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Il crollo dell’Europa


11 Mar , 2025|
| 2025 | Visioni

Semplificando, risulta tutto sommato corretto affermare che il colonialismo europeo del XIX secolo funzionava come sarà esposto nelle righe seguenti (gli studiosi di storia coloniale europea di professione mi perdoneranno). Un grande imprenditore privato o un ufficiale governativo studiava per anni con diligenza e competenza una data area geografica. Poteva farlo in prima persona o tramite una cerchia strettissima di collaboratori senz’altro molto colti e abbastanza coraggiosi o psicologicamente spostati da arrischiarsi nell’impresa. Il messo in questione della nuova (dal suo punto di vista) terra ne analizzava sia la geografia che la geologia, nei limiti dei mezzi a disposizione, oltre che ovviamente gli abitanti. Nel mentre, era ben chiara l’idea che si potesse perdere salute o vita per le malattie, per i locali comprensibilmente ostili o per banali incidenti con conseguenze spesso nefaste in ambienti tanto estremi.

Conclusa questa prima fase di studio, qualora fosse stato appurato che nell’area in questione vi fossero già dei conflitti in essere tra i locali, i governi o le grandi compagnie intervenivano con le loro forze armate a sostegno di una parte da utilizzare come grimaldello per prendere possesso dei punti strategici della nuova provincia.

In entrambi i casi, possiamo evidenziare due fattori comuni. In primo luogo, erano senz’altro pronti ad ammazzare ma qualora qualcuno tentasse di ammazzarli di rimando tendenzialmente non se ne stupivano, anzi. Erano quindi violenti, ma non ipocriti.

Non meno importante, anche qualora a condurre le operazioni fosse il capitalista d’assalto più rampante del mondo (vedi il caso di Rhodes, tra gli altri), vi era sempre l’idea e non solo a livello di propaganda che quel che si stava facendo dovesse risultare a maggior gloria della propria comunità di appartenenza, sia pure in maniera che la morale comune contemporanea giudicherebbe distorta e tutto sommato moralmente inaccettabile.

Per comprendere quest’ultimo punto, ricorriamo all’esempio più paradigmatico di tutti per comprendere il colonialismo europeo di XIX e XX secolo, quello britannico.

L’Impero britannico fu ben lungi dall’essere una nazional-socialdemocrazia, per così dire, che razziava le ricchezze altrui per redistribuirle agli abitanti delle isole britanniche. Al contrario, era retto da una élite ristrettissima che drenava la maggior parte delle risorse provenienti dalle colonie, lasciando al suo popolo le briciole. Tali briciole, però, considerando il tenore di vita dell’epoca, risultavano ben lungi dall’essere scarne, poiché pur in modo niente affatto uniforme permisero ai britannici di migliorare la propria dieta, di vivere più a lungo e meglio, di studiare, viaggiare e ascendere socialmente. Anche coloro che non potendone più della vita in patria migravano nelle colonie trovavano per lo meno una vaga cornice di protezione che gli permettesse di non ricominciare tutto proprio proprio da zero.

In estrema sintesi, l’Europa colonialista era guidata da un pugno di persone disposte a tutto che agivano per proprio tornaconto, ma del quale possiamo almeno riconoscere un certo grado di coraggio e idealismo; non meno importante, considerava la spremitura del suo stesso popolo e la distruzione del suo stesso territorio un’opzione quanto meno remota e solo per  temporanee, specifiche esigenze. Inoltre, dato per oggi peculiare, i figli dell’altissimo notabilato economico e politico era buona norma che si prendessero la loro percentuale di rischio, prestando servizio negli angoli remoti dell’impero a contatto con malattie, nativi ostili, oggettive privazioni materiali rispetto agli agi di casa e lontananza da affetti e amicizie. Non sempre ciò rendeva gli uomini migliori, ma sia pur poco più che simbolicamente costituiva la condivisione di un destino tra ceti sociali diversi; ceti sociali che per altro restavano tutto sommato permeabili a una discreta mobilità sociale.

Quel che abbiamo oggi, quel che viviamo oggi nelle nostre vite e sui nostri territori è una forma di questo tipo di colonialismo autofago e grottesco. Governi e grandi aziende europee si sono beate di una posizione di dominio nel mondo anche dopo la fine de iure degli imperi coloniali. Lasciando da parte ogni considerazione morale, non si può fare a meno di notare come questi signori de facto di ampie zone di mondo anziché studiare, impegnarsi, addestrare i propri eredi all’arte del comando, si sono invece cullati in un ridicolo senso di superiorità che credevano sempiterno, comprando titoli per i propri rampolli qualora questi si dimostrassero incapaci di conseguirne uno e corrompendo così quel letto d’oro su cui erano sdraiati a ingrassare ancora, ancora e ancora. Letto che poi le potenze asiatiche e nordamericane hanno forse definitamente rotto, prendendone il posto, con la sola eccezione forse nel caso della Russia, l’unico stato europeo (quanto meno culturalmente) che abbia ancora una qualche rilevanza a livello mondiale.

