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Quale libertà nei nostri Atenei?


21 Lug , 2025|
| 2025 | Visioni

 Non credo di ricordare male se affermo che, in qualche università della Repubblica, la libertà è proclamata al centro della sua struttura e della sua missione: il valore fondante. Ma ho l’impressione che ciò sia – meglio, si sia progressivamente ridotto – a uno slogan. Imperano il linguaggio e l’ideologia del politically correct: basta dare un’occhiata a certi portali accademici. Un’onda lunga che ci è rovesciata addosso dai campus statunitensi. Più o meno lo stesso vale per i giornali ufficiali di certe università. Quando si pubblicano contributi firmati dai docenti, si ha cura di evitare di dare parola a chi per avventura possa esprimere un’opinione fuori dal coro. O a chi si sappia essere ostile alla governance in carica, a prescindere da quel che poi costui avesse a dire, cioè anche se si trattasse di opinioni strettamente scientifiche, settoriali, di ricerca.

 Stupisce anche di più che i docenti, più o meno tutti o la larghissima maggioranza, facciano finta di niente: indifferenti, si direbbe, ma anche timorosi di essere discriminati, tagliati fuori da certe iniziative, da certi progetti, da certi finanziamenti, da certe assegnazioni di posti a concorso. Nelle università chi ha potere è temuto e l’atteggiamento omologato e conformistico è scontato. Quindi, di tutto ciò – e di molto altro che accade nelle università italiane – non si parla. Anche la stampa, specie quella locale, è asservita.

 Come mai? Secondo qualcuno, una ragione – non però la sola – starebbe nell’antropologia del ceto accademico: un atteggiarsi tipico, caratteriale, un atteggiarsi opportunistico, calcolatore. Scontato che si evochi quel famoso giuramento richiesto dal regime fascista a tutti i docenti italiani, un giuramento di fedeltà: su 1225 professori solo 12 rifiutarono di giurare, subendone le conseguenze.

 Per fortuna oggi la Repubblica non esige, dai docenti universitari, alcun giuramento: appunto perché, in ragione del loro mestiere, si intende tutelare al massimo grado la libertas degli universitari e nelle università. Ma possiamo davvero affermare che la libertà regni? Per esempio accade che le università – tutte, piccole e grandi – siano finanziate in ragione del numero degli studenti, di più in ragione del numero di quelli che ne escano presto, cioè dei laureati in corso: presto presto sì, ma bene, poi, non interessa affatto. Questo sistema agevola la libertà dei docenti di fare quel che devono? Cioè di costruire laureati preparati, motivati, appassionati? O sono forse i nostri docenti condizionati, magari solo un poco, dalla governance dei vari atenei che li sollecita a preoccuparsi più della quantità che della qualità? E se qualcuno non si adeguasse e fosse selettivo come accadeva ancora qualche decennio or sono, sarebbe apprezzato o, piuttosto, richiamato all’ordine?

 La situazione si è complicata, anche a livello direzionale e amministrativo, in seguito alla riforma Gelmini, a cui aveva fattivamente contribuito l’attuale Ministro dell’istruzione. Gli autori di questa legge, fautori del modello dirigistico, hanno ben pensato di potenziare oltre misura i poteri del Rettore, prevedendo anche l’allungamento del mandato da tre a sei anni. Occorreva, nel contempo, più che annullare, estirpare l’opposizione, che si annidava – o poteva annidarsi – nei Presidi di Facoltà, i quali componevano, insieme al Rettore, il Senato accademico. I Presidi erano eletti dalle varie Facoltà e, quindi, ognuno di loro aveva ricevuto un’investitura diretta da parte di un elettorato che poteva essere poco, o nient’ affatto propenso, al Rettore in carica. È anche o, soprattutto, per questo che la legge Gelmini ha tolto di mezzo Facoltà e Presidi: una scelta tragica se si considera che la conseguenza è che oggi nei Senati accademici regnano i Rettori che si impongono come i monarchi al loro regio consiglio. Sarebbe stato invece doveroso, rivoltando l’organizzazione accademica, prevedere che in Senato andassero, all’esito delle elezioni rettorali, i rappresentanti dei vinti e dei vincitori, naturalmente in misura proporzionale ai voti ottenuti dai rispettivi candidati.

 L’effetto di tutto ciò è l’imperare, nelle nostre università, di una sorta di pensiero unico. Una riforma, la Gelmini, in nome dell’efficentismo aziendale nel contesto di università concepite come aziende: l’obiettivo non è il dibattito, il confronto, la dialettica in funzione del pensiero, la realizzazione al meglio dello scopo istituzionale (ricerca ed educazione disciplinare dei giovani); contano i soldi introitati (anche attraverso opachi finanziamenti nazionali ed europei) e i diplomi sfornati. Pure qua il modello statunitense ci affascina e ci condiziona. Ma facciamo confusione e non capiamo veramente o capiamo – copiamo – solo quanto ci piace o ci fa comodo. Restiamo però liberi di dire tutto il male possibile dell’Occidente e dell’America. E questo può bastare.  

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