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La fine della vita. Tra paura e pregiudizio
Il tema più rimosso dalla Civiltà occidentale: la fine della vita. Tra cultura e pregiudizio, il tabù della possente Signora domina, incontrastato, il pensiero e le passioni del tempo umano.
Accade, però, nel cuore pulsante della modernità, dopo la seconda metà del ‘700, nel contesto della dislocazione dei cimiteri fuori dalle città e del dolore relegato nei nosocomi, che la sua rappresentazione subisca un ostracismo inesorabile. Per tutti e per ciascuno, indistintamente, atei, agnostici e credenti, la sua figura si è trasformata nella Grande Paura. Il male per antonomasia, che dev’essere rimosso dagli spirti vitali dell’Occidente, dove, di certo, non è dato vedere bambini che giocano accanto al letto di un morituro, come nell’Oriente vicino e lontano.
Forse proprio per tali ragioni, intorno alla metà del ‘700, il razionalismo radicale di David Hume finiva per mordere sul sostrato teologico-politico che avvolge la capitale questione dei “diritti del morituro”. Del resto, entro una prospettiva inversa, l’odierna riflessione sulle tecniche genetiche e di procreazione assistita mette a fuoco e in tensione i “diritti del nascituro”.
In entrambi i casi, vige la lezione sartriana: l’uomo è inesorabilmente “condannato” alla propria libertà.
Eppur si muove. In virtù del comune sentire e delle pronunce costituzionali, il “diritto di scelta” alla fine della vita, in condizioni date, si sta progressivamente affermando anche da noi, di contro a ostruzionismi e resistenze, psicologiche e ideologiche, nella trepidante attesa di una legge/disciplina di procedure e tempi certi per il libero accesso al suicidio medicalmente assistito. “Diritto di scelta”, dunque, non (antigiuridico) “diritto di morte”.
E la macchina da guerra di Hume muove l’attacco frontale.
Se è un’empietà per la superstizione europea porre fine alla nostra vita e ribellarsi in tal modo al creatore, perché non è un’empietà costruire case, coltivar la terra, o navigare sul mare? Noi “usiamo le nostre facoltà fisiche e morali per mutare il corso della natura, in nessuna di esse facciamo nulla di più”.
Smontate le impalcature della morale religiosa, si svela l’infondatezza della pretesa di limitare la libertà individuale in nome delle paure e delle speranze che accompagnavano le credenze nella vita eterna, nel paradiso e nell’inferno. La forza e lo spessore teorico di questo approccio alle questioni morali, a distanza di tre secoli, conservano intatta tutta la propria eversiva fecondità.
Entro le cerchie dinamiche di una società secolarizzata, in cui l’esercizio della responsabilità assume dimensioni sempre nuove e diverse, la “verità” non si fonda più su valori dati. Non più esistenza a priori, essa appare come una costruzione umana, l’esito provvisorio, parziale e revocabile, alla stregua del paradigma epistemologico, della direzione di ricerca intrapresa. Questa la via nuova, finalmente affrancata da scorciatoie metafisiche e maggiormente consona ai criteri di fondo che spingono l’uomo a scegliere.
Certamente, se l’ordine naturale e culturale induce ad assumere decisioni in ogni circostanza, tuttavia inerisce all’esercizio della responsabilità il senso del limite. Non sempre ciò che si può si deve fare. Essere soggetti etici, infatti, implica il bisogno di riflettere, il progresso esigendo la capacità di porsi in modo nuovo, all’altezza delle sfide e delle problematiche del tempo storico. Altrimenti, Hume incalza, tutta la saggezza dei filosofi risulta vana, qualora ricerchi “gli applausi vuoti degli uomini, non le solide riflessioni della loro coscienza” e il filosofo si immiserisca e snaturi nell’“idolo di sé stesso, venerando le sue perfezioni immaginarie, ovvero, cosciente delle sue reali imperfezioni, cerchi di “ingannare il mondo”.
