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Categorie della politica minima
Sono passati trent’anni da Destra e Sinistra di Norberto Bobbio, che rimane un testo di riferimento per chi vuole confrontarsi con il senso di una distinzione che però è sempre più vacillante. Al punto che oggi resta da chiedersi, con Vincenzo Costa, se c’è ancora motivo di parlare di Destra e Sinistra. Sono categorie che conservano una presa sulla realtà, che aiutano cioè i processi di comprensione critica dei fenomeni politici? O piuttosto sono un impedimento a tutto ciò, uno schema che, pure se non falsifica la realtà, certamente ne restituisce una visione soltanto parziale e unilaterale? La sensazione è che Destra e Sinistra siano ormai contenitori vuoti e astratti, che possono significare tutto e il contrario di tutto. Indubbiamente sono etichette molto meno centrali che in passato nei meccanismi di mobilitazione e identificazione diffusa, differentemente dal tempo del bipolarismo imperfetto della Seconda Repubblica. Basti pensare al dato crescente dell’astensionismo: la contesa tra centro-destra e centro-sinistra, ovvero tra un moderatismo di ispirazione liberal-conservatrice e uno di ispirazione liberal-progressista, interessa un pubblico di affezionati sempre più ristretto.
A proposito della perdita di connessione tra le parole e la realtà, ci sia consentita una provocazione, relativa ai fatti degli ultimi giorni. Accade questo: i giornali mainstream lanciano ripetutamente l’allarme ultradestra, associando tale etichetta al rischio autoritarismo e al fantasma del nazionalismo, padre – ci dicono – di tutte le guerre passate, presenti e future. Eppure, se diradiamo la nebbia della propaganda ufficiale, la situazione paradossale che si apre di fronte a noi è la seguente: in modo forse strumentale e fra mille contraddizioni e opacità, diversi esponenti della cosiddetta ultradestra europea (francese, tedesca e ungherese, soprattutto) invocano il rispetto del principio della sovranità popolare ora che si tratta di ridefinire gli assetti di governo dell’Ue e chiedono di aprire canali di negoziato per porre fine al conflitto in Ucraina. Mentre si verifica questo, il blocco monolitico e omogeneo delle forze del centro-sinistra europeo continua a difendere la logica tecnocratica del pilota automatico liberal-atlantista e non mostra ripensamenti rispetto all’obiettivo della sconfitta militare della Russia, ponendosi quindi al lato opposto della pace e della democrazia, parole d’ordine con cui il quadro ben più sfaccettato e variegato delle forze della nuova destra sembra avere maggiore confidenza.
Si pensi ora al termine sinistra. Se vogliamo attribuire ad esso un significato positivo, possiamo associare tale nozione a una prospettiva di fioritura insieme di libertà onnilaterale oltre i confini dell’homo oeconomicus e di legami comunitari. Poi però ci confrontiamo con la nostra storia recente e vediamo prevalere a sinistra una declinazione astratta e unilaterale tanto della prima (che diventa la libertà solipsistica dell’individuo monade e nomade) quanto della seconda (che esiste come comunità nelle forme di entità imprecisate e astratte che sono capaci di mobilitare solo ricorrendo a dosi massicce di emergenzialismo e manicheismo). Si può allora sostenere questo: nell’ambito del centro-destra italiano si impone la logica del concreto e del particolare (ovvero il dominio del provincialismo ristretto e corporativo), a sinistra la logica dell’astratto e dell’indifferenziato (connessa al dominio del paradigma liberal-globalista). Resta invece ai margini una posizione politico-culturale avversa sia all’arroganza dell’universale astratto e indifferenziato, sia al ripiegamento di corto respiro del particolare concreto, nel nome di un’idea di universale concreto compatibile con una prospettiva di riscatto nazionale-popolare.
Tornando alla dicotomia tra Destra e Sinistra, va segnalata anche la posizione di chi, pur cogliendo la problematicità e l’insufficienza del richiamo a quelle categorie, invita a un loro ripensamento piuttosto che al loro superamento. Forse però – ci viene da rispondere – la via migliore è quella che passa per la ripresa e la ridefinizione di concetti dotati di maggiore consistenza storico-teorica, per attribuire ad essi e solo ad essi nuovi significati: qui il riferimento è in particolare alle parole socialismo, liberalismo, popolarismo cattolico, senza escludere alcune letture critiche della modernità, siano esse di orientamento conservatore o sviluppate a partire da una prospettiva metafisica. Il tutto ricercando contaminazioni inedite tra tradizioni di pensiero diverse, promuovendo sintesi nuove per rispondere a sfide nuove, sfide nuove che però rimandano anche a problemi antichi e originari: il rapporto tra unità politica e pluralismo, tra individuo e comunità, tra tradizione e progresso, tra la modernità occidentale e il cristianesimo, il nesso tra questione democratica, questione nazionale e questione sociale, il rapporto tra dimensione prepolitica, politica e metapolitica, quello tra natura, tecnica e cultura, ecc. Si pensi ad esempio alla necessità di un incontro di tipo nuovo tra la tradizione laica di ispirazione neosocialista e il cristianesimo, su un terreno in parte diverso dal passato, oltre quello della comune critica del tecno-capitalismo finanziario globale e della battaglia per la pace, in vista di un nuovo umanesimo.
Si è appena fatto cenno a una idea nuova di socialismo. Ebbene, Lucio Magri scriveva che, nell’Ottocento, ad un certo punto, sinistra e movimento operaio si incontrano e da lì ha inizio tutta un’altra storia, produttrice di una nuova ricchezza di umanità, di pensiero e di speranza, con il secondo termine che supera, arricchendolo e arricchendosi, il primo. Quella grande e altra storia, se vuole ritrovare una nuova vitalità, è costretta oggi a confrontarsi con temi, urgenze e modalità d’azione in parte estranei al suo patrimonio di idee ed esperienze, lontani soprattutto dalla sua declinazione più economicistica. D’altra parte, c’è dell’altro oltre la critica dell’economica politica: c’è il nucleo duro della geopolitica, ci sono la logica specifica del politico e la teologia politica, c’è il problema dei contesti concreti e dei processi di formazione delle identità individuali e collettive al tempo della crisi del rappresentato e della nuova rivoluzione tecnologica e digitale; c’è infine la critica onnicomprensiva della civiltà liberal-capitalistica e la necessità di inserire i motivi di una nuova battaglia egemonica all’interno di un nuovo orizzonte di significato, in una connessione profonda con lo spirito, le aspirazioni e l’età del proprio tempo. Civiltà, destino, spirito, epoca: nozioni forti e evocative, dense di implicazioni, dotate di profondità storica e spirituale; da maneggiare senz’altro con cautela, ma con le quali è necessario ristabilire una qualche relazione. D’altronde, per agire in grande bisogna pensare in grande. Non sarà più il tempo della politica assoluta, ma non è scritto da nessuna parte che l’esito debba essere per forza il grado minimo di politica, cultura e tensione ideale dei nostri giorni, malamente compensato da elementi di fanatismo e assolutizzazione proiettati su surrogati minori dai tratti spesso assai regressivi.
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