Ho visto coi miei occhi saltare in alto
Due metri e 35 centimetri
Ventrale
A Vladimir Yashchenko
(Offlaga disco pax, Ventrale)
Volodymyr Jaščenko – altista sovietico che gareggiò tra la fine degli anni ’70 e i primissimi anni ’80 – costituisce una possibile antitesi, o rideclinazione, di quel concetto di forza che comunemente intendiamo. Tutt’altro che saturo, o piantato-nel-mondo, l’atleta sovietico ci richiama, infatti, ancora oggi, ad una strettissima relazione, solo in apparenza paradossale, tra creatività, forza vitale, e debolezza o fragilità.
Esser-forte, infatti, nella retorica delle nostre società, sembra ormai significare – fin quasi a coincidervi –l’accettazione di tutte le norme convenzionali imposte dalla realtà dominante: senza crepe, o fratture, degli involucri esterni, apparentemente solidi, in grado di sposarsi con quel nucleo, in realtà disgregato, del mondo contemporaneo. Forte, nell’attualità, come colui che sta, e quindi accetta quest’unico orizzonte di vita dai caratteri sempre più borghesi, non come colui che anela qualcosa di altro e, di conseguenza, rompe con il vigente, ma non per divertissment, bensì come modalità di esprimere la propria singolarità. Tuttavia, e qui cominciamo ad introdurci nel carattere Jaščenko, tale tipo di forza vitale, da intendere, ad una prima istanza, come anelito alla creazione, difficilmente la si ritrova scissa da quel suo lato meno luminoso – dal dubbio che anche la creazione di mondi sia vana, dalla tentazione dell’apatia, come si esprimeva nella giovinezza lo stesso Volodja, e, ancora, da quella condizione strutturalmente conflittuale, e non solamente radiosa, del nostro esistere – come se essa, cioè, dovesse portare sempre accanto a sé il suo negativo. Ecco l’elemento rilevante che qui si vuole sottolineare: la forza creativa si rintraccia spesso proprio in quelle esistenze malinconiche, fragili, definite, dall’attualità, deboli – mentre, invece, anelito all’eremo ed amore per la terra si ritrovano legati molto più spesso di quanto comunemente si pensi. Compito di tutta una vita, allora, è saper muoversi tra questi limiti – tra malinconia e creatività – senza farsi consumare, mai, definitivamente, una volta per tutte.
Tale slancio, Jaščenko, lo aveva incarnato nella propria stessa professione, o vocazione. Il salto in alto come possibilità di rompere i confini umani – anelito a volare: “la mia ricerca, il mio esperimento di volo, perché questa è l’essenza del mio salto, potrà continuare ancora, malgrado dovessi fallire”. E, tuttavia, questo tentativo si scontrava, quotidianamente, con quel lato negativo a cui accennavamo in precedenza – e, cioè, con quel suo tratto malinconico, non sempre costante, necessitante, costantemente, di luoghi di solitudine ed isolamento. Un lato tragico in embrione fin dall’inizio, sin da quando cominciava a battere tutti i record della propria disciplina, il salto in alto – su questo insiste molto Igor’ Timohin, uno dei suoi più cari amici d’infanzia, nonché figura decisiva per una ricostruzione della memoria postuma dell’atleta. Non che egli rigettasse il successo, ma quest’inaspettata popolarità egli la viveva in un modo peculiare, tutto suo, enigmatico e difficilmente decifrabile, sì ironico e vitale, ma anche alla continua ricerca di un silenzio interiore, anelando qualcosa che poco aveva a che fare con le vicende – i successi o gli insuccessi – del mondo esterno. Così, quella sua fine drammatica, autodistruttiva, non è la sola conseguenza di un atleta che cadrà nell’oblio altrettanto repentinamente; in lui, piuttosto, questo tratto debole era in nuce già quando saltava quell’asticella, come nessuno prima di allora, a 2.35 metri. Non il passaggio dal successo all’abbandono, dalla fama alla dimenticanza, ma la difficolta di giocare con il limite – qui si cela uno dei tratti enigmatici della figura di Jaščenko.
Sin dalle prime battute, infatti, un carattere, o una modalità di essere, definibile in contrasto con le convenzioni. Era questo ciò che lo rendeva difficilmente decifrabile alle autorità sovietiche: Volodja, infatti, non avrebbe mai criticato apertamente il luogo in cui viveva – e, tuttavia, era la sua stessa esistenza che sembrava costituire uno scarto rispetto a quel contesto. Nessun dirigente, infatti, sembrava ad esempio aver timore che egli potesse fuggire in Occidente, eppure non vi era mai la sicurezza di condurlo al di fuori. Non tanto per ciò che egli potesse dire, o compiere; è come se fosse, invece, proprio la sua stessa forma di vita a costituire un imbroglio difficile da districare, non catalogabile in alcuno schema già confezionato. Volodymyr Jaščenko era, cioè, scomodo perché indipendente, autonomo, non in quanto esplicitamente critico di qualcosa – potremmo dire una figura esistenzialista, da cui probabilmente sarebbero rimasti affascinati gli scrittori russi di fine ‘800, in una spontanea divergenza, senza mai dissentire, con quel socialismo reale, che stava divenendo sempre più legato alla cura delle forme.
