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Perché bisogna leggere “Fate presto” di Salvatore Bianco


2 Lug , 2025|
| 2025 | Recensioni

Fate presto” è un libro piccolo, sintetico, di appena 116 pagine, includendo l’interessante prefazione di Gennaro Imbriano. Il titolo rimanda, significativamente, a una famosa prima pagina del Sole 24 Ore ai tempi della crisi degli spread (novembre 2011), a pochi giorni dall’insediamento del governo presieduto da Mario Monti. Quella fu probabilmente la prima delle grandi emergenze, o presunte tali, che hanno caratterizzato la vita politica italiana degli ultimi 15 anni circa. Libro piccolo, dicevamo, ma molto denso di contenuti. Sarebbe inutile tentare qui di toccare tutti i temi e i problemi trattati, che sono davvero tanti e complessi. A quel punto ve lo andreste a leggere direttamente, cosa che vi consiglio di fare, ma con un avvertimento: armatevi di pazienza e di tanta buona volontà. Il testo richiede uno sforzo, soprattutto se non siete già attrezzati in materie quali la filosofia, la storia e l’economia.

Il libro si divide in tre parti. La prima è dedicata a un “bilancio critico” del neoliberismo, e siamo dunque al primo buon motivo per leggerlo. Qui infatti troviamo una specie di “breve storia del neolibersimo” (per dirla con David Harvey) che fa sempre bene ripassare: dagli anni ‘70 del ‘900, che hanno visto i premi Nobel per l’economia dati a Hayek e Friedman, fino ai trattati e alle direttive dell’Unione europea di oggi, il neoliberismo nel tempo sembra essersi mostrato per ciò che è sempre stato: una vera e propria rivoluzione, o forse sarebbe il caso di chiamarla una controrivoluzione, scatenata contro gli “eccessi di democrazia” (espressione utilizzata nella relazione del 1975 della Trilateral Commission, citata nel testo e altra tappa fondamentale). Eccessi di democrazia da cui sarebbe derivata la necessità di una reazione, o controrivoluzione: quella neoliberista, appunto. I pilastri politico-concettuali di questa nuova rivoluzione sono, per l’autore, principalmente due: la lotta all’inflazione e un certo “fondamentalismo di mercato”. L’inflazione è vista come il male assoluto e perciò come tale deve essere trattata. Certo, ci sono ragioni storiche che spiegano le fiammate inflazionistiche degli anni ‘70, e quindi anche la necessità di trovare risposte politiche ad esse, che Bianco non manca di ricordare. Ma comunque l’inflazione, nel nuovo modello economico in costruzione, va combattuta, soprattutto va combattuta per sempre, per sempre, per sempre…un po’ come in Shining! (perdonatemi la battuta, ma sembra che ci siamo finiti davvero in un film horror). Lotta all’inflazione, dunque. Con quali strumenti e a quale prezzo per la società nel suo insieme, ve lo spiega meglio Bianco nelle pagine del libro, e temo non vi farà sorridere. L’altro pilastro del neoliberismo, dicevamo, è il mercato, o meglio l’idea di un assolutismo di mercato. Il mercato diviene l’istituzione principale della nuova società neoliberista in trasformazione, il luogo privilegiato da cui far nascere un nuovo ordine sociale “spontaneo”, in sostituzione del vecchio ordine, più controllato dalla politica, più statalista e “dirigista”. Echi di tutto ciò, sottolinea Bianco, si ritrovano chiaramente negli odierni trattati dell’Unione europea, che altro non sarebbe che la versione “ordoliberale” (cioè tedesca) del neoliberismo anglo-americano. Che l’assolutismo di mercato, poi, abbia portato alla trasformazione della società in una “giungla”, dove tutti sono in competizione con tutti, poco conta (significativamente, “La giungla” è anche il titolo di un romanzo di Upton Sinclair uscito nel 1907, cioè all’epoca della prima grande globalizzazione capitalistica. Leggetelo, potrebbe servire a comprendere meglio il nostro tempo, è un classico e si trova dappertutto). Bianco ci ricorda, soprattutto in questa prima parte, le tappe di questo lungo percorso.

