Pianure d’obbedienza DI MARINA MINET: faro che dirada la nebbia in una società turbolenta e paludosa
Nella nostra società, che nel giro di poco tempo è diventata turbolenta, minacciosa, paludosa, disumana, dove l’apparire sostituisce l’essere e il ‘dio denaro’ domina incontrastato, Pianure d’obbedienza appare come un faro che dirada la nebbia e illumina la Via al lettore che procede a tentoni, bisognoso di una guida.
L’autrice è la poetessa sarda Marina Minet, che per alcuni anni è stata in Lucania e ora abita ad Ariccia. E delle donne della Sardegna la Minet ha tutte le caratteristiche: coraggiosa, tenace e forte come la roccia, ma nello stesso tempo riservata e profonda nei sentimenti, che ha manifestato con intensità in ogni pagina del florilegio.
Il volume di pag. 90, pubblicato dalla Casa Editrice Macabor, con l’immagine di copertina L’ultima luna d’inverno di Stefania Lubatti, si avvale della profonda ed accurata prefazione di Silvano Trevisani e della concisa e incisiva nota a margine di Maria Pina Ciancio.
Dedicato alla madre, salita al cielo da alcuni anni, è diviso in quattro sezioni: 1) Le lodi del sentiero («Il faro della notte è il silenzio/e immersa vi rinasco alla preghiera»); 2) Guerre e lampade («Per noi che pensavamo di leggere i tuoi salmi/terribile è la strada che ci ha condotti qui»);3) Preghiere («Prendimi il respiro/e fanne pegno eterno/dalle tue piaghe sgorga la sapienza/e il mormorare è misero/senza la tua croce»); 4) Foglie capovolte («Quando si frammenta la visione»).
Ogni parte ripercorre il suo cammino spirituale, ereditato dalla famiglia, coltivato nell’infanzia, accompagnato dalla recita dell’Ave Maria sarda, alimentato negli anni con lo studio della teologia filosofica cristiana, da continue letture sulla vita di Santi e da visite ai luoghi di culto come Assisi.
E allora il verso diventa preghiera, lode a San Francesco che è «Soglia di un altrove senza imbrogli/lucerna per libertà murate».
A Edith Stein dedica una struggente lirica: «Arrivò così la sera/come una caduta di foglie al frangere del vento/e niente m’impaurì/né il silenzio né la pace/né la strada smarrita sulla fronte».
In Fazzoletti c’è il ricordo di Anna Frank, di Willy Monteiro Duarte e di altre vittime che affollano la storia.
Il suo sguardo si posa, con solitaria tristezza, sul periodo vissuto nella pandemia; con angoscia, sul conflitto in Ucraina e sulle sue vittime, e si rivolge a Dio con versi accorati: «Parlaci Signore/traccia nel fogliame la fatica di Maria/L’esistenza è una spina che non cede».
Accorati sono i versi rivolti alla madre: «Gli occhi sono giare nel dolore/ si colmano d’amaro fino a traboccare/ e ciò che ci soccorre è solo una preghiera/ il canto più agguerrito della croce».
In ogni pagina si nota un continuo interrogarsi tra la fragilità umana e l’abbraccio di Dio; vi è una incessante ricerca tra la giara del perdono e la pietà.
Con S. Giovanni Paolo II la Nostra può affermare: «La fede e la ragione sono due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della Verità».
Io, che mi sono immersa nella lettura di queste pagine, posso dire semplicemente: – Grazie per la potenza emotiva, la guida spirituale, il dialogo con Dio, che non viene dal mondo ecclesiastico, ma dalla lirica che si eleva al cielo, con aspirazioni di pace e di libertà, da raggiungere attraverso atti di bontà e di tenerezza.
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