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Piccoli soldati crescono: la Polonia militarizza le aule
È una mattina come tante in una scuola media di Varsavia. Gli studenti si mettono in fila, silenziosi, ordinati, con lo zaino in spalla e il volto teso. Ma oggi niente interrogazioni, niente verifiche. Oggi entra in aula un sergente, non un insegnante. Benvenuti nel nuovo programma polacco “Educare con l’esercito”, o, per chi mastica il polacco, Edukacja z wojskiem. Un nome che fa tanto “istruzione civica”, ma che a guardarlo da vicino ha più l’odore della caserma che quello della lavagna.
L’iniziativa, lanciata nel 2023, è figlia legittima del governo ultra-conservatore che per anni ha cavalcato la retorica della patria assediata, del pericolo a est, e dell’Occidente molle e degenerato. Ma ora si va oltre i proclami. Ora il patriottismo entra direttamente nelle scuole, in divisa e con tanto di dimostrazioni pratiche: come reagire a un attacco, come fasciare una ferita, come riconoscere un ordigno. A dieci, dodici anni. Roba che nemmeno nei corsi di sopravvivenza dei Navy SEAL.
In più di 3.000 scuole, dalle elementari alle superiori, militari in carne e ossa tengono tre lezioni distribuite su sei settimane. Si parla di sicurezza nazionale, primo soccorso, e – ça va sans dire – di “valori civici”. Peccato che a spiegarli non siano filosofi, pedagogisti o insegnanti di diritto, ma ufficiali addestrati a neutralizzare nemici, non a stimolare spirito critico.
Certo, i promotori si affrettano a spiegare che non si tratta di addestramento militare. Ma l’intento è chiaro: formare “cittadini consapevoli”, come se la consapevolezza passasse dalla mimetica e non dal pensiero. Perché un giovane cittadino polacco oggi, secondo il governo, deve sapere come comportarsi sotto le bombe, non come difendere la Costituzione. Deve saper riconoscere una minaccia, non un sopruso istituzionale.
Il tutto in un clima in cui l’invasione russa dell’Ucraina ha fornito la scusa perfetta per accelerare un processo già avviato: trasformare la scuola in uno strumento di mobilitazione permanente. Un tempo si parlava di “scuola aperta al territorio”. Ora pare più una “scuola aperta al battaglione”.
Naturalmente, c’è chi applaude. I falchi dell’ordine, i nostalgici del servizio militare obbligatorio, gli opinionisti della sicurezza a ogni costo. E ovviamente, i produttori di armi, che sanno bene quanto la cultura della paura faccia bene al business.
Ma c’è anche chi alza la voce. Genitori preoccupati, insegnanti a disagio, psicologi che parlano di ansia, stress, militarizzazione precoce. Perché a dieci anni si dovrebbe imparare a suonare il flauto, non a simulare evacuazioni in caso di attacco missilistico. Si dovrebbe imparare il dubbio, non la disciplina cieca.
Nel frattempo, l’Europa tace. Troppo impegnata a costruire muri e a moltiplicare spese militari per accorgersi che, nel cuore dell’Unione, si educano i bambini con l’elmetto. Ma se un giorno questi ragazzini, cresciuti tra marce e simulazioni, si troveranno a dover scegliere tra obbedire e pensare, tra servire e dissentire, forse qualcuno rimpiangerà di non aver parlato prima.
Non sarà troppo tardi. Ma sarà, come sempre, inutile.
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