Ma l’autore è prima di tutto un filosofo. A lui interessano questioni di fondo che non siano solo materiali, o economiche, ma anche culturali. Un esempio è il paragrafo intitolato “Dell’indifferenza educativa”, nel quale si fa il punto sullo stato pietoso della nostra scuola e università, sempre più soggette ai tagli di bilancio pubblico, dato che una delle priorità politiche del nostro tempo è quella di avere uno Stato sempre austero, sempre pronto a risparmiare fondi da girare, eventualmente, alle oligarchie del denaro (ovvero: uno Stato complice di tali oligarchie, che pratichi per loro conto e nel loro interesse una costante estrazione di risorse dal basso verso l’alto). E tuttavia, si diceva, nei luoghi della formazione dei giovani il problema non è solo economico, è anche culturale. E’ lì che agisce l’ideologia neoliberista, è lì che si gioca la partita dell’egemonia; ed è lì, infatti, che “non si educa più”, ma “ci si limita a istruire” (pag. 45). La differenza etimologica tra i due termini, educare e istruire, viene approfondita dall’autore e perciò vi rimando alla lettura, perché merita, e non è una differenza da poco.

Nella seconda parte, intitolata “Dall’inaccettabile all’inevitabile”, si svolge la tesi principale del libro, contenuta anche nel sottotitolo: “L’emergenzialismo come fase estrema del neoliberismo”.

In breve: dato che il neoliberismo sarebbe entrato in crisi come paradigma socio-economico almeno dallo scoppio della bolla finanziaria del 2007-2008 (una crisi di consenso generale, oltre che economica e materiale), i suoi principali sostenitori nonché beneficiari ultimi si sono visti costretti a ricorrere sempre più spesso allo “stato di emergenza permanente”. Per restare in piedi. E continuare nella loro opera di sperequazione economica e dissesto sociale, funzionale ai loro interessi. Gli indizi e le prove, in questo senso, sono tantissimi e l’autore ve li mostra meglio di quanto possa fare io qui. Vale la pena citarne uno per tutti: il “lapsus” di Christine Lagarde, quando, nel 2022, ha ammesso pubblicamente che ci troveremmo tutti in una “permacrisi”, termine da lei coniato, così almeno ho inteso, una crisi insomma inevitabile e irrisolvibile, e quindi lunga, lunghissima, che giustificherebbe appunto l’emergenzialismo come forma di governo. Un esempio recente? La prossima programmata “austerità militare” (pag. 39), che lascia inevitabilmente intatto “l’ordine delle cose”, cioè l’austerità di matrice ordoliberista europea in vigore, almeno in Italia, da una trentina d’anni, ma questa volta con la giustificazione della nuova emergenza della guerra alle porte (a tal proposito riporto volentieri l’articolo di Marco Palombi apparso sul Fatto Quotidiano il 21 giugno: https://www.ilfattoquotidiano.it/…/riarmo-e…/8034484/).

Ma dall’emergenzialismo a forme più o meno velate di autoritarismo il passo è breve, avverte Bianco. La storia, purtroppo, ce ne ha dato tristi testimonianze in passato. Basterebbe studiarla per sviluppare, forse, qualche anticorpo sociale in più.

E veniamo dunque alla terza e ultima parte del libro, intitolata “Dalla critica al conflitto, per un soggetto politico dei subalterni”. Questa è la parte più costruttiva, che tenta cioè di fornire qualche risposta utile alla domanda: “che fare?”. Prima di tutto, secondo Bianco, bisogna smontare i discorsi sia pubblici che privati, i linguaggi, la comunicazione di massa, le narrazioni. Tutto va sottoposto a dura analisi critica. Ci sarebbe insomma bisogno di un grande lavoro “contro-egemonico”, al fine soprattutto di portare una trasformazione, una crisi di coscienza, nelle elite culturali oggi insediate nelle redazioni dei grandi media. Poi, in secondo luogo, andrebbe riabilitata la filosofia, la forma più pura di pensiero critico veramente libero. Si deve insomma “ricominciare a pensare” (pag. 105). E poi ancora, sempre nella logica del ribaltamento delle narrazioni, diventa urgente un “elogio del conflitto”, a cui viene dedicato un paragrafo alla fine del libro (pag. 103). Tornare a un sano conflitto, a una lotta di classe, per far nascere o rinascere un nuovo soggetto politico in grado di rappresentare, finalmente e autenticamente, il “popolo dell’abisso” (Jack London).

In conclusione: il libro è ricchissimo, pieno di riferimenti filosofici, storici, di sociologia e di economia. Manca una bibliografia, compensata però dalle molte note a fondo pagina che rimandano ad altre letture. Cosa si può aggiungere ancora? A me è sembrato un libro molto denso, scritto da una persona che ha letto e studiato molto, e ci ha messo passione nel farlo. Un libro comunque utile sia a rispolverare la storia, sia a riflettere in profondità sulle cruciali questioni del nostro tempo. Armatevi, dunque, prima di leggerlo. Ma non di bombe e fucili, che già ce ne sono troppi in giro, ma di pazienza e buona volontà. E fate buon viaggio.

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