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Nuovo mondo e ultima frontiera: i miti della colonizzazione americana dello spazio


21 Ago , 2024|
| 2024 | Visioni

Secondo Elon Musk, presto o tardi sulla Terra ci sarà un evento di distruzione di massa, indotto da fenomeni naturali o dall’uomo. Che si tratti di una serie di violente eruzioni vulcaniche, dell’impatto di una meteorite, delle conseguenze dei cambiamenti climatici, di una guerra mondiale seguita da un lungo inverno nucleare o dell’operato di un’intelligenza artificiale fuori controllo, il nostro destino appare segnato: andremo incontro all’estinzione. Ma la via per la salvezza esiste, assicura l’imprenditore a capo di SpaceX. Abbattendo i costi di lancio fino a poche centinaia di migliaia di dollari, sarà possibile impiantare milioni di coloni in “città autosostenibili” situate sul Pianeta Rosso, rendendo così l’umanità una specie interplanetaria[1].

Agli occhi di Musk, Marte si presenta a tutti gli effetti come un Nuovo Mondo, da plasmare a piacere – in gergo “terraformare” – e rendere abitabile, in assenza di vincoli giuridici e ambientali, dove sarà possibile creare nuove specie viventi più adatte ad un ecosistema così ostile[2]. Inizialmente, i coloni vivranno in grandi cupole comunitarie[3], ma nel corso di alcune generazioni potranno finalmente costruire una nuova utopia, dove condurre un’esistenza libera delle strutture e dai rapporti sociali che si sono sedimentati sulla Terra nel corso dei secoli[4].

A prima vista, il discutibile piano di Musk sembra frutto di una futurologia millenaristica, influenzata dal retroterra culturale apocalittico, fantascientifico e hollywoodiano che pervade molti imprenditori della Silicon Valley. Ma a ben vedere ha radici più profonde, fortemente connaturate ai miti fondatori della cultura politica statunitense.

Leggendo i termini di servizio di Starlink, che garantisce una connessione ad internet per mezzo di una costellazione satellitare situata nelle orbite basse, troviamo infatti una breve e curiosa sezione dedicata al Pianeta Rosso:

Per i Servizi forniti su Marte, o in transito verso Marte tramite Starship o altri veicoli spaziali, le parti riconoscono che Marte è un pianeta libero e che nessun governo terrestre ha autorità o sovranità sulle attività marziane. Di conseguenza, le Controversie saranno risolte attraverso principi di autogoverno, stabiliti in buona fede, al momento dell’insediamento marziano[5].

Queste poche righe – del tutto irrilevanti, da un punto di vista giuridico – esprimono una certa alterità del Nuovo Mondo rispetto al Vecchio Mondo e alle sue istituzioni politiche. Un’idea che, a ben vedere, è ricorrente nel pensiero politico americano ed in particolare nell’isolazionismo dei Padri Fondatori. A titolo d’esempio, George Washington suggeriva alle future generazioni di “estendere le nostre relazioni commerciali, per avere con loro [le nazioni straniere, N.d.R.] il minor numero possibile di legami politici” ed evitare così di essere vittima “dell’ambizione, della rivalità, dell’interesse, del capriccio” della politica europea[6]. Un isolazionismo che è quindi subordinato ad una funzione economica che prosaicamente, nel caso di Musk, concepisce Marte, assieme a tutto lo spazio extra-atmosferico, come il nuovo regno della deregolamentazione neoliberista.

Il Nuovo Mondo sorge quindi per distacco, grazie alla netta separazione che è garantita dalla vastità degli spazi atlantici ed interplanetari. L’isolazionismo porta con sé una profonda spinta alla rigenerazione morale: gli Stati Uniti erano il luogo dove le comunità puritane potevano mettere in atto le loro radicali istanze politiche e religiose per fondare, secondo principi di autogoverno e buona fede, il regno della luce, lontano dai privilegi nobiliari, dalle istituzioni e dalle ineguaglianze che rendevano poco permeabile lo spazio politico inglese[7]. Tale rigenerazione morale è perfettamente incarnata dal mito della frontiera: un’entità mai statica, ma in costante divenire, che genera una “tensione permanente” verso una nuova civilizzazione, verso la piena realizzazione del messaggio divino professato dai Padri Pellegrini[8]. Il frontierismo americano permette di rivitalizzare di volta in volta, nei nuovi territori, le aspirazioni ideologiche originarie, frustrate dal consolidamento di disuguaglianze e regimi di proprietà, risolvendo al contempo le tensioni sociali interne[9]. Lo spostamento della frontiera è a sua volta motivato da una sanzione divina, perfettamente sostanziata nella dottrina del “Destino Manifesto”, espressione coniata nel XIX secolo per promuovere l’annessione di Texas, Oregon e California. I pionieri statunitensi, abbandonate le loro terre per esplorare il continente concesso loro dalla Provvidenza[10], si sono impadroniti così di una quantità inestimabile di risorse agricole e minerarie, sulla base della “dottrina della scoperta”, concezione fortemente colonialista, che ha fornito la giustificazione giuridico-ideologica per l’estinzione dei diritti dei nativi americani.

