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Ambientalismo e sovranità popolare


16 Lug , 2024|
| 2024 | Visioni

La questione climatica, ancorché sarebbe auspicabile definirla come la questione ambientale o ecologica, che di questa è solo un paragrafo nel quadro di quella che potremmo chiamare la nuova lotta di classe della fase globalista e postfordista del capitalismo occidentale (una fase che auspicabilmente sta giungendo al suo epilogo) e che vede nell’ambiente uno dei suoi campi di battaglia, é sommamenete divisiva e controversa.

Propongo qui una riflessione rivolgendomi a quella nebulosa della sinistra sovranista (o se preferite, di ispirazione socialista o più genericamente antisistema, ma mi rivolgo a tutti coloro che, pur dichiarandosi di sinistra, non si riconoscono in quelle forze politiche progressiste, esplicitamente o larvatamente, filo-capitaliste e cripto-neoliberiste) e perché osservo talvolta con divertito stupore, talvolta con preoccupato rammarico, la faglia che si sta aprendo sul tema del clima nell’area politica in cui mi riconosco. Una faglia paragonabile per dimensione e esizialitá a quella che abbiamo vissuto durante la ultima epidemia e seguenti, controverse, misure sanitarie e presunte tali (e sull’analogia tra le due questioni potrei inistere, ma preferisco soprassedere proprio per evitare l’esacerbarsi di quelle faziositá giá dolorosamente vissute da tutti noi).

Questa riflessione aggiunge qualcosa, forse poco, al bel numero de La Fionda, Contro il Green[1], che sviscera l’argomento (della questione ecologica come terreno di battaglia politica) da prospettive giuridiche, economiche e filosofiche con solide e non banali argomentazioni, ma che evita, forse volutamente, di affrontare direttamente la questione climatica ed il suo potenziale divisivo in seno alla sinistra anticapitalista.

Mi è d’obbligo oltre che dichiarare la mia affiliazione politica, dichiarare anche quella accademica, onde evitare equivoci o precipitose conclusioni circa i titoli che si hanno o meno per esprimersi su questa annosa e divisiva faccenda. Io sono professore associato in Energetics of Complex Systems presso il Energy and Environmental Research Centre della Facoltà di scienze della Università di Groninga[2]. Non sono un climatologo e nemmeno un fisico, tuttavia il mio centro ha una lunga tradizione di ricerche inerenti al clima, sviluppate all’interno dei suoi laboratori che si occupano di isotopi del carbonio[3]; il direttore del mio gruppo di ricerca, inoltre, é membro dell’IPCC[4] e con lui partecipo a numerosi progetti sulla decarbonizzazione che si fregiano di quegli stessi IAM (integrated assessemnt models) che sono anche adottati dall’ IPCC per redigere i suoi scenari che miscelano economia, ambiente e clima. Di particolare menzione, tra questi, Pantheon[5], é un progetto collaborativo tra Cina ed UE, che tanto fa indipsettire gli americani[6].

Per affrontare questo annoso dibattito, mi preme farlo assumendo il punto di vista e le tesi svolte dal Professor Franco Prodi, non solo perché queste sono tra le più popolari tra chi contesta “l’emergenza climatica” (aboliamo la odiosa parola “negazionisti”, sia perché pochi in vero negano l’esistenza del cambiamento climatico[7], sia perché questo termine è divenuto uno stigma per legittimare repressione e censura), ma anche perché egli merita la solidarietà per gli ingenerosi attacchi personali subiti e stima per coerenza e pervicacia dimostrata, oltre che per i meriti accademici.

In onor del vero, in nessuna delle numerose interviste televisive e comizi che si possono trovare sul web, il Professor Franco Prodi afferma che il clima non stia cambiando, né che l’attività industriale dell’uomo non ne costituisca un fattore. Egli, insieme ad altri scienziati del clima, sostiene, in sintesi sommaria che: 1) non si possa attribuire con precisione la quota di responsabilità umana; 2) che non si possano fare previsione certe circa l’evoluzione del clima (il quale è sempre cambiato); 3) che i dati presenti, come quelli del passato, non giustificano i toni allarmanti attuali e 4) che l’IPCC è un organismo fortemente politicizzato che persegue interessi extra-scientifici. Ebbene, pur giungendo a conclusioni opposte circa la crisi climatica, concordo in buona sostanza con le tesi del Professor Prodi.

