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Schlein e compagni, il Monk val bene una censura (contro Pani, Casto&C)?
Facciamo gli ingenui. Fingiamo solo per un momento di credere che l’annullamento dell’evento “Dis-pari: conversazioni sull’antisessismo”, in programma il 9 luglio al Monk di Roma, sia dovuto a non meglio precisate “segnalazioni” che avrebbero fatto rinsavire il locale dall’“errore” di valutazione riguardo gli organizzatori, relatori e ospiti, messi insieme in un unico calderone: la docente e divulgatrice Yasmina Pani, l’artista (e già presidente del Mensa Italia) Immanuel Casto, il pianista Leonardo Viola, il direttore del Centro Studi Applicati della capitale Fabio Nestola, lo psichiatra Giancarlo Dimaggio, la storica ed editrice Giorgia Antonelli, la professoressa di storia e filosofia Tiziana Lombardi e lo stand up comedian Filippo Giardina. Sorvoliamo perfino sul modo con cui è stato reso noto il repentino dietrofront: tramite una serie di “stories” su Instagram, a soli quattro giorni dalla conferenza. E nemmeno entriamo nel merito della motivazione addotta: in sostanza, il succitato parterre non darebbe sufficienti garanzie, a non si sa bene chi, proprio rispetto al tema della serata, l’antisessismo. Non ce ne curiamo perché qui, il punto, non è cosa avrebbero potuto dire i suddetti censurati – perché di censura si tratta – ma il diritto di tutti di poter esprimere le proprie convinzioni, con l’unico limite del codice penale (che per parte sua avrebbe qualche venatura liberticida, ma in questa sede, per carità di patria, soprassediamo).
Simuliamo, insomma, di essere leggermente allocchi e di non sottoscrivere quanto dice in un video sul suo canale la Pani (già da tempo nel mirino perché osa contestare la neo-lingua della schwa e l’odio anti-maschile) quando collega l’improvvisa decisione di far saltare l’appuntamento con sue recentissime critiche al Comune capitolino. Del resto, le personalità coinvolte, se vogliono, sanno benissimo difendersi da sole. Il dibattito, poi, è già stato recuperato in altra sede, e quindi l’occasione in sé, per coloro che intendevano assistervi, non sarà perduta. La questione che vorremmo porre, invece, è politica. E in quanto tale non investe solo i diretti interessati. Ed è questa: dato che il Monk non è un luogo a caso, ma è lo stesso che il 4 dicembre 2022 fece da cornice al lancio della candidatura di Elly Schlein alle primarie del Partito Democratico, è lo stesso in cui l’anno scorso venne presentata la campagna per le europee del Partito Democratico, è lo stesso in cui quest’anno, il 4 maggio scorso, la segretaria del Partito Democratico ha festeggiato privatamente i suoi 40 anni, magari un poco, ma giusto un poco di imbarazzo, ai piani alti del Partito Democratico, la cancellazione di cui sopra dovrebbe suscitarlo, oppure no?
Chiariamo a scanso di equivoci: il Monk è una cosa e il Pd un’altra. Ma di sicuro, visto l’argomento che si sarebbe trattato, è sul piano delle idee che è avvenuto il fattaccio. E quando l’oggetto del contendere sono le idee, e non ragionamenti, poniamo, di tipo commerciale, allora la discussione si trasferisce sul campo delle opinioni politiche. E se il Monk è, come pare indiscutibile, un punto di riferimento per il partito guidato dalla Schlein, quest’ultima e il suo entourage, a cominciare dalla coordinatrice della sua segreteria, Marta Bonafoni, un’opinione sull’accaduto se la saranno fatta. O se non se la sono ancora fatta, gliela chiediamo qui, modello lettera aperta: cara Schlein e compagni, cosa ne pensate di una retromarcia che, in nome della difesa delle donne, toglie la parola a chi avrebbe dovuto semplicemente esporre le proprie ragioni in un normale confronto?
Ecco, ci siamo ricascati: normale il contraddittorio, di questi tempi? Che ingenui che siamo. Nel mondo della cultura (o della Gente di Kual Kultura, per citare Benni), affrontare un pacifico, e in teoria fecondo, dialogo fra posizioni differenti, anche molto differenti, è quanto di più lontano dalla normalità esista. Proprio chi dovrebbe avere una certa dimestichezza con la diversità dei punti di vista è in realtà il primo, di norma, ad esserne allergico. Fateci caso: vedete mai una franca e onesta disputa fra pareri divergenti, eccezion fatta per i talk show in televisione, dove però le compagnie di giro sono sempre quelle e le controversie verbali sono scalettate a scambi di pochi minuti, solitamente prevedibili e predigeriti? Quegli sparuti eroici promotori di festival o giornate culturali che ci provino, sanno già come finisce: i cosiddetti intellettuali si rifiutano all’unanimità. E questo, beninteso, al netto della stragrande maggioranza degli operatori tutti, che scaldano ciascuno il proprio pubblico nel tepore malato del safe space. Si chiamano così, nelle università americane, gli “spazi protetti” in cui possono rifugiarsi gli studenti, povere creaturine indifese, per consolarsi a vicenda e rassicurare il loro fragile io se mai dovessero leggere o udire qualcosa che ne disturbi il precario equilibrio interiore. Il manifestarsi del diverso o, dio non voglia, dell’opposto, è percepito come un’aggressione. Il che denota un’enorme vulnerabilità. E come conseguenza genera il fanatismo settario.
Ma siccome stupidi stupidi non siamo, l’atto censorio del Monk ci sa tanto, più terra terra, di fallo di reazione. Pretestuosamente camuffato da salvaguardia e presidio della Causa femminista. In tutti i casi, di grazia, la segretaria Schlein, il sindaco Roberto Gualtieri e i dirigenti, se non anche i militanti del Pd romano, hanno un pensiero a riguardo? Ce l’avranno senz’altro. Ovviamente, nonostante tutto il po’ po’ di roba che vi hanno svolto dentro, si guarderanno bene dal renderlo pubblico: mica sono scemi come noi. Però a chi scrive, e forse non solo a chi scrive, piacerebbe molto sapere cosa ci trovano di democratico, di anti-discriminatorio, perfino di liberale (absit iniuria verbis) nel veder segate da un giorno all’altro, a ridosso della data, delle conversazioni sull’antisessismo, il quale ci risulta essere un cavallo di battaglia del Partito semi-Democratico. Intendiamoci: certi metodi sono ubiqui e trasversali. Ma a sinistra, in più, emanano quell’olezzo di moralismo da primi della classe che rende le ipocrisie non, come a destra, anche ciniche, ma solo squallidamente ipocrite.
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