È come se ci fossimo dimenticati chi siamo, Donald: esploratori, pionieri. Non dei guardiani”, recita Cooper, in una scena del film Interstellar, scritto e diretto da Christopher Nolan. L’astronauta è in partenza verso nuovi mondi, per salvare l’umanità tormentata da una gravissima carestia. Alla fine del XIX secolo, con la frontiera americana sostanzialmente ormai chiusa, questa crisi d’identità doveva essere comune a molti. Ma nei decenni successivi, con le due guerre mondiali e la fine dell’isolazionismo statunitense, il frontierismo e l’eccezionalismo americano riguadagnarono una proiezione esterna e un rinnovato vigore. A partire dagli anni ‘50 infatti, la corsa allo spazio trovò ampia eco nella pubblicistica e nella politica statunitense e gli astronauti americani divennero nuovi pionieri, in quanto idealmente discendenti dei pellegrini che attraversarono l’Atlantico e dei coloni diretti verso il West[11]. Il richiamo della “Nuova Frontiera”, per citare un’espressione frequentemente usata da J. F. Kennedy, comprendeva anche la Luna e lo spazio extra-atmosferico, considerati alla stregua di un Nuovo Mondo in cui affermare il primato americano, o di un “quarto impero” che si estendeva ben oltre le innervature terrestri e marittime dell’Occidente[12]. Questa vocazione imperiale era accompagnata da un immediato afflato universalista. Di fronte agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, la corsa allo spazio, culminata con la partenza dell’Apollo 11 e del suo modulo di comando, chiamato non a caso Columbia, veniva giustificata come una missione civilizzatrice, addirittura necessaria per preservare pace e libertà minacciate dal pericolo comunista. Il sincretismo tra nazionalismo e universalismo permetteva così agli Stati Uniti di assicurarsi “la posizione di controllo totale sulla Terra”, situata nello spazio esterno o sulla Luna, ma per un fine del tutto altruistico, cioè a “beneficio dell’intero genere umano”[13].

Al di là della retorica e dei richiami ideali, è noto che il programma spaziale statunitense fu motivato primariamente da esigenze militari. A cui, negli ultimi anni, si sommano precisi interessi economici e commerciali di un settore privato in forte crescita. Nel 2015, il Congresso ha approvato il Commercial Space Launch Competitiveness Act, o semplicemente “Space Act”, che autorizza le società statunitensi ad “impegnarsi nell’esplorazione commerciale e nello sfruttamento” della Luna, degli asteroidi ed in futuro anche di Marte e di altri corpi celesti, con la possibilità di “possedere, trasportare, utilizzare e vendere” le loro risorse spaziali[14]. Ancora una volta, lo spazio extra-atmosferico viene quindi rappresentato come una “terra nullius”, estremamente ricca di risorse, ma priva di istituzioni giuridiche che possono impedirne l’appropriazione privatistica, se si esclude il Moon Treaty, un trattato internazionale risalente al 1979, peraltro non riconosciuto dagli USA e dalla grande maggioranza delle nazioni dotate di un programma spaziale. L’analogia con il continente americano, sottoposto ad un violento regime coloniale da parte delle potenze europee, è così completa. E infatti nel 2018, il senatore repubblicano Ted Cruz ha previsto l’avvento del primo bilionario grazie ad attività commerciali svolte nello spazio, una “frontiera tanto vasta e promettente quanto lo era il Nuovo Mondo qualche secolo fa[15]. Mentre un anno dopo, in una riunione del National Space Council, il vicepresidente Mike Pence ha osservato che “le regole e i valori dello spazio, come ogni grande frontiera, saranno scritti da chi avrà il coraggio di arrivarci per primo e l’impegno di restarci”, aprendo la strada a “pionieri privati americani” verso le “vaste distese dell’orbita bassa della Terra[16]. Non solo. Il rinnovamento della “leadership americana nello spazio” passa per la conquista della Luna e di Marte, che riceverà non solo l’approvazione, ma anche il mandato divino: “la Sua mano ci guiderà e la Sua destra ci terrà fermi”, ha annunciato Pence nella stessa occasione, con un linguaggio fortemente imaginifico[17]. Una concezione nuovamente ribadita dal presidente Donald Trump, in un discorso del 2020, davanti ai membri del Congresso: “Nel riaffermare la nostra eredità di nazione libera, dobbiamo ricordare che l’America è sempre stata una nazione di frontiera”. In un simile contesto, occorre quantomeno domandarsi se esiste un modo alternativo di pensare all’esplorazione spaziale, cercando di decolonizzare il nostro immaginario dalla rievocazione di vecchie categorie in perfetta continuità con l’imperialismo a stelle e strisce. Diversamente, il futuro sarà molto simile a quanto presentato dall’ex presidente americano in termini ancora più espliciti: “Ora dobbiamo abbracciare la prossima frontiera: il Destino Manifesto dell’America nelle stelle”[18].