Condivisibile è la prima tesi, quella forse più dirimente, che sostiene che sia impossibile quantificare con precisione la quota di “responsabilità umana” nel cambiamento climatico rispetto ai fattori esogeni, come, per esempio l’attività solare o i raggi cosmici. Il clima è un sistema complesso -e suppongo che qualunque climatologo concorderebbe su ciò – che sfugge al consueto, meccanicistico e lineare concetto di causalità e che presenta all’opposto il tipico fenomeno della causalità circolare, o della retroazione. Dunque il dibattito costruito su quale sia il prius tra concentrazione di anidride carbonica e aumento della temperatura media é fuorviante se presentato nei termini suddetti. Il dato empirico è che la CO2 e la temperatura media sono correlati, e nessuno, a mia nozione, ne obietta la veridicità (risibili sono anche certe argomentazioni che la CO2 sia solo lo 0.04%: anche lo zolfo è lo 0.04% della massa corporea, ma senza di esso non avremmo cheratina, che una delle principali proteine per la regolazione della temperatura corporea, così come il vapore acqueo è solo lo 0.25% ma è uno principali agenti del clima: tale è la natura non additiva dei processi omeostatici che regolano i sistemi complessi). E, sebbene la logica non ci avvalga nel comprendere come sia plausibile la causazione inversa, argomentazione secondo la quale all’aumentare della temperatura terrestre aumenterebbe l’estrazione di petrolio, abbandoniamo ogni velleità di voler dimostrare chi causi chi (trattandosi di sistema complesso) tra CO2 e temperatura e limitiamoci a constatare il dato empirico che entrambe sono aumentate nell’ultimo secolo.

Certo, si dirà, nei millenni, nei milioni di anni, nei miliardi di anni, si sono registrate concentrazioni e temperature ben più alte. Tuttavia, parafrasando la ben nota frase di Keynes e concedendomi un po’di sardonico catastrofismo, non posso che controbattere al cospetto di tali siderali orizzonti temporali che nel lungo periodo saremo tutti morti. Se infatti il “clima è sempre cambiato” è altrettanto vero che le specie si sono sempre estinte e le civiltà scomparse. Fu per esempio la grande ossigenazione, l’improvvisa iniezione di ossigeno libero altamente reattivo da parte di batteri fotosintetici, tossico per il biota prevalentemente anaerobico, che potrebbe aver causato l’estinzione di molti organismi sulla Terra. Dunque vi è almeno altrettanta hybris nel ritenersi immortali (o per lo meno immuni alle catastrofi naturali) quanto nel ritenersi i soli artefici del cambiamento climatico.

É altrettanto difficile comprendere per chi è ancora imbevuto del paradigma meccanicista -paradigma che a dispetto della crisi ecologica è florido ed anzi, grazie alla IA e robotica, furoreggia – che la biosfera abbia sempre partecipato alla regolazione del clima. Il mio professore di Ecologia, Silvano Focardi, ci insegnava che, forse con una semplificazione che avrebbe fatto inorridire i climatologi (sovente fisici o geologi di formazione), che la competizione tra autotrofi ed eterotrofi abbia nelle ere geologiche tracciato il clima terrestre (o reagito ad esso?), con temperature più fredde quando prevalevano i primi e viceversa; e di come la prevalenza degli uni abbia favorito la crescita degli altri. James Lovelock e la geniale Lynn Margulis (la quale riprendeva delle tesi di scienziati russi, peraltro) hanno elaborato questo principio omeostatico in numerosi articoli e libri, il più famoso dei quali é Gaia. Nuove idee sull’ecologia. Una lettura consigliata e forse troppo negletta.

