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La lezione della Gauche
Alla fine, la diga repubblicana ha tenuto. No pasaran aveva promesso la Francia anti-lepenista, e piuttosto a sorpresa, così è andata. Quella calcistica, ha provato ad emularla a stretto giro, issando il suo ‘No pasaran’ contro i giovani talenti della nazionale spagnola, ma le cose lì sono andate diversamente. Non si può avere tutto dalla vita, cugini.
Place de la Republique si è gremita, ma non per Mbappé e compagni. A riempirla stavolta è stato lo scampato pericolo. Il sollievo di non ritrovarsi al governo gli eredi di un partito formato negli anni Settanta da nostalgici del collaborazionismo di Vichy e del colonialismo francese in Algeria. Una destra estrema che già stava assaporando il dolce gusto della vittoria. Risultato soprattutto frutto del rigetto, da parte della Francia profonda, delle politiche antipopolari e di austerità degli ultimi anni. Arrivata a totalizzare più di dieci milioni di voti. Passata dagli otto deputati del 2017 agli oltre cento di questa tornata.
Una marea montante, contro la quale anche stavolta l’argine ha retto, ma che la leader Marine ha assicurato prima o poi tracimerà.
Esito a cui saremmo potuti arrivare già a questo appuntamento elettorale, se non fosse stato che in Francia esiste una sinistra. Una sinistra che ha desistito nelle circoscrizioni dove c’era da contenere l’avanzata del Rassemblement National, sostenendo i candidati centristi della coalizione presidenziale, ma che non ha mai desistito dalla lotta. Che non ha rinunciato a tenere la barra dritta. Costruendo una opposizione radicale, sia in Parlamento che nelle piazze, ai provvedimenti proprio dei macronisti, con cui poi si è eretto il barrage repubblicano. Perché la scelta tattica di fare fronte comune contro l’estrema destra va bene, ma poi compito della sinistra è stare nelle lotte, al fianco dei lavoratori, di chi fatica a tirare avanti. E di chi vuole la pace, naturalmente, stanco di una retorica bellicista sempre più opprimente.
Anni di mobilitazioni, culminati nello sciopero ad oltranza contro l’innalzamento dell’età pensionabile a 64 anni, che hanno permesso alla sinistra francese (soprattutto a quella rappresentata da La France Insoumise) di guadagnare fiducia presso i ceti più colpiti dalla crisi, impedendo che il voto di dissenso confluisse tutto sul Rassemblement National, e di avere le spalle sufficientemente larghe per proporre ai centristi e al proprio elettorato la strategia della desistenza. Quella per cui in caso di circoscrizioni contese con sfide a tre, la priorità diventava sbarrare la strada al candidato del Rassemblement National. Impegno che la classe dirigente del Nuovo Fronte Popolare, in particolare, ha preso senza equivoci col paese, dando chiara indicazione ai propri elettori di votare in ogni caso contro il candidato del Rassemblement, in ossequio alla cosiddetta disciplina repubblicana.
Un muro che pur scricchiolando sotto l’onda d’urto degli oltre dieci milioni di voti del Rassemblement, ha confermato la pregiudiziale antifascista repubblicana francese (a livello soprattutto di sistema) e ha consegnato al cartello delle sinistre la maggioranza relativa, sulla base di un programma che oltre che prevedere l’abrogazione della contestata riforma pensionistica approvata lo scorso anno, propone salario minimo a 1600 euro e adeguamento degli stipendi all’inflazione.
Uguale uguale come qui da noi, insomma: dove quella pregiudiziale è bella che caduta da almeno trent’anni, e di scala mobile ormai non si parla più seriamente da un buon quarantennio, durante il quale non c’è stata controriforma o arretramento sociale in cui la nostra sinistra non c’abbia messo almeno un po’ il suo zampino. Compresa proprio la riforma pensionistica che oltre dieci anni fa portò l’età pensionabile degli italiani a 67 anni.
Ma c’è chi pensa che da un campo largo multiforme, allineato da tempo all’agenda neoliberista e indifferente agli interessi dei ceti subalterni, possa magicamente nascere un altro Nouveau Front Populaire. Bonne chance à tous!
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