Scrivo in merito all’intervista che Paolo Pendenza ha recentemente rilasciato al quotidiano “Il T” sul tema del disagio giovanile. Convengo con il dirigente del liceo “Rosmini” di Rovereto quando afferma che “questo disagio è sotto gli occhi di tutti. Cresce in modo esponenziale il numero di giovani che si rivolgono agli sportelli psicologici. Aumentano i casi di anoressia, depressione, hikikomori”. Non concordo, invece, sulla sua interpretazione del fenomeno:“Oggi, per essere accettati, bisogna avere successo: questo vale nei social, tra i coetanei, in famiglia e, ovviamente, a scuola. Si chiede ai ragazzi un’alta performance, che siano capaci, bravi in tutte le materie. Vivono in un mondo complesso, che li mette costantemente alla prova” sostiene Pendenza.
Ora io chiedo: è forse una novità il fatto che i giovani “vivono in un mondo complesso, che li mette costantemente alla prova?” Quand’ero studente all’ITIS “Buonarroti” di Trento le richieste della scuola erano anche più pressanti, il mondo non era poi tanto meno complesso, e l’accettazione familiare e sociale non erano meno condizionate al “successo”.
In un testo di recente pubblicazione (Haidt J., La generazione ansiosa, 2024) l’autore menziona uno studio (Twenge J., 2020) che analizza l’andamento dei principali indicatori del disagio giovanile nelle prime due decadi del nostro secolo. I dati mostrano che questi indicatori, più o meno costanti fino al 2011-2012, hanno subito una vistosa impennata proprio negli anni in cui gli smartphone sono diventati oggetti di uso comune, e continuano a crescere.
Negli stessi anni in cui prendeva piede questo allarmante fenomeno, l’OCSE conduceva una ricerca (OCSE-PISA 2012) sull’efficacia della didattica digitale. Da tale ricerca emergeva, tra l’altro, come i paesi membri che avevano maggiormente investito nella didattica digitale erano quelli che avevano avuto i risultati scolastici più deludenti. Qualche anno dopo il neuro-scienziato tedesco Manfred Spitzer, che dirige il Centro per le Neuroscienze e l’Apprendimento dell’Università di Ulm, dava alle stampe un testo intitolato “Demenza digitale”. La tesi dell’autore, facilmente intuibile dal titolo, era supportata da quindici pagine di riferimenti bibliografici a ricerche che dimostravano la stretta correlazione tra l’impiego dei dispositivi digitali – anche ad uso didattico – e l’insorgenza di problematiche fisiche, neurologiche, cognitive e comportamentali, in particolare tra i più giovani.
Ciononostante, nel 2015 arrivò “buona scuola”, la riforma con la quale Matteo Renzi diede un formidabile impulso alla digitalizzazione della didattica. Com’era del tutto prevedibile, l’impiego didattico del digitale, sommandosi a quello ricreativo, contribuì all’insorgenza e alla diffusione delle problematiche sopra elencate. Se oggi i risultati dei test INVALSI sono in caduta libera, se gli studenti con difficoltà certificate -quelli che un tempo rappresentavano l’eccezione – stanno diventando la regola, le cause non vanno certo ricercate nell’ansia da prestazione dovuta alle valutazioni scolastiche, ma semmai nella “condotta” di una classe politica e dirigente che, per convenienza personale, ha avvallato un clamoroso conflitto di interessi.
Qualche anno dopo – siamo nel 2021 – il Senato della Repubblica condusse un’indagine conoscitiva intitolata “Sull’impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento”. Tra le altre cose vi si legge che “dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite” – che hanno coinvolto neurologi, psichiatri, psicologi, pedagogisti, grafologi, esponenti delle Forze dell’ordine -“non sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi, più la scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli studenti sia i loro redditi futuri”. E ancora:”Per questo insieme di ragioni, non è esagerato dire che il digitale sta decerebrando le nuove generazioni, fenomeno destinato a connotare la classe dirigente di domani.”
Risulta per certi versi sorprendente il fatto che, negli stessi anni in cui il Ministero dell’Istruzione rendeva nota questa indagine a tutti i sovrintendenti e dirigenti scolastici impegnati sul territorio nazionale, il Governo dispensava cospicui fondi PNRR per incrementare la dotazione digitale delle scuole. Questa singolare discrepanza cessa di apparire tale se la si valuta dal punto di vista della responsabilità. No, a Roma non sono diventati schizofrenici. Forse, avendo fiutato il danno ingente che la digitalizzazione sta arrecando alle nuove generazioni, hanno pensato bene di mettere le mani avanti, rendendo con ciò responsabili in solido – in quanto persone informate sui fatti – tutti i sovrintendenti e dirigenti scolastici. Di modo che, in vista di eventuali azioni legali collettive che la cittadinanza potrebbe prima o poi intentare, la responsabilità risulti di tutti, e dunque di nessuno. La logica è quella della scritta “il fumo uccide” sui pacchetti di sigarette. La stessa logica che, qualche hanno fa, i maggiori azionisti della multinazionale statunitense “Apple” hanno adottato chiedendo all’azienda di rendere pubblici gli effetti nefasti dei dispositivi che essa stessa produce. Come a dire: “noi vi abbiamo detto che fanno male, se li utilizzate lo fate a vostro rischio e pericolo, non venite poi a lamentarvi”.
