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Guerra e pace


9 Ago , 2025|
| 2025 | Visioni

 Guerra o pace era, invece, il titolo di un fortunato numero de La Fionda, uscito alla fine del 2022. Un’alternativa che, però, non esaurisce le possibilità. Puoi sì decidere, se mai puoi decidere, di muovere guerra o di valutare più conveniente non farla, così optando per conservare la pace. Ma puoi anche fare la guerra pensando di ottenere una pace a condizioni convenienti: appunto guerra e poi pace. Forse è proprio quel che pensava Bejamin Netanyau annunciando che Israele avrebbe occupato Gaza. Ma è quel che doveva aver pensato pure Vladimir Putin quando nel 2022 attaccava l’Ucraina. Anche Giulio Cesare deve aver ragionato allo stesso modo aggredendo la Gallia: dopo sette anni di guerra seguì la pace e Roma si impossessò di buona parte di Francia, Belgio, Lussemburgo e Svizzera. Pax romana.

 Ora, con tutti i distinguo dovuti ai duemila e passa anni trascorsi, sia Netanyau che Putin vogliono conquistare nuovi territori. Non c’è da meravigliarsi. L’abbiamo esorcizzata e marginalizzata in nome dell’imperativo assoluto della fratellanza universale, ma resiste: la conquista bellica di terra altrui resiste, anche se non ci piace, e resiste non solo in Europa o in Medio Oriente, bensì il tutto il mondo. Resiste quale paradigma fondante del diritto: di nuovi poteri, di nuove istituzioni, di nuovo diritto. Abbiamo, è vero, i paradigmi alternativi (e che ci piacciono di più): l’accordo o trattato e l’umanitarismo. Ma li avevano nel loro carnet anche i Romani: il foedus e l’humanitas. Noi, nonostante tutti i discorsi, talora piuttosto retorici, che si fanno, non siamo riusciti a cancellare dalla realtà la conquista bellica. L’analisi a questo punto dovrebbe condursi a livello antropologico e psicologico; e forse potremmo concludere che il desiderio di sopraffazione, se si sia o ci si senta più forti, è insopprimibile. Anche nell’uomo contemporaneo e a tutti i livelli.

 Uno come Tito Livio aveva categorizzato la dialettica tra guerra e pace. Ne aveva, cioè, indotto una specie di legge scientifica. Può accadere che nessuno dei belligeranti riesca a prevalere sull’altro: seguirà una pace a condizioni più o meno eque. Può anche essere che i due popoli ostili riescano a scongiurare lo scontro bellico: si stipulerà una pace preventiva e, se le cose vadano particolarmente bene, anche un’alleanza. Ma può darsi che l’uno prevalga e sconfigga – o, addirittura, annienti – l’altro: anche in questo caso si perverrà a un trattato di pace a condizioni inique, però; oppure la pace sarà nei fatti conseguente alla pura e semplice inclusione dei territori dello sconfitto in quelli del vincitore, il che però difficilmente implicherà una reale pacificazione in quanto il desiderio di ribellione è scontato o quasi.

 E allora come finirà in Ucraina o a Gaza? Il campionario è servito e ognuno potrà auspicare la soluzione che più gli aggrada oppure prevedere l’avvento di quella che gli parrà più probabile, cioè realistica. Ma aggiungerei una considerazione che, nel contesto, anche brutale, sopra delineato, si traduce in un dato di realtà. Gli Europei – e l’UE particolarmente – non hanno finora lavorato per la pace o, se vogliamo, per la pace giusta, che significa anche quella possibile, tra i contendenti. Tutt’altro. UE ha mentito spudoratamente: cioè ha proclamato sempre e solo belle intenzioni, contraddette puntualmente dalle azioni concrete, funzionali a trarre vantaggio, nei limiti del possibile, dal dramma in atto. Vantaggio per i Paesi europei, più probabilmente per qualcuno di loro. È questa la cosa che irrita e sconforta più di ogni altra: come si può agire per la pace usando la menzogna a copertura delle reali intenzioni? Gli Europei non hanno più la forza di imporre nulla: tentano di salvarsi attraverso astuzie di tipo levantino. Infidi: sarebbe meglio, anche per i belligeranti, che si astenessero dall’intromettersi (inutilmente, per giunta).   

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