Marx soleva dire che l’umanità si pone solo questioni che può risolvere; anche se fosse vero che l’impatto dell’attività umana sia secondario o irrilevante sulle trasformazioni climatiche rispetto all’attività solare (cosa probabile e certa almeno su di un orizzonte geologico), vero è altrettanto che è di questa irrilevanza che possiamo occuparci. Una irrilevanza che è tale solo rispetto agli eventi cosmici, non certo a quelli terrestri. L’uomo attinge già a 17 dei circa 65[8] miliardi di tonnellate di carbonio prodotte ogni anno dalle piante, mentre sono circa 10 i miliardi di tonnellate di carbonio estratte dalle fonti fossili ed emessi in atmosfera ogni anno e 2,5 quelli che si accumulano nella tecnosfera nella forma di materia[9]. Mentre per l’azoto, la quantità annualmente fissata dall’uomo, cioè attinta direttamente dall’atmosfera, è addirittura doppia rispetto a quella fissata naturalmente dalla biosfera (circa 100 teragrammi)[10]. Similmente, per fosforo[11] e altri nutrienti la quantità estratta dall’uomo supera quella coinvolta nei cicli naturali, tanto che si possa dire, senza troppa iperbole, che la tecnosfera abbia pareggiato e in taluni casi surclassato la biosfera come principale motore dei cicli biogeochimici terrestri. É l’economia del mondo pieno, opposta e quella del mondo vuoto, che, secondo la tesi di Herman Daly, ha caratterizzato il genere umano in tutte le epoche anteriori all’avvento dell’era del petrolio[12]. Tuttavia questa consapevolezza rimane impervia a chi è ancora saldamente ancorato alle certezze prometeiche dell’homo faber e che vede nella natura una frontiera di conquista, così come lo è a chi coltiva il mito rousseauiano dello stato di natura come luogo incontaminato.

Nella ottica della complessità, la questione della prevedibilità dei modelli climatici e ancor più di quelli integrati (che cioè includono anche l’economia) è poi ancora più spinosa. La critica che le previsioni catastrofiche di questi modelli non siano attendibili poiché il clima è un sistema complesso è fondata. Si potrebbe lungamente disquisire sul senso stesso del concetto di prevedibilità applicato al dominio dei sistemi complessi in relazione a quello sopramenzionato di causalità. Le due cose sono infatti inestricabili secondo il paradigma delle scienze sperimentali quando collegate da un modello matematico, ma il clima, come la gran parte dei sistemi complessi, non sono sperimentali (o lo sono solo parzialmente, nel senso di sottosistemi) o, se lo sono, non esiste un modello matematico nella forma di una teoria completa, come per esempio in biologia cellulare, che permetta di fare previsioni che possano essere verificate in esperimenti. Tuttavia, se è lecito affermare che i modelli climatici e quelli integrati non offrono certezze, ma solo ipotesi, ciò vale in qualunque senso, sia in quelli allarmanti che rassicuranti. Se il futuro il futuro è sulle ginocchia di Giove, lo è per tutti, catastrofisti e ottimisti; e se non ci si può rivolgere ai modelli con il solo proposito di ottenere fosche predizioni, nemmeno lo si può fare con lo spirito di Enea al cospetto della Sibilla, cioè con quello di “bandire dal nostro petto ogni preoccupazione”.

