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Thomas Mann, l’Europa e il fantasma della fine


20 Lug , 2025|
| 2025 | Visioni

Uno scrittore è grande, un classico, quando, nonostante i decenni e i secoli trascorsi dalla sua morte, è ancora parte viva del tessuto culturale di un popolo, di una nazione, di una civiltà. Sicuramente questo è il caso di Thomas Mann che, a buon diritto, oggi, a 70 anni dalla sua morte e a 150 dalla sua nascita, è parte integrante del “canone occidentale”, per dirla alla Harold Bloom: una ristretta cerchia di scrittori, artisti della parola, che hanno saputo con la loro opera fotografare il loro periodo storico trasfigurando quel periodo, per molti versi, in un’ideale “tempo senza tempo”.

Sicuramente, al pari di Thomas Mann, come scrittori di un “tempo senza tempo”, potrebbero citarsi suoi contemporanei come Proust o Musil (per citare un altro grande scrittore di lingua tedesca). Ciò detto, ci sembra che Thomas Mann, rispetto agli autori appena citati, giganti della parola del ’900, abbia saputo fare perfino qualcosa in più: fare dell’ironia il manifesto programmatico della propria epoca.

E qui veniamo al punto. Nei protagonisti manniani si verifica quell’operazione che Hegel definirebbe come “dell’universale concreto”: la resa in una personalità specifica, in un soggetto determinato, dello spirito del suo tempo. Tony Buddenbrook, Hans Castorp, Gustav von Aschenbach, Adrien Leverkühn sono tutti, a loro modo, espressione di un periodo storico declinante, a tratti tragicamente declinante, che Mann – qui la sua grandezza – non tende però solo a mostrarci in termini realistici, balzacchiani, ma riesce a trasfigurare utilizzando proprio l’arma dell’ironia.

Che significa trasfigurare un periodo storico utilizzando l’arma dell’ironia? Significa (noi pensiamo significhi) che i personaggi dei romanzi di Mann non conoscono realmente la tragedia del loro tempo, si limitano a viverla: insomma, per molti aspetti, l’intera opera di Thomas Mann può definirsi come l’elegia della fine dell’Europa, di un’Europa però a tratti inconsapevole della sua stessa fine – la fine della sua borghesia, la fine dei suoi valori, la fine della sua arte.

Per inciso, quanto appena detto dovrebbe per certi versi inquietare più di qualcuno sul tempo che l’Europa attuale sta vivendo. Ma qui potrebbero aprirsi discorsi destinati a non finire mai; torniamo invece a Mann e ai suoi “eroi tragico-ironici”: Tony Buddenbrook, Hans Castorp, Gustav von Aschenbach, Adrien Leverkühn (e potrebbero citarsene altri), sebbene incarnino con la loro figura quella fine dell’Europa borghese (della sua arte, dei suoi valori), non sono – lo si è detto – autenticamente consapevoli di quella stessa fine: sono come figure fantasmatiche che abitano un palcoscenico di ombre.

Ammesso tutto ciò, in Mann c’è una grandezza della fine: le figure tragiche dei suoi romanzi, tragiche per la loro vicenda personale e per il tempo che si trovano a dover vivere, segnato dal declino, sono grandi perché sono agitate dall’ambiguità, dall’inesorabile incertezza dell’esistenza – la loro/di tutti.

In Morte a Venezia, forse il romanzo breve, il racconto più bello mai scritto nella storia della letteratura moderna, che un altro genio profondamente manniano come Luchino Visconti ha saputo magnificamente trasferire sulla pellicola, il protagonista va incontro alla morte in qualche modo felice di andarle incontro. Qui, però, la morte non è l’atto imprevedibile che segna tragicamente un’esistenza, ma l’esito di una ricerca disperata: quella dell’artista che vuole ritrovare se stesso senza riuscirci.

Ecco, l’ironia drammatica manniana sta proprio in questo: il lettore è ben consapevole della triste fine di Aschenbach; quest’ultimo, invece, vive quella fine, ci sembra, come una forma di palingenesi. Ebbene, nella morte che agita quasi tutti i protagonisti dell’opera di Mann, noi possiamo ritrovare una sublime – benché tragica – forma di palingenesi.

Tale è forse il messaggio più profondo dell’opera di Thomas Mann: l’arte – e la musica in primis – vive sempre sul filo tra il male e il bene, la vita e la morte.

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