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Eresia senza redenzione. Il Pinocchio di Francesco Nuti


17 Giu , 2024|
| 2024 | Terza Pagina

Il film OcchioPinocchio, diretto ed interpretato da Francesco Nuti (il cui anniversario della morte ricorreva solo qualche giorno fa) esce nelle sale cinematografiche nel 1994. Considerato tra i film più oscuri e dimenticati del regista toscano, costituisce, tuttavia, quello che meglio si presta a caricarsi di una dimensione simbolica. Quest’opera segna, infatti, la conclusione, o una delle possibili conclusioni, di quel fenomeno, estremamente peculiare, che ha caratterizzato il cinema italiano tra la fine degli anni ’70 e i primissimi anni ’90 – e che, qui, potremmo definire, sinteticamente, tragicommedia: una commedia, cioè, che rivela, al fondo del suo tratto ironico, i caratteri del malinconico, del chiaroscuro, dell’impossibilità di approdare ad un Fine risolutivo. Una stagione cinematografica in grado di raccontarci, artisticamente, quella parte conclusiva di tramonto di una Kultur (italiana ma, più in generale, europea) di cui si possono scorgere le radici già alla conclusione dei ’60.

Di questa commedia del tramonto, della ricerca degli scarti, Francesco Nuti è l’artista, oggi, più ai margini ed OcchioPinocchio costituisce, di questo futuro oblio, una tappa fondamentale: essa è, infatti, l’opera che segna la conclusione del suo periodo creativo – un film maledetto, non compiutamente lucido, di difficilissima gestazione, oltreché di scarso successo, sia critico che commerciale. La fine di Nuti artista coincide, così, con una delle possibili conclusioni di quella tragicommedia italiana, il cui termine, a sua volta, ci richiama al crepuscolo di quell’arte del tramonto ed alla conseguente introduzione in una nuova Cultura – che ancora oggi abitiamo – alla ricerca, ormai, di nuove e differenti forme artistiche. È proprio, tuttavia, in virtù di questi motivi che OcchioPinocchio andrebbe rivisitato: in questo film di scarto ritroviamo, infatti, la simbologia di una fine, insieme artistica e storica, che dovremmo, forse, reinterpretare, per comprendere meglio la condizione di deserto della nostra attuale forma di vita.

Dovremmo, allora, chiederci: Occhiopinocchio può essere considerato, realmente, un fallimento? Quale versione di Pinocchio vuole restituirci Francesco Nuti, quale possibile riattualizzazione – quale rapporto, cioè, egli istituisce tra questa favola eterna e la società a lui contemporanea? Tra le opere del regista toscano, è, sicuramente, la più ambiziosa: si può, infatti, anche leggere come la ricerca di quel compiuto riconoscimento che, a una certa profondità – problema che accomunerà anche altri protagonisti di questa stagione cinematografica – si vede come costantemente mancato. E, tuttavia, sarà proprio questo il film in cui Nuti sarà meno riconosciuto – proprio nel film, cioè, in cui egli tenta quel salto, pur senza abiurare ai tratti caratteristici della sua fondazione tragicomica.

Ad ogni modo, OcchioPinocchio, seppur film simbolo dell’incompiutezza artistica di Nuti, andrebbe, ancora oggi, riletto, per moltissime ragioni – sia artistiche strictu sensu sia per la possibilità comprendere alcuni importantissimi passaggi storici: per il fatto, dunque, che esso rappresenta, plasticamente, un’arte del tramonto che sta, a sua volta, tramontando, ma anche, e soprattutto, perché quest’opera è in grado di entrare, ancora oggi, in conflitto con la nostra contemporaneità. Si riattualizza, infatti, la favola di Pinocchio con la finalità di criticare quello che si definisce mondo civile – sulle tracce di quel bell’album di Edoardo Bennato, uscito nel 1977, intitolato, appunto, Burattino senza fili. Non più, quindi, un Pinocchio in formazione, che deve progredire, civilizzandosi, per entrare, finalmente, nei meccanismi della Società, bensì un Pinocchio eretico, deviante, che proprio in virtù di questa sua strutturale anomalia è in grado di rivelare le crepe, gli scarti, le marginalità prodotte, continuamente, da un mondo solo apparentemente in armonia.

Un Pinocchio barbaro radicalmente alternativo a quel mondo dell’alta finanza in cui egli si ritrova a dover vivere: alienato dalla Civiltà, impossibilitato a comprenderne le sue regole ed i suoi codici, anela, così, ad evadere – oltrepassare il confine – in direzione di un mondo, ed una forma di vita, differente. Tutt’altro che un romanzo di formazione teso in direzione di una finale integrazione, qui il movimento è opposto, illustrando, piuttosto, il lato oscuro di quel mondo formalmente in ordine – mostrando, cioè, quegli scarti che non si integrano, e fanno di tutto per non integrarsi. Una rappresentazione che, tuttavia, sembra non poter andare oltre l’impossibilità dell’integrazione – l’orizzonte di lotta sembra, infatti, impossibile all’interno di una Società monolitica che assume, sempre più, il carattere dell’irredimibile. Il Pinocchio di Nuti è così uno sconfitto a priori – rappresentazione di una marginalità messa al bando definitivamente da una società sempre più difficile da fronteggiare, e che fatica, nonostante gli sforzi, a trattenere qualcosa di quella Cultura al crepuscolo: anche l’antico, di fronte al nuovo che avanza, sembra enunciare parole impossibili da comprendere per il contesto circostante.

Così, ciò che sembra ormai rimanere, anche come futura possibilità di riscatto, è la dimensione del racconto: descrivere storie di marginalità, senza prossima redenzione, nella speranza che qualcuno o qualcosa, in un avvenire differente, possa rimettere insieme – salvandoli, in questo modo, dall’oblio – scarti e ruderi. È per questi motivi che una delle chiavi del film è nella descrizione di quella relazione, via via sempre più intima ed affettiva, tra quel Pinocchio deviante e Lucy (rappresentazione femminile di Lucifero), delinquente in fuga dalla polizia. Come per Pinocchio, così anche per Lucy, la lontananza dalla Civiltà rappresenta, tuttavia, la possibilità di conservare qualcosa – se non altro il pensiero di un’altra via – almeno da una prospettiva esistenziale: Lucy, infatti, pur nella sua dimensione di colpevolezza, pur nelle sue cicliche nefandezze, è colei in grado di mantenere una passione per la marginalità – di esser affetta da una sincera pietà per quel Pinocchio mai cresciuto, fino a mettere a repentaglio la propria esistenza pur di salvarlo da morte certa. Si ribalta, così, anche in questo caso, la narrazione convenzionale della favola: Pinocchio e Lucy, entrambi senza possibilità di vicina redenzione, conservano, in realtà, nella loro marginalità, la possibilità di un’utopia futura, di un mondo antitetico alla Civiltà dominante. E, tuttavia, nel presente – in una società nella quale la voce della marginalità è sempre più ridotta – ciò che resta sembra essere solamente la possibilità di descrivere antropologie ed esistenze, sì eretiche e residuali, ma sempre più rassegnate, difficili, cioè, da convertire in potenziale sovversivo, o spazio rivoluzionario.

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