Vorrei infine soffermarmi sull’ultima critica, tra tutte quella più condivisibile, quella cioè che l’IPCC sia un organismo politicizzato o la tesi ancora piú radicale che dietro la questione climatica vi sia un disegno egemonico, se non eversivo, della classe capitalistica internazionale (le cosiddette élite globaliste).  Ebbene, non vi è dubbio che l’IPCC sia grandemente influenzato dalla politica (i miei colleghi che vi partecipano mi riportano le più bizzarre storie di lobbismo governativo), specialmente nei panel economici, così come è certo che il World Economic Forum abbia avuto origine con lo scopo principale e dichiarato di combattere per la salvaguardia ambientale del pianeta, clima incluso[13]. Esiste d’altra parte una tradizione antica di ambientalismo borghese, che retrodata quanto meno a Thomas Malthus, che brandisce la questione ambientale, a cominciare dal problema del sovrappopolamento, contro la questione di classe e il clima non fa eccezione. É mia personale convinzione che il successo che la dottrina della lotta al cambiamento climatico ha avuto nelle alte sfere del potere e del capitalismo internazionale abbia due inconfessabili motivi e finalità latenti. La prima è geopolitica. La faglia che si sta aprendo (e che ahimè si è già tramutata in conflitto aperto) tra sud globale, orbitante intorno ai BRICS, e Occidente, incardinato (incatenato?) nell’Impero Americano, ripercorre la divisione geografica tra detentori delle risorse energetiche da una parte e consumatori dall’altra, con la eccezione degli Stati Uniti (e Norvegia) che grazie al petrolio convenzionale sono tornati ad essere esportatori netti. L’economia di guerra conseguente esige una riduzione della dipendenza dalle risorse energetiche del nemico e un rinvigorimento della dipendenza da quelle neutrali e libere, come il sole, o degli amici, Stati Uniti in primis, che così a loro volta vedono rinsaldare il patto leonino che li lega agli stati occidentali attraverso la supremazia del dollaro. La seconda ragione è di politica sociale. Non vi è nulla di più efficace per sedare la crescente tensione in seno alla societá, che dal fallimento delle politiche neoliberiste va montando in Occidente (il cosiddetto momento populista), che convocare l’intera popolazione per una causa esistenziale e comune come la lotta per la sopravvivenza a una catastrofe ambientale incipiente. Questo dispositivo foucaultiano rischia poi di assumere forme autoritarie seguendo la via maestra del ben noto e ormai troppo frequentato Stato di emergenza che legittima la sospensione dei processi democratici e dei diritti sociali e individuali. Sempre più frequentemente nei circoli accademici internazionali si sente invocare la necessità di superare i vincoli e i tempi della democrazia in ragione di una causa deontologica che coinvolgerebbe le generazioni future, la cui voce costoro ritengono di dover rappresentare per investitura divina. La divina scienza. Così come sempre più spesso si sente invocare il dispositivo pandemico per il clima.  Anche volendo considerare la buona fede, ritenere la questione del cambiamento climatico e delle misure necessarie da intraprendere una emergenza è un errore metodologico e politico. Lo è metodologico poiché sia la scala temporale dei processi climatici che quella delle transizioni energetiche umane sono dell’ordine delle decadi, se non dei secoli. Ma lo è ancor di più politico poiché le transizioni energetiche del passato, come quella che ci ha portato al carbone o al petrolio, sono sempre avvenute secondo cicli di Kondratiev lunghi e con un passo lento e costante di sostituzione tra fonti, scandito da imperativi energetici e vincoli infrastrutturali[14]. Credere che la fretta o la paura possa alterare questi cicli è illusorio o, peggio ancora, pretestuoso, ma certamente, a lungo andare, controproducente Per quanto tempo crediamo di poter mantenere la popolazione in uno stato di allerta emergenziale protratto? La causa della transizione energetica andrebbe associata al significante dell’utopia piuttosto che a quello dell’emergenza poiché gioverebbe a essa un senso palingenetico di giustizia, di prodigalità, di comunità invece che di millenaristico terrore[15].. Ma è quest’ultima la strada intrapresa, il paradigma scelto, forse perché esso ha un carattere intrinsecamente reazionario, invece che rivoluzionario.

La strada emergenziale porta seco ulteriori rischi, come quello dell’appiattimento ontologico della questione complessa e poliedrica del rapporto tra uomo e natura (e tecnica) al solo e uni-dimensionale ente emissioni; altrimenti detto: al riduzionismo concettuale. Ridurre la questione ambientale al cambiamento climatico e specialmente se accompagnato dalla fretta, se non dalla frenesia, conduce a scelte dalle conseguenze ambientali indesiderabili e inattese, forse irreversibili, che vanno a detrimento della biodiversità[16] (l’uso della biomassa a scopi energetici),  che aumentano l’ecotossicità[17] (il prelievo e lo smaltimento di metalli pesanti), che ci espongono ad altre forme di inquinamento (come quello elettromagnetico[18]) o che favoriscono la proliferazione nucleare (con tutte le conseguenze che conosciamo) o lo sfruttamento di ecosistemi intatti e le popolazioni, umane e animali, che vi insistono, al fine di sopperire alla fame di materia che la transizione arreca[19] o per convertire il territoro in siti di produzione (le rinnovabili sono forme di energia estensiva che incidono massivamente sulla destinazione dei terreni). A tal proposito, di particolare menzione é il caso della Sardegna e dello scempio eolico che si prefigura, magistralmente sviscerato da Leandro Cossu per La Fionda[20]

Infine, permettetemi di liquidare la faccenda circa il beneficio che dalla questione climatica trae   l’egemonia culturale delle classi dominanti con una battuta recuperata dal mio passato di studente e da una scritta lapidaria sulla porta del bagno della Biblioteca della Facoltà di Lettere e Filosofia di Siena (quando, prima dei social networks e dopo le statue parlanti, le porte dei bagni erano luoghi emeriti di comunicazione pubblica): il solo fatto che tu sia paranoico non prova che nessuno ti stia seguendo. Similmente, la nozione, qui incontrastata, che vi sia un complotto delle élite globaliste non prova che il cambiamento climatico non esista o che non abbia anche origine antropica. E se anche il cambiamento climatico, nonostante tutti gli sforzi dei globalisti, si rivelasse mite[21] o innocuo[22], meglio così, poiché insieme all’umanità sopravviverebbero tutte le altre innumerevoli buone ragioni per ridurre l’impiego di fonti fossili e transitare alle fonti rinnovabili. Ragioni ecologiche, economiche e politiche sulle quali non vi è qui la possibilità di dilungarsi, ma che potrei riassumere in una: il capitalismo è nato con le fonti fossili e non vi è ragione di credere, a dispetto di quello che pensano le classi capitaliste internazionali, che senza di esse possa morire.