Se le creature irrazionali vedono soddisfatte dalla natura le loro necessità, “l’uomo, esposto nudo ai rudi elementi, sa sollevarsi da questo “stato di debolezza” e raggiungere il suo massimo sviluppo e la capacità di sopravvivere con il proprio impegno. Contrariamente alla vita di piacere, a “passioni che inseguono oggetti esterni”, senza contribuire alla felicità quanto quelli che rimangono dentro di noi, la “passione per il sapere” è preferibile a alla ricerca di ricchezze. Infatti, “mentre noi ragioniamo sulla vita, la vita è passata”, e “la morte tratta allo stesso modo il folle e il filosofo”. Cosicché, ogni tentativo di ridurre la vita alla rigidità di una regola unilaterale e astratta si rivela gravoso, oltre che inutile, poiché non esiste niente che sia, in sé stesso, pregevole o spregevole, desiderabile o detestabile, bello o deforme. Attributi siffatti nascono soltanto dalla costituzione e dalla struttura particolare degli affetti e dei sentimenti umani.
Ebbene, il confronto tra vari sistemi internazionali e società, mostrando la rilevanza del testamento biologico, negli ultimi anni si fa sentire anche in Italia. E, se la giurisprudenza più recente ne riconosce la legittimità, le polemiche politiche e faziose, di matrice non solo religiosa, rischiano di minarne lo sviluppo e aggravare il rischio di leggi paternaliste. Si finisce, così, per perdere di vista una verità inaggirabile: ogni essere umano ha il diritto, inalienabile, di scegliere di morire in modo naturale e decoroso.
Da sempre, la razionalità umana è destinata a scontrarsi con il mistero della morte e si accosta con sofferenza all’idea di dover subire del tutto passivamente l’evento conclusivo della vita, irrimediabilmente sottratto alla volontà personale. L’idea di poter gestire, sia pure parzialmente, il momento della morte, pur tranquillizzante, perché contribuisce ad esorcizzare la paura di una fine ineluttabile, pone l’uomo di fronte a innumerevoli e angosciosi interrogativi ai quali è doveroso dare una risposta, se non certa, quantomeno plausibile, quand’anche dal punto di vista giuridico. Tale risposta alla crescente salienza della problematica eutanasiaca appare tanto più impellente, da profilarsi come inscindibilmente legata ai progressi compiuti dalla tecnologia medica. Donde, i molteplici interrogativi etici di così difficile risoluzione, da riverberare nel diritto con tutte le loro incertezze.
Di nessun aiuto, al riguardo, tra tanti sproloqui, la scure, fuorviante e mistificatoria, che l’Osservatore Romano fa calare sul film “You Don’t Know Jack”. Che è un’autentica bandiera nelle battaglie per il “diritto civile di porre fine alla propria esistenza”, non già la celebrazione di un efficientismo spregiudicato, cinicamente connesso con la prassi della donazione degli organi!
Finanche Agostino, scusate se è poco, pur condannando il suicidio in generale, ne sottolinea il significato di “rinuncia al pathos di un’esistenza infelice”, negazione dell’uomo “soggetto creaturale di gioia”.
A questo punto, bisogna sgombrare il terreno da un malinteso pervasivo e dilagante. L’interesse rispetto al fenomeno non è d’indole esclusivamente giuridica, rivolto, ossia, ai margini di liceità o di illiceità del momento patologico della vicenda. In realtà, esso coinvolge, nella sua specifica complessità, una dimensione pre-giuridica, espressione dell’importanza del bene di cui si parla: la vita dell’uomo, quando si avvia verso l’epilogo. Perciò, il tema dell’eutanasia non può che dividere le coscienze, mettendo a severa prova la capacità di prendere posizioni nette e scuotendo la laicità dello Stato costituzionale di diritto, entro una società democratica e bene ordinata.
Inoltre, va da sé che la ‘versione’ dell’eutanasia che infiamma il dibattito etico-giuridico sia da ricondurre alla forma ‘individualistica’, propriamente detta: dare la morte a chi la sollecita, in costanza di sofferenze terribili a causa di una malattia irreversibile. Altro l’omicidio del consenziente o l’istigazione al suicidio, previsti e puniti dalla legge penale. Altro, insomma l’“aiuto nel morire”, altro l’“aiuto a morire”, per precisare con F. Nietzsche. Poiché a lasciare questo mondo è un singolo individuo, la drammatica scelta si consuma interamente sulla considerazione della persona umana, della sua libertà e della sua dignità, a condizione – statuisce la Corte Costituzionale nel 2019 – che tale sia la volontà, libera e cosciente, dell’interessato, desumibile in vario modo e con il necessario rigore.