[1]     Musk Elon, Making Humans a Multi-Planetary Species, «New Space», Vol. 5, No. 2 (2017), pp. 46-61.

[2]     Kirsten Grind, Elon Musk’s Plan to Put a Million Earthlings on Mars in 20 Years, nytimes.com,12 luglio 2024, https://www.nytimes.com/2024/07/11/technology/elon-musk-spacex-mars.html.

[3]     Ibidem.

[4]     O forse reintrodurne di vecchi. In un thread su Twitter, Musk ha ipotizzato un sistema sociale in cui i coloni insolventi ripagano con il proprio lavoro il prestito economico necessario per condurli su Marte.
Mike Brown, SpaceX Mars city: Elon Musk reveals how you will pay for your trip, inverse.com, 20 gennaio 2020, https://www.inverse.com/article/62390-spacex-mars-city-elon-musk-reveals-how-you-will-pay-for-your-trip.

[5]     Starlink Terms of Service, starlink.com, consultato il 12 agosto 2024, https://www.starlink.com/legal/documents/DOC-1020-91087-64.

[6]     George Washington, Farewell Address, Senate Document No. 106–21 (2000), https://web.archive.org/web/20090612002306/http://www.access.gpo.gov/congress/senate/farewell/sd106-21.pdf.

[7]     Claudio Cerretti, Matteo Marconi, Paolo Sellari, Spazi e poteri, Geografia politica, geografia economica, geopolitica, Laterza, Bari 2019, pp. 92-93.

[8]     Ibidem.

[9]     Ibidem.

[10]   Editoriale di Limes, America?, No. 11/22.

[11]   Mary-Jane Rubenstein, Astrotopia. The Dangerous Religion of the Corporate Space Race, The University of Chicago Press, Chicago 2022, p. 71.

[12]   Editoriale di Limes, op. cit.

[13]   Ivi, p. 73.

[14]   U.S. Commercial Space Launch Competitiveness Act, congress.gov. 25 novembre 2015,  https://www.congress.gov/bill/114th-congress/house-bill/2262.

[15]   Ivi, p. 88.

[16]   Remarks by Vice President Pence at the Fifth Meeting of the National Space Council, Huntsville, AL, trumpwhitehouse.archives.gov, 26 marzo 2019, https://trumpwhitehouse.archives.gov/briefings-statements/remarks-vice-president-pence-fifth-meeting-national-space-council-huntsville-al/.

[17]   Mary-Jane Rubenstein, op. cit., pp. 28-29.

[18]   Mary-Jane Rubenstein, op. cit., pp. 65-66. Citato anche in Teo Armus, Trump’s ‘manifest destiny’ in space revives old phrase to provocative effect, washingtonpost.com, 5 febbraio 2020, https://www.washingtonpost.com/nation/2020/02/05/trumps-manifest-destiny-space-revives-old-phrase-provocative-effect/.

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