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Baudrillard a Gaza: quando il dolore diventa simulacro
Nel fitto, spesso indecifrabile universo dei post-strutturalisti francesi, Jean Baudrillard occupa una posizione solitaria, distante anni luce dal sistema solare del postmoderno. La distanza non riguarda soltanto lo stile o la terminologia, ma soprattutto la concezione del potere. Per Foucault, Lyotard o Deleuze, il potere è una forza pervasiva, capace di infiltrarsi in ogni ambito, dai codici culturali ai rapporti interpersonali, fino alla sfera sessuale. Baudrillard, invece, ribalta la prospettiva: la realtà stessa è una simulazione mediatica, e il potere — come dichiarò anche Leonardo Sciascia — è sempre altrove, nascosto in luoghi meno visibili di quelli in cui lo cerchiamo.
Oggi, mentre la “queerness patinata” di certi apostoli foucaultiani contribuisce, consapevolmente o meno, alla dissoluzione del sentimento di comunità, Baudrillard penetra nei dilemmi . reali e irrisolti dell’attualità. Gaza, per esempio. In questo momento, non smettere di parlarne è un dovere morale. Ma come farlo senza trasformare anche questa tragedia in un simulacro — un prodotto del potere, confezionato e messo in circolazione?
Intervallare un appello per Gaza alle notizie di calciomercato o ai selfie vacanzieri non solo depotenzia la denuncia, ma rischia di renderla grottesca. La bandiera palestinese sventolata sul palco di un concerto, tra luci stroboscopiche e coreografie ammiccanti, trasforma lo sterminio di un popolo in spettacolo. Impacchettare i morti di Gaza in confezioni arcobaleno per il mercato globale dell’“amore di riserva” non significa, forse, partecipare – sebbene dalla posizione dei “buoni” – allo stesso orrore?
Se Gaza diventa slogan, o peggio, brand, tanto la tragedia umanitaria quanto la questione politica finiscono assorbite nel sistema delle merci. Le kefie sfoggiate da star del cinema nei gala, le bandiere palestinesi nei live di Elodie, il pensiero “ai bambini di Gaza” postato prima che la festa ricominci non parlano davvero della realtà: comunicano, piuttosto, l’identità e la posizione morale di chi si pronuncia. È il trionfo della società della vetrinizzazione: non interessa il “come”, basta il “cosa”.
Eppure, a volte, un’eccezione squarcia la superficie, come è accaduto con Mohamed Salah, calciatore e poeta involontario, che ha riportato a Gaza una grammatica e un lessico oltre gli slogan. Rispondendo a un post asettico dell’UEFA su Suleiman Al-Obeid — il “Pelé palestinese” ucciso dall’esercito israeliano mentre era in fila per il pane — Salah ha chiesto: «Potreste dirci anche com’è morto, dove e perché?». Un atto linguistico semplice, ma dirompente, perché costringe a nominare la realtà invece di confezionarla.
È qui che i modelli interpretativi di Baudrillard diventano fondamentali. Senza esercizio critico del linguaggio verbale, anche un genocidio può diventare un contenitore vuoto, un prodotto da supermercato o una serigrafia pop di Warhol: immagini di incidenti stradali virate in rosa shocking, appese nei salotti come decorazioni. L’arte, il mercato e l’informazione possono estetizzare la morte al punto da renderla digeribile — e quindi inoffensiva. Tacere dell’orrore, però, non può essere una soluzione.
Qui sta l’impasse: la società dei simulacri si alimenta tanto dell’ininterrotta produzione di nuovi simulacri quanto del silenzio di chi, disgustato, si rifiuta di aggiungere altro rumore.
È il paradosso che ci lascia sospesi: parlare significa rischiare di tradire; tacere significa rischiare di sparire. E in mezzo, Gaza continua a bruciare.
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