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Le questioni (aperte) di Berlinguer
Forse non si esagera se si afferma che l’evoluzione della politica e della società italiana degli ultimi quarant’anni è stata l’esatto compiersi della “predizione” berlingueriana racchiusa nella questione morale. Quel j’accuse che il leader comunista lanciò contro un sistema di potere basato su una compromissione diffusa e consolidata tra affari e politica, i cui guasti sono ancora tutti davanti ai nostri occhi oggi.
Era il novembre del 1980, quando pochi giorni dopo il terremoto dell’Irpinia il segretario del PCI Berlinguer in una direzione straordinaria del partito fece deflagrare nel dibattito politico dell’epoca la bomba della questione morale. Quella che secondo il segretario comunista, a forza di scandali, era divenuta la questione principale della nazione, e che la ricostruzione post-terremoto rischiava di portare a livelli ancora peggiori. Una Belice moltiplicata per cento, dove il problema più grave, sottolineava Berlinguer, non sarebbe stato il reperimento delle risorse da destinare alle aree terremotate, ma il loro impiego.
Perché ormai, come avrebbe di lì a poco affermato ancora con parole nette Berlinguer, in una celebre intervista a Scalfari, i partiti governativi si erano convertiti a “macchine di potere o di clientela” votate al perseguimento di interessi lontani dal bene comune, “senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti”. Un sistema di potere imperniato sul ruolo egemonico della DC, il cui fine ultimo era diventato l’occupazione dello Stato in una logica puramente spartitoria.
Col criterio delle lottizzazioni infatti si occupavano e spartivano aziende pubbliche, banche, università, enti culturali, ospedali, grandi giornali, e naturalmente le televisioni. Mentre tutto ciò che erano ideali e passione civile, e prima ancora etica e valori morali, appassivano irrimediabilmente di fronte ad una politica ridotta a puro gioco di potere. Dove i partiti, sempre più organizzati per bande e correnti (camarille ciascuna col suo ‘boss’ e ‘sotto-boss’, diceva Berlinguer), partecipavano allegramente al banchetto.
Sembra di vedere l’Italia di oggi, dove il confine tra politica e interessi economici è sempre più labile, eppure Berlinguer ce la squadernò davanti agli occhi più di quarant’anni fa, mettendoci in guardia sui rischi di una politica senza un solido fondamento morale, senza una visione larga capace di andare oltre il contingente, senza anticorpi sufficienti rispetto al mito dell’esecutivo forte, e naturalmente, dell’uomo forte, che pensa soltanto al potere per il potere (come ebbe a dire una volta Berlinguer del segretario del PSI, Craxi).
Una visione, quella berlingueriana, che attraverso la questione morale, ma anche la cosiddetta austerità, seppe cogliere con largo anticipo i guasti profondi di un paese che uscito da poco dall’onda lunga del Sessantotto già mostrava chiari segni di crisi e declino: in alto, con una classe dirigente corrotta e arroccata nella difesa dei propri interessi; in basso, col diffondersi di una cultura dell’effimero, del consumismo e dell’individualismo, veicolata soprattutto dalle nuove tv private e commerciali. Gli anni Ottanta, insomma. Crocevia nella storia di un paese che stava cambiando rapidamente, mutando il suo DNA, tanto da risultare quasi irriconoscibile rispetto a quello di soli pochi anni prima.
In quella temperie, tra la scoperta della P2 e l’onda montante del riflusso, Berlinguer richiamò tutti ad un modo diverso di fare politica, auspicando in particolare che i partiti tornassero alla funzione originariamente assegnata loro dalla Costituzione repubblicana, ovvero forze al servizio della collettività e dell’interesse generale. Un richiamo rivolto in primis certo verso i partiti dell’area di governo, ma contemporaneamente diretto anche ai comunisti italiani: costitutivamente diversi dagli altri, come ripeteva il segretario PCI, ma proprio per questo di fronte all’accelerazione di una deriva antipolitica e di disimpegno, destinati a soccombere per primi. Destinati a perdere ogni contatto con il paese, e con un’idea di cambiamento reale della società. In altre parole, destinati a compromettersi col sistema rinunciando alle proprie ragioni originarie. Su tutte, quella che per i comunisti restava imprescindibile: la critica al modello di sviluppo dominante.
Una critica che proprio al principio degli anni Ottanta, val la pena ricordarlo vista l’epoca di guerra che stiamo vivendo, Berlinguer arricchì con la questione della pace, promuovendo l’idea di un’Europa fuori dai blocchi militari, impegnata nelle politiche di disarmo, e nello sviluppo di relazioni pacifiche tra le due superpotenze. “Se vuoi la pace, prepara la pace”, era il suo pensiero. Mentre in Europa si continuava a preparare la guerra, installando missili al di qua e al di là della cortina di ferro.
Idee e visioni di largo orizzonte che il segretario del PCI ribadì fino alla fine. Fino a quel tragico comizio padovano di quarant’anni fa che lasciò tutto il paese sgomento, tanto che all’indomani delle elezioni Europee del giugno 1984 venne fuori che un italiano su tre aveva votato comunista.
In seguito, gli echi della questione morale attraverseranno la stagione di Tangentopoli, quella dei processi berlusconiani, fino a giungere a questa democrazia dell’alternanza tra due poli in competizione, ma sempre meno alternativi. Dove anche a sinistra c’è chi ha abdicato ad un’idea della politica intesa come puro esercizio di potere, semplice amministrazione dell’esistente. Dove c’è chi pensa che mettere su una tessera di partito il volto di Berlinguer sia sufficiente a rinnovarne la lezione, dopo aver lungamente trascurato l’altra grande questione posta dal segretario comunista: l’importanza dell’ancoraggio alle proprie radici. O come disse lo stesso Berlinguer una volta nascondendosi dietro un timido sorriso, l’importanza di rimanere fedeli agli ideali della propria gioventù. Quelli che troppi forse oggi hanno dimenticato.
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