccia di quel mondo estetico-borghese. La barbarie si lega, invece, strettamente, al rigore, alla critica, alla lentezza di una formazione individuale e collettiva, e, ancora, all’attribuire valore, come pesare, qualsiasi parola che si pronuncia: la necessità di coltivare anche vie strettissime di contrasto a questo mondo – la devianza, infatti, deve divenire tutt’altro che una nuova forma di estetismo. Gli antichi comunisti, in questo, costituivano un modello di vera classe antagonistica: in loro, l’esser alternativa, eresia, si coniugava, strettamente, al rigore, allo studio, a quella fatica del concetto richiesta in un progetto così serio come la rivoluzione di un mondo.

Solamente il rigore e la fermezza, infatti, sono in grado di spezzare la moderna cultura estetica – mediante quella forza, o violenza di spirito, che ci impone di criticare questo mondo solo in apparenza ordinato, dichiarando guerra alla civiltà dominante. Una nuova classe barbara – deviante e pur rigorosa, eretica ma, nel profondo, tradizionale – che spezzi questo circolo di elementi superflui per riportarci, finalmente, all’essenziale. Una critica spietata ad una civiltà nemica, perché mossi, in realtà, da un amore, ben più forte o radicale, verso la marginalità e l’esclusione: una classe barbara che si strutturi politicamente (in grado, dunque, di costruire forme organiche di organizzazione) senza perdere, mai, quel sentimento di compassione che si origina dalla caduta nell’oblio di un singolo escluso.

La “rude razza pagana”, di cui parlava Mario Tronti, è, in realtà, la sola classe rimasta ad essere mossa dal sogno di riscatto e salvezza universali (apocatastasi). È, cioè, proprio quella domanda rimossa di salvezza che ci impone di essere in conflitto, che implica, cioè, il tenere fermo il punto che questa è, e rimane, una civiltà nemica: l’anelito alla redenzione degli oppressi, infatti, oggi non è altro che una forma di guerra contro il mondo contemporaneo. Ma senza stare, integralmente, fuori da questo mondo: parlare sempre rivolti all’avvenire, ritornando, sì, al passato ma in quelle forme di una nostalgia creatrice. Tendere a dissolverla questa cultura entrandoci dentro, farla implodere dall’interno: la classe barbara, qui, si lega a ciò che il giovane Lukács interprete di Dostoevskij definiva nei termini di ateismo credente.

Barbari che hanno esperito tutta l’ateismo (simbolico) di un mondo ostile, e che anelano una nuova Aurora mantenendosi dentro, pur rimanendo in spirito fuori – passare-attraverso questo stato di disgregazione.

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