Volodja rappresenta, così, uno dei rari esempi di figura sovietica della crisi, da intendere, cioè, come frattura che si origina dall’interno di un contesto, non necessariamente in termini espliciti, e, tuttavia, proprio in virtù di questo ancor più difficile da gestire in quanto legata, con un filo diretto, alla forma di vita ed all’antropologia. È Carlo Vittori, storico allenatore di atletica italiano, a ricordare come egli assomigliasse ben poco al resto degli atleti sovietici: “a tratti addirittura un pasticcione”, incostante – nelle gare, ad esempio, sbagliava molti salti priva di ritrovare la combinazione giusta – con capelli lunghi biondi che incorniciavano un volto spesso svagato, a tratti quasi assente. Eppure – qui l’elemento veramente interessante – se egli implicitamente, o spontaneamente, costituiva un simbolo della crisi, una forma tutta sovietica di ciò che, in altri termini, è stato vissuto in quegli stessi anni anche in Europa, nelle sue condotte esplicite manteneva una sua disciplina, un rigore, finanche una sincera passione per la scienza riguardo la preparazione meticolosa dei suoi movimenti. Per questo, pur costituendo una rottura, egli è inscindibile da quel contesto sovietico: esempio ne è la scelta del tipo di salto – il ventrale – profondamente conservatrice per la fine degli anni ’70.
Siamo, infatti, ormai abituati a vedere gli altisti saltare di schiena, con quello che si definisce come stile Fosbury, introdotto già dalla fine degli anni ’60, per poi coinvolgere sempre più atleti nel corso dei ’70. In Unione Sovietica, tuttavia, compreso, evidentemente, anche Volodja, si continuava ad utilizzare lo stile precedente – il ventrale – chiamato in questo modo per via del fatto che all’asticella si rivolgesse il ventre. E qui, anche da un punto di vista prettamente sportivo, accade qualcosa di eccezionale: Volodymyr Jaščenko, con quell’antico ventrale, a soli diciannove anni, raggiunge vette fino a quel momento inesplorate (ancora oggi, in realtà, difficili da raggiungere) – 2, 35 metri indoor, 2,34 metri all’aperto. Ma il ventrale di Jaščenko era un qualcosa di originale, singolare – anche qui, era la sua esistenza a rideclinare modelli e forme. Così, rivedere quel suo salto è considerabile, ancora oggi, come una forma di esperienza estetica, un prototipo di opera d’arte in movimento – elegante, aggraziato, il suo allenatore Telegin dirà di lui: “’Volodja non salta, vola nell’aria come una colomba”. Ma lo stile, e cioè quella forma artistica, qui era immediatamente contenuto, rivolgimento tecnico: tra i motivi principali per cui il ventrale venne alla fine definitivamente sostituito dalla tecnica Fosbury vi era, infatti, quello per cui quest’ultimo permetteva maggiore dinamismo e velocità dei movimenti, ma Jaščenko, come segnala ancora Carlo Vittori, rendeva quella stessa tecnica ventrale, apparentemente più statica o lenta, estremamente dinamica e vitale – «tempi di estensione rapidissimi, quasi paragonabili a quelli di un fosburista».
Le ricerche del centro aerospaziale di Bajkonur sostennero addirittura che l’atleta sovietico avrebbe avuto, con l’allenamento, la possibilità di alzare l’asticella a 2.50 centimetri – misura, ancora oggi, inaccessibile. Tuttavia, gli infortuni al ginocchio, così come le sbagliate cure e quella personalità così inquieta, a cui abbiamo cercato di far riferimento, fecero sì che quella stagione di vittorie (tra il 1978 ed il 1979) sarebbe stata l’unica, che egli, quindi, non avrebbe potuto partecipare alle Olimpiadi di Mosca del 1980, a cui teneva tantissimo, e che, infine, già sul breve periodo, quella tecnica ventrale non fosse più utilizzata da alcun atleta.
Ciò che si è conservato, tuttavia, è quell’utopia rivolta all’indietro di Volodja – quell’esperimento di superare i limiti umani in termini, insieme, conservatrici eppure profondamente creativi, alle soglie dell’innovazione, sempre muovendosi al limite, come in tutta la sua vita, tra rigore e fragilità, tra ordine e crisi e, quindi, tra l’anima di uno scienziato e quella di ciò che potremmo definire un singolare esistenzialista sovietico. La sua fine, come accennato in precedenza, si lega a quella difficoltà, o impossibilità, di giocare con il limite. Il nostro compito, invece – ricordare la sua esistenza nel tentativo di spaccare le convenzioni della nostra attualità.
La Fionda è una rivista di battaglia politico-culturale che non ha alle spalle finanziatori di alcun tipo. I pensieri espressi nelle pagine del cartaceo, sul blog online e sui nostri social sono il frutto di un dibattito interno aperto, libero e autonomo. Aprendo il sito de La Fionda non sarai mai tempestato di pubblicità e pop up invasivi, a tutto beneficio dei nostri lettori. Se apprezzi il nostro lavoro e vuoi aiutarci a crescere e migliorare, sia a livello di contenuti che di iniziative, hai la possibilità di cliccare qui di seguito e offrirci un contributo. Un grazie enorme da tutta la redazione!






