Avevo degli amici ebrei. Questo potrebbe essere l’incipit di un ricordo lontano, di oltre mezzo secolo fa. Un ricordo sollecitato dalle continue immagini che ogni giorno ci riportano a quello che sta succedendo a Gaza e in Cisgiordania.
Questi amici erano tre, compagni di scuola o di banco sin dalle elementari. Ricordo bene le loro fattezze, i loro volti (fissi in immagini necessariamente giovanili), le giornate trascorse insieme a giocare, a fare svogliatamente i compiti, ad andare al mare. I loro nomi, Eduardo, detto Edy, Daniele, Davide, sono sempre nella mia memoria.
La città dove vivevamo, e dove siamo tutti nati, era affacciata sul Mediterraneo meridionale, in Nord Africa. Un luogo abitato, oltre che dalla popolazione locale, da italiani, ebrei, questi ultimi insediati là da secoli, dalla loro cacciata dalla Spagna della cattolicissima regina Isabella. Ma non mancavano altre folte comunità altrettanto antiche come i greci e i maltesi. Ed anche gli armeni, retaggio dell’antica dominazione della Sublime Porta.
Vivevamo insieme, ognuno con le proprie tradizioni, religioni che erano accettate dagli altri come un fatto del tutto normale. Capitava di partecipare alla festa ebraica del Purim, o a quella musulmana della fine del Ramadan. Mia madre si prestava ad accendere il gas o la luce alla vicina ebrea nel giorno dello Shabbat, o preparava, in qualche festività, il couscous insieme a una signora araba, altra vicina con tantissimi figli, miei compagni di avventure nella prima infanzia.
Capitava di partecipare, nelle feste cristiane, ai riti della chiesa greca, nel centro storico non lontano da casa. Riti propri della religione ortodossa, dalla lunghezza interminabile e per questo da me particolarmente temuti.
Eravamo tutti dentro quella che i sapienti, oggi, chiamano la koinè mediterranea. Uno stigma proprio di tutti quei luoghi che dal Marocco si affacciano sul Mediterraneo, sino a Smirne, passando per Casablanca, Algeri, Tunisi, Tripoli, Alessandria d’Egitto, Beirut. Città in cui le lingue si mischiavano, si dialettizzavano, in cui anche il cibo, massimo segno di cultura, era un patrimonio comune, preparato e cucinato da ogni nostra mamma. Prima che valesse la moda, oggi imperante, di telefonare per ordinare cibo cinese o vietnamita.
Ma noi non avevamo alcuna contezza di tutto ciò. Eravamo tutti dei multiculturalisti inconsapevoli.
Un giorno tutto cambiò, all’improvviso. La guerra dei sei giorni del giugno 1967 impresse su tutti la sua violenza xenofoba. Gli ebrei della mia città, quasi tutti piccoli commercianti, videro incendiati tutti i loro negozi, molti furono uccisi, molte donne violentate. Alla fine furono tutti cacciati dal Paese in cui avevano vissuto per secoli. Era l’altro volto, divenuto ormai predominante, per assenza di sbocchi politici e adeguatezze culturali, del nazionalismo arabo. Un nazionalismo spesso straccione e incolto e, come tanti altri visti all’opera anche alle nostre latitudini, incapace di differenziare colpe e responsabilità, nel fare di tutta l’erba un fascio.
Non ho più rivisto Edy, Daniele e Davide. L’ultimo ricordo che ho di loro è un saluto rivoltomi da Edy dal balcone di casa sua. Un cenno della mano che porto con me con struggente nostalgia.
Oggi vorrei incontrare questi miei amici ebrei e chiedere loro: cari amici, cari fratelli, cosa pensate di quello che ogni giorno vedete accadere in quella martoriata terra che è la Palestina? Provate, come tantissimi vostri correligionari, forse la maggioranza, una sorta di vendicativo compiacimento, una condivisione dei crimini di Israele, a prescindere da tutto? O forse rimane ancora in voi il senso di un qualcosa di infranto, di un’umanità perduta, di quella lontana e forse non dimenticata fratellanza, i cui cocci dovrebbero essere recuperati e messi insieme?
Domande, le mie, che parlano a ricordi lontani, domande ingenue ed apparentemente fuori dal mondo.
Ma i dolori di oggi stridono con l’armonia di ieri, armonia di cui rimangono solo i cocci. Sono dolori che ci inseguiranno per decenni, forse per sempre. E adesso noi, noi umanità smarrita, non sappiamo neanche da dove cominciare per mettere insieme qualche pezzo di questi cocci e ci accontentiamo delle tartufesche parole dei nostri decisori politici, onnipresenti negli invasivi circhi mediatici che infestano, senza sosta, le nostre giornate.
Parole a cui questi modesti guitti non faranno seguire mai un gesto concreto di verità.
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