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Squid Game 3: Nessuna fuga, nessuna rivoluzione


3 Lug , 2025|
| 2025 | Recensioni

La terza stagione di Squid Game abbandona ogni illusione di ribellione per abbracciare una visione più cupa, definitiva, in cui il gioco non si può rompere: si può solo imparare a giocarlo meglio.

Di seguito saranno presenti spoiler sulla terza stagione!

Già nella stagione precedente avevamo visto Seong Gi-hun rientrare volontariamente nell’arena, dimostrando come anche chi vince non esca mai veramente dal meccanismo. Ora questa idea si consolida con la figura del Front Man, ex vincitore diventato esecutore del sistema. Il messaggio è chiaro: non c’è via d’uscita, nemmeno per chi ha già trionfato. Chi entra nel gioco resta prigioniero, e chi lo rifiuta viene eliminato.

Questa stagione, infatti, ci mette di fronte al fallimento totale di qualsiasi tentativo di rivolta. La breve insurrezione capeggiata da Seong Gi-hun non solo viene repressa brutalmente, ma finisce per rafforzare la macchina del potere. Le regole non si cambiano, semmai si aggiornano. La possibilità di sabotare il sistema dall’interno – che nella prima stagione sembrava lo sviluppo naturale del percorso del protagonista – viene abbandonata del tutto. Nessuno cerca più di rompere il gioco: i personaggi cercano semplicemente di sopravvivere, accettandone le logiche.

Ed è proprio in questa accettazione che Squid Game 3 formula una delle sue critiche più sottili, ma anche più ambigue. La stagione sembra voler denunciare l’individualismo, mostrandone le conseguenze in modo brutale. Nell’ultimo gioco, i concorrenti avrebbero avuto la possibilità di salvarsi in sei. Ma l’egoismo prende il sopravvento e si salva solo una bambina, l’unica innocente, l’unico personaggio che non ha ancora imparato a giocare secondo le regole. Solo alla fine Seong Gi-hun, in un ultimo gesto di altruismo, si sacrifica per lei.

Anche se fosse prevalso il senso di comunità, il gioco avrebbe comunque richiesto dei sacrifici umani. Il problema non è tanto come si gioca, ma il fatto stesso di accettare di giocare. La critica all’individualismo è solo performativa: il sistema continua a dominare, semplicemente premiando chi sa collaborare meglio. È come se la serie ci dicesse che il gioco (cioè il sistema in cui viviamo) si gioca meglio in gruppo, ma sempre e solo secondo le sue regole.

Così, quella che un tempo era una serie sulla possibilità di resistere al sistema si trasforma in una storia sulla necessità di adattarvisi. Non si parla più di rifiuto, non c’è più spazio per una vera opposizione. La critica sociale – che nella prima stagione era aspra, netta – qui si stempera in un fatalismo inquietante. La speranza si riduce a una sola figura: la bambina sopravvissuta, simbolo generico di un futuro potenzialmente diverso. Ma anche lei, per adesso, non è altro che una nuova pedina, una tela bianca su cui il sistema potrà ricominciare a disegnare.

In definitiva, Squid Game 3 è una stagione che rimane, sul piano visivo e narrativo, a livelli medio-alti, capace di tenere alta la tensione e di chiudere con forza emotiva il cerchio. Ma lo fa al prezzo di rinunciare a ciò che rendeva la serie veramente sovversiva: la possibilità di rompere il gioco. Ora, l’unica scelta che resta ai personaggi – e forse anche a noi – è come adattarsi. La rivoluzione è stata cancellata, lasciando il posto a un ordine perfetto e senza crepe, dove l’unico gesto eroico possibile è sacrificarsi per qualcun altro… ma sempre, inevitabilmente, dentro le regole.

Di:

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