[1] https://www.lafionda.org/rivista/contro-il-green/#:~:text=Contro%20il%20green%20Per%20una%20vera%20ecologia%20LA,e%20riduzionistiche%20con%20cui%20essa%20viene%20comunemente%20declinata.

[2] https://research.rug.nl/en/persons/franco-ruzzenenti/

[3] https://www.rug.nl/research/centre-for-isotope-research/about-cio/?lang=en

[4] https://www.rug.nl/staff/k.hubacek/?lang=en

[5] Progetto che annovera la partecipazione di Savino Balzano come membro dell’advisory board : https://pantheon-decarbonisation.com/

[6] https://www.politico.eu/article/eu-funds-research-that-involves-chinese-military-linked-universities/

[7] https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/24_giugno_30/cambiamento-climatico-il-fisico-franco-prodi-la-grande-bufala-delle-emissioni-zero-non-ci-salvera-00c5934c-e3c8-46aa-ab71-f25c5b4b3xlk.shtml

[8] Katherine Richardson et al.  Sci. Adv.9, eadh2458(2023)

[9] Nostri calcoli, di prossima pubblicazione.

[10] Gu, Baojing, Jie Chang, Yong Min, Ying Ge, Qiuan Zhu, James N. Galloway, and Changhui Peng. Scientific Reports 3, no. 1 (2013)

[11] McDowell, R. W., A. Noble, P. Pletnyakov, and P. M. Haygarth. “A global database of soil plant available phosphorus.” Scientific Data 10, no. 1 (2023): 125.

[12] Daly, H. E. (2005). Economics in a full world. Scientific american, 293(3), 100-107.

[13] Ruzzenenti, F., Hubacek, K., & Gabbi, G. (2023). In the fight against climate change, did the financial sector cut secular ties with the oil industry or merely camouflage them?. Cleaner Production Letters, 4, 100040.

[14] Marchetti, Cesare. “Primary energy substitution models: on the interaction between energy and society.” Technological forecasting and social change 10, no. 4 (1977): 345-356.

[15] Il paradigma di una escatologia della apocalisse, o di una ontologia negativa, secondo la espressione di Kohei Saito. Saito, K. Karl Marx’s Ecosocialism. 2017, Monthly Review Press, New York.

[16] Immerzeel, DESIRÉE J., PITA A. Verweij, Floor Van Der Hilst, and ANDRÉ PC Faaij. “Biodiversity impacts of bioenergy crop production: A state‐of‐the‐art review.” Gcb Bioenergy 6, no. 3 (2014): 183-209.

[17] Ghisellini, Patrizia, Renato Passaro, and Sergio Ulgiati. “Environmental assessment of multiple “cleaner electricity mix” scenarios within just energy and circular economy transitions, in Italy and Europe.” Journal of Cleaner Production 388 (2023): 135891.

[18] Bandara, Priyanka, and David O. Carpenter. “Planetary electromagnetic pollution: it is time to assess its impact.” The Lancet Planetary Health 2, no. 12 (2018): e512-e514.

[19] Lèbre, Éléonore, Martin Stringer, Kamila Svobodova, John R. Owen, Deanna Kemp, Claire Côte, Andrea Arratia-Solar, and Rick K. Valenta. “The social and environmental complexities of extracting energy transition metals.” Nature communications 11, no. 1 (2020): 1-8.

[20] L. Cossu, Si alza un vento, in La Fionda,  Contro il Green. 2024, Eitore Rogas, Roma.

[21]Scafetta, Nicola. “Impacts and risks of “realistic” global warming projections for the 21st century.” Geoscience Frontiers 15, no. 2 (2024): 101774.

[22] May, Andy, and Marcel Crok. “Carbon dioxide and a warming climate are not problems.” American Journal of Economics and Sociology (2024).

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