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Lettera a Francesca Serragnoli
Cara Francesca,
Non è mai notte, non è mai giorno (Interno Poesia), come un inno di lode dove la grazia risplende. L’ascolto per ogni creatura, la cerniera, la preghiera, l’anelito al sacro. Una scrittura scabra e precisissima, la tua. Una insondabile dolcezza nelle tue parole. Chi lo dice che la poesia sia solo nel tormento? Tu mi giungi come una carezza, una meraviglia, una sorpresa per l’abisso che ci separa. Forse, ecco, tra qualche anno potrò raggiungere quella grazia che tu scrivi senza nominarla, ma la scrivi perché la incarni. È come se mi fossi messa in viaggio dall’inferno per trovare te e Isabella Bignozzi, che ne rappresentate il rovescio. Isabella scrive del tuo uso peculiare della parola, con la capacità di accorgerti dell’immensa povertà delle cose benedette, di creature e cose piccolissime. Quella meravigliosa dedica a Cristina Campo, all’amore, all’amore, all’amore rinato. Ecco il rovescio del mio inferno, questo tendere al paradiso, o al celeste. Questa delicatezza estrema, quando senti di essere l’ultima ad andar via, e ogni ramo si spezza come una porta. Ho trovato una nota melanconica nelle poesie dopo la citazione Kierkegaardiana, ma non una disperazione, un dolore forse nascosto, sottaciuto. Nutrimento delle giornate, solo la necessità di esserci e contemplare, anzi, perfino svanire: il pessoano essere niente, e nel niente tronco cavo dello splendore, l’epicentro dell’alba. Le tue immagini luminosissime irradiano luce, coraggio, una bellezza che non ostenta, e perciò potrebbe essere equiparata al restare nel mezzo delle cose, ma è quella non immediatezza a fare della tua silloge un luogo del pensiero, un pensiero che abbia al centro l’altro. L’altro che si appoggia alla sedia, l’altro che guardi cucinare, l’altro come monito, o fantasma, guardando un De Chirico. L’altro sul cui viso cade la pioggia, perdendosi in una stella. La fede assoluta, dove rane, piogge, uccelli si uniscono nel medesimo volo in preghiera. Nell’ospedale gli occhi di Gioconda e l’angelo nano, pietà di Santa Maria della Vita, divisi per stanze albergano gli spiriti, la paura, l’essere occhio di tutti gli occhi tremebondi. La penombra precisa quando la preghiera è la carezza a un cane. Ciò che divide nella malattia unisce nell’Altrove. Nella camera tre si perde il senso del tempo, qualcuno piange quando scendi dal letto. Nella camera quattro senti le mani che si poggiano agli oggetti. Nella camera cinque il tempo fa delle persone pigne che cadono senza vento. Li vedi sbirciando dai corridoi. Nella camera sei ti accorgi del sole, della purificazione. Nella camera sette sai di non essere più sola. Nella camera otto restituisci a ciascuno il suo nome, ritrovando il tuo. Nella camera nove gli altri si accorgono della tua disperazione. Loro, gli intubati di Dio. Nella camera dieci senti il frullo d’ala dell’angelo e la sedia è la casa dove incroci le braccia sul domani.
Camera 10
Finché sento quel frullo signora
dicevano a tua madre
io non farei niente
e sei nato
e quando le cose pesano
sulle mensole come palle di vetro
dove s’agita una frana di neve
quel frullo imitato dall’acqua
versata in un bicchiere
finché sento quel frullo
piegato come l’angelo davanti a Maria
la sedia è la casa
dove incrocio le braccia
sul mio domani.
Francesca Serragnoli
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