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Oltre la cagnara: brevi riflessioni sul referendum tra lavoro e cittadinanza
Molta confusione sotto al cielo. Si confonde il fatto che alcuni partiti stiano provando a mettere il cappello sulla consultazione con l’oggetto stesso dei quesiti. L’idea di andare contro PD o CGIL che per una volta dicono cose sensate mi sembra davvero infantilismo politico (perché poi posizionarsi come Meloni, Lega e altri corpuscoli destrorsi sarebbe di per sé preferibile?).
È uno dei modi di colpire uno dei pochi istituti di democrazia diretta rimasti. Detesto molti dei volti che oggi si battono per il Sì, così come mi dà il voltastomaco l’improvvisa svolta pro-Gaza dei nostri politici complici, ma andiamo per un secondo oltre.
Chi si ponga nell’ottica di istanze anche solo vagamente favorevoli al Lavoro nel conflitto col Capitale non può che recarsi al seggio e votare 4 grossi Sì ai primi quattro quesiti.
Credo ci sia poco da discutere su questo: votare Sì è una tutela per lavoratori e lavoratrici e tanto mi basta – i vari aedi del sistema risponderanno con profondi calcoli economicistici per cui col Sì l’Italia collasserà dopodomani, ma ce ne faremo una ragione. Cambierà poco, nel collasso in cui siamo, cambierà niente? Ok, ma comunque Sì.
C’è un elefante nella stanza, lo so, il Quinto quesito, quello sulla cittadinanza (ricordo che però si può non ritirare quella singola scheda, i quorum sono scorporati).
Che sia un ordigno piazzato apposta per fare saltare il banco o insipienza politica, ad ora non saprei. È chiaro che un quesito che c’entra molto poco con gli altri pone alcuni dubbi di coerenza e uniformità. Ed è chiaro che i promotori di questo specifico quesito – radicali and co – sono spesso stati i più feroci avversari dei lavoratori e che le loro intenzioni abbiano a che fare con una visione della cittadinanza pienamente neoliberista (personalmente uno come Magi mi dà un fastidio insostenibile, la tentazione di votare contro non è incomprensibile).
Peraltro va evidenziato come per un referendum del genere sarebbe richiesta una discussione assai più capillare e diffusa e non i blitz referendari. Anche perché il senso comune diffuso è sostanzialmente contrario a questo cambiamento – così mi pare, almeno – e bisognerebbe dialogare realmente – fare politica e cultura, quindi. Lo scopo, in questo contesto, sembra molto più quello di affossare i primi quesiti che un reale cambio di passo amministrativo e culturale.
Per il punto in oggetto, credo comunque che la discussione vada affrontata in maniera molto razionale e funzionale: chi vota Sì non è favorevole a un presunto piano di sostituzione etnica e chi vota No non ha la tessera delle SS.
Se poi altri fanno valutazioni del genere, razzistoidi o umanistoidi, possiamo qui astrarne.
Personalmente, l’unica ottica da cui valuto la politica è quella dei rapporti di forza dei lavoratori, liberata da ogni culturalismo grezzo.
La domanda è: avere altri lavoratori più protetti aiuta o meno la lotta? Se esiste il famoso “esercito di manodopera di riserva” (nozione comunque da sempre problematica) pronto ad accettare lavori di condizioni al ribasso, c’è più o meno solidarietà di classe? Provare a sindacalizzare e creare nuove connessioni con i “nuovi italiani” aiuta la lotta o no? Insomma, provare a parlare di classe.
Posto che non cambiano le condizioni – esame di lingua, fedina penale pulita, etc. – ridurre il tempo per la via crucis della cittadinanza (ufficialmente dieci anni, de facto molti di più: il problema è amministrativo assai più che politico, questo, anche, è il punto! Credo sostanzialmente che tra i 5 anni e la lentezza si arriverà a un tempo “giusto”) per gente che lavora qui, paga le tasse qui (assai più di tanti campioni dello sport che si idolatrano) e partecipa al patto democratico e renderla meno ricattabile, mi sembra qualcosa da sostenere, anche se non avrei dimezzato fino a 5 anni (ma de facto non saranno 5, e comunque non sarà automatico, non lo è mai).
Così come dalla mia ottica il dare la cittadinanza a immigrati di seconda generazione che di fatto sono già italiani, nati qui da genitori immigrati ma perfettamente integrati, è pura e semplice giustizia (per questo punto, però, il quesito non è particolarmente centrato, e questo passaggio non è per forza deducibile dal quesito, e quello che evidenzio sarebbe più un effetto collaterale).
Certo, idealmente la discussione dovrebbe essere portata a un livello più alto, e cercare di fondere i piani del discorso sulla cittadinanza con quelli dell’occupazione e del welfare, così come sulla cittadinanza non come calcolo matematico bensì come “appartenenza” – ma so che ogni discorso sulla “comunità” viene inteso come reazionario, quando è esattamente il contrario se ben inteso – e ad ora siamo ben lontani da una profondità argomentativa del genere.
È chiaro, peraltro, che col nostro welfare in crisi e privatizzato la questione cittadinanza può essere un’arma a doppio taglio: più introiti ma anche più uscite. E, ripeto, non credo alle scorciatoie amministrative per quello che sono problemi etico-politici di appartenenza a un patto costituzionale (insomma, reputo lo Ius Scholae una via preferibile).
Aggiungo però che a mio parere chi parla di orde di immigrati e di sostituzione etnica a partire da questo quesito, fa fantapolitica. Il problema dell’immigrazione è epocale, così come quello demografico, e non sarà cambiato da un quesito gettato lì in un sistema giudiziario e burocratico al collasso (so bene che questa potrebbe essere anche una ragione per votare No e/o non votare proprio, ma bisogna essere onesti), ma non si può neanche dire che questo sia il battistrada per la scomparsa di una presunta “italianità”. Al contempo, penso che reputare “razzisti” i concittadini che soffrono, in particolare nelle periferie, per un’immigrazione non integrata – nel lavoro nonché nella convivenza di prossimità – sia un errore colossale che apre la strada al modo in cui la destra parla del problema. Non si tratta né solo di percezione alterata né di razzismo, ma di problemi a volte concretissimi, che investono tutti noi e sempre più lo faranno, e la squalifica di chi prova a porre il problema politicamente anche da punti di vista innovativi e coraggiosi (da Wagenknecht a Mélenchon) è pura malafede.
La verità è che il tema è molto ma molto più grande di un referendum, e servirebbe una politicizzazione e una democraticizzazione della società per affrontarlo come negli anni d’oro della Prima Repubblica, e non certo con un quesito gettato lì.
Voterò 5 Sì, in sintesi, ritenendo però il quinto Sì un po’ striminzito, consapevole che è un posizionamento che ha a che fare al massimo con la propria coscienza e assai poco sostanziale, sia per la situazione disastrosa in cui versano la nostra amministrazione sia perché mancano le condizioni politiche per un discorso realmente etico-politico (né è prevedibile che il quesito passi), e consapevole che un corpo politico che si modifica e mobilita solo per via referendaria è malato – ma questa è ormai la nostra realtà.
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