Quanti tra i lettori abbiano simpatie progressiste potrebbero affermare: “Be’, poco male”, nella speranza che le popolazioni native possano così vivere meglio e comunque non curanti del destino di qualche multimiliardario che viveva sulle spalle di popoli vessati.

Si potrebbe anche condividere questo pensiero, ma vi è un’enorme anomalia in questa caduta forse definitiva degli imperi europei che non si può non sottolineare e lo scrivente lo farà ricorrendo a una breve storia di sua invenzione che si augura non annoierà troppo il lettore.

Immaginiamo che un immaginario, perdonate la ripetizione, proprietario europeo dell’immaginaria miniera XY nel Kafiristan (citando Maestro Kipling), perda il suo possedimento per un cambio di regime in loco agevolato da qualche nuova grande potenza. I suoi minatori locali non solo non solidarizzano con lui, ma dopo anni di vessazioni è tanto che non lo ammazzino. I nuovi padroni, con un contratto capestro, comprano per pochi soldi i suoi stessi macchinari e ne copiano la struttura organizzativa. I tecnici europei del nostro oramai ex-proprietario di miniere vengono rimpiazzati con altri provenienti dalla nuova potenza e mestamente si ammaina bandiera e se ne torna a casa. In banca ha sempre tanti soldi, abbastanza per vivere benissimo per secoli, ma l’umiliazione è comunque avvenuta. A quel punto, ancor prima di tornare a casa, sceso dall’aereo il nostro anti-eroe va nella capitale del suo paese e invita a cena i suoi amici parlamentari per una riunione urgentissima, che non ammette rimandi. I familiari chiamano al cellulare, scrivono messaggi ma il nostro non risponde, o lo fa svogliatamente, ora per la famiglia non c’è tempo. Al convivio, egli, con un volto tetro che lo fa apparire più vecchio di quel che è, dice con voce triste, alterata forse dall’adrenalina: “Amici miei, voi mi avete sempre sostenuto e io ho sempre sostenuto voi. Dopo quello che è avvenuto in Kafiristan, però, non so più davvero se sia l’uomo giusto per voi. Sono ancora ricco, ma francamente non so più perché. Non sono parte del destino del mio paese, e neppure ne sono un avamposto in terra straniera. Non sono più nulla. Non so cosa sia capitato, ma è evidente che io non sia più l’uomo giusto per voi. Vi prego per il futuro di prendere in considerazione altri imprenditori fuori di me”. Detto questo, senza nemmeno aspettare la risposta, il nostro si alza e se ne va, per sempre. Non arriva certo a donare i suoi beni allo stato, ma di avere un ruolo pubblico, di aver qualcuno, anche un segretario che dipenda da lui, dopo l’umiliazione patita non se ne parla.

Ecco, di questa storia solo la prima parte è verosimile. Nella realtà, il nostro tycoon chiamerebbe, sì, a raccolta i suoi amici in politica, ma per urlargli contro la sua rabbia e la sua frustrazione, insultandoli per non aver fatto abbastanza per lui e minacciandoli di non finanziarli più direttamente né indirettamente, perché non avrà più i mezzi di produzione, ma di soldi ne ha ancora a non finire e le elezioni si tengono assai spesso. A quel punto, metterebbe in pratica il suo piano di salvataggio, ossia la spremitura delle sue stesse comunità locali. In fondo in Europa il tenore di vita è ancora decente ma scende, le persone disperate non possono e non vogliono rinunciare a qualche divertissement di consumo che ne allevi la paura del baratro e per questo anche le mancette del nostro protagonista vanno bene. Non commetterà più l’errore del Waziristan, questa volta lo sa che per comandare una comunità servono mezzi materiali e retorici, e non lesina su entrambi. Oramai si parla anche per lui di cifre piccole, poca cosa rispetto a quelle a cui era abituato, ma comunque sufficienti a noleggiare la barca, l’auto di lusso, pagare le ville e le cene al ristorante. Oramai di questo si parla, i tempi in cui sui suoi beni non tramontava mai il sole sono finiti, ma sempre meglio di niente.

Ecco, fuori da ogni astrazione e da ogni storia più o meno immaginaria, noi piccoli borghesi europei proletarizzati questo siamo: dei colonizzati da un notabilato battuto, grottesco e codardo, che ci vuole spremere per farci pagare il costo dei suoi fallimenti. Fino a che alla guida del paese non sarà ristabilita una piccola (o piccolissima) borghesia produttiva, coesa, scevra da localismi e soprattutto colta e con senso della responsabilità collettiva, la situazione tale resterà e parlare di democrazia risulterà un gradino sotto al grottesco.

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