Qualora il fondamentale e prevalente “diritto alla vita” palesemente si incrini, il movente della pietas, la virtù classica più alta, non “pietà”, bensì umana e solidale responsabilità nel ‘prendersi cura’ con rispetto e comprensione, guadagna il centro dell’attenzione. Provocando la morte altrui, secondo regole certe e condivise, si è mossi dall’intento di sottrarre il malato al prolungarsi di una condizione atroce, insopportabile ed irrimediabile, di vita non più degna di essere vissuta. Un’agonia terminale, dunque confliggente con il “diritto alla vita”. In simili frangenti, dare la morte vuol dire soltanto anticiparla di poco e renderla, appunto, umanamente indolore. In fondo, la possibilità della stessa domanda, se la vita meriti di essere vissuta, implica la possibilità di porvi fine, significando che l’umana costituzione ontologicamente lo consente. Al netto di ogni specifica differenza, Kirillov, in Dostoevskij, pensa e sceglie nello spirito di una dimostrazione razionale dell’esistenziale verità dell’idea di libertà.
Eppure, al tema della libertà una certa temperie intellettuale religiosa tenacemente rifiuta di ricondurre un “diritto di scelta” costituzionalmente protetto. In realtà, anche in una prospettiva cristiana, la libertà, tutta intera, è il primo dono di Dio, immagine e somiglianza, più grande dello stesso dono della vita. Altrimenti, la libertà si ridurrebbe a puro flatus vocis, nome vano senza soggetto, scatola vuota da colmare con ‘ragioni’ sempre nuove, sottoposte alle nostre logiche e messe in ordine e sublimate in ‘motivazioni’.
Nel disincanto, si comprende che, per l’universo, la vita di un uomo non sia più importante di quella di un’ameba. In ogni caso, se anche fosse molto importante, l’ordine della natura umana l’ha sottoposta alla prudenza umana – ancora Hume, oggi Hans Jonas – e costringe a decisioni in ogni circostanza. Se, infatti, disporre della vita umana fosse una prerogativa esclusiva dell’Onnipotente, come vogliono Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino o Dante; se, insomma, per gli uomini decidere della propria vita fosse un’opzione indisponibile, un’usurpazione dei diritti del Creatore, Hume conclude, sarebbe ugualmente criminoso curare, salvare o preservare la vita. Se cerco di scansare un sasso che mi cade sulla testa, disturbo il corso della natura e invado il dominio peculiare dell’Onnipotente, prolungando la mia vita oltre il periodo che, in base alle leggi generali della materia e del moto, le era assegnato. Un capello, una mosca, un insetto possono distruggere questo essere potente, la cui vita è tanto importante. È assurdo supporre che la prudenza umana abbia legittima facoltà di disporre di ciò che dipende da cause così insignificanti? Non sarebbe un delitto per me deviare il Nilo o il Danubio dal loro corso, se fossi capace di farlo. Perché sarebbe “delittuoso distogliere dai loro canali naturali poche once di sangue?”.
Infine. Se la Bibbia tace sul suicidio, nell’Apocalisse dello pseudo-Giovanni è addirittura una preghiera a invocare il suicidio: “O monti, cadeteci addosso, colline copriteci!”. Certo è che avvengono molti più suicidi di quelli… noti.
G. W. F. Hegel una volta domanda: “Un omicidio, che cosa fa all’Intero?”. E un suicidio? Quanto, poi, al suicidio come pensiero, profonda l’idea di un nichilista sui generis, Emil Cioran, convinto assertore della necessità, antiborghese, di “avere un’anima in tormento”, ma che si reputa “fortunato di aver potuto sempre pensare alla possibilità del suicidio”, perché questo pensiero di sé come non-esistente, di converso, gli ha garantito la libertà di continuare a vivere.
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