Ma imputare solamente all’avvento della digitalizzazione un fenomeno complesso come l’incremento del disagio giovanile è piuttosto riduttivo, per quanto il legame tra i due fenomeni sia scientificamente assodato. C’è qualcosa di ben più profondo che sta affliggendo le nuove generazioni. Umberto Galimberti sostiene che “il futuro ha cambiato di segno”. Quel futuro che da studente percepivo come “promessa”, per gli studenti che ho avuto nei banchi è diventato una “minaccia”. Quando il futuro si paventa come minaccioso non retroagisce più sulla motivazione allo studio, e inibisce quella voglia di vivere tipica dell’adolescenza. Ecco allora precipitare i risultati scolastici, e decollare i casi di depressione e ritiro sociale menzionati da Pendenza.
Il futuro decisamente poco promettente che la mia generazione ha lasciato ai giovani li schiaccia nel presente, li costringe a vivere alla giornata perché, oggi come non mai, “del domani non v’è certezza”. Inibisce la loro progettualità nella misura in cui spegne la loro speranza in un mondo migliore. Chi investirebbe in un futuro che non vede? Io stesso, da insegnante, ho potuto toccare con mano il cambiamento di segno che il futuro ha subito nelle loro menti. Se interpellati, i giovani lo esprimono con chiarezza, argomentando con lucidità e dovizia di particolari. Sentono il clima che si surriscalda e l’ecosistema che soffre, la crisi sociale e le disuguaglianze che dilagano, la barbarie e la guerra che incombono.. E sentono tutto questo molto più di quanto non lo percepiscano gli adulti. I quali vuoi per abitudine, per pigrizia, per quieto vivere, hanno interiorizzato e naturalizzato questo lugubre“spirito del tempo”, compiacendo e assecondando poteri sovranazionali che sta eclissando il domani (poteri menzionati persino da Sergio Mattarella nel discorso del suo secondo insediamento, e non si riferiva certo alla Von der Leyen).
Precisamente in questo, nell’acritica accondiscendenza che da qualche decennio la classe dirigente tributa a una classe politica pressoché priva di visione e di coraggio, a sua volta succube di poteri sovrannazionaliche stanno violentando il futuro, vedo una delle principali cause dell’esplosione del disagio giovanile. L’affermazione è piuttosto forte, perciò mi corre il dovere di concludere con un altro caso concreto che dala misura di questa docile sudditanza, o “servitù volontaria” che dir si voglia.
Qualche anno fa, su indicazione del Ministro dell’Istruzione, le scuole italiane hanno osservato un minuto di silenzio in memoria di Giulia Cecchettin, una ragazza veneta tragicamente scomparsa. Lo stesso nobile gesto della scuola è stato ripetuto in memoria di Papa Francesco. Tutti gli anni, sempre su indicazione ministeriale, in occasione della Giornata della Memoria gli insegnanti italiani vengono invitati a undoveroso momento di riflessione e raccoglimento per commemorare, assieme agli studenti, le vittime dell’Olocausto.
Ora io chiedo: le decine di migliaia di studenti palestinesi affamati, assetati, ammalati, ammazzati dall’esercito israeliano non richiedono alla scuola un momento di riflessione? Nessuno pretende dalla scuola ventimila minuti di silenzio, ché bisogna andare avanti col programma. Ma uno, uno solo per riflettere su quanto sta accadendo sull’altra sponda del mediterraneo, è chiedere troppo? Evidentemente sì, perché il Ministro non l’ha disposto.
Ma l’etica non è una prerogativa ministeriale, nemmeno in un Paese che onora il diritto internazionale, figuriamoci nel nostro. L’etica è una faccenda personale, esprime una cifra individuale. Cari dirigenti, delegare ai Ministri di un Paese indirettamente complice di genocidio la decisione di osservare o meno un minuto di silenzio per commemorarne le vittime, non è un buon esempio per i giovani. Dice bene Pendenza quando sostiene che “i ragazzi hanno bisogno di adulti di riferimento, autorevoli, capaci di ascoltarli”. Ma quale autorevolezza si può riconoscere a una classe dirigente che, dopo aver sdoganato il conflitto d’interessi legato alla digitalizzazione della didattica, si guarda bene dal chiedere agli insegnanti e ai loro studenti un momento di raccoglimento sull’immane tragedia del popolo palestinese? Quali adulti di riferimento possono trovare gli studenti tra i vertici di una scuola a tal punto asservita a chi sta rubando loro il futuro? Qualcuno ha osservato che “in una società che tende sempre più a organizzarsi secondo uno schema di tipo neofeudale, un crescente e diffuso servilismo, cinico e crudele, diventa il più prezioso alleato dei potentati economici al potere.”
In un’epoca in cui, per tirare avanti, le famiglie si vedono costrette alasciare i figli a loro stessi nel migliore dei casi, e in balia dei loro badanti virtuali nei rimanenti, la scuola ha perso ogni autorevolezza e ha cessato di essere un punto di riferimento credibile. Principalmente per queste ragioni ritengo che essere giovani oggi sia più difficile di quanto non lo fosse stato un tempo, e non certo per la pressione delle richieste e delle valutazioni scolastiche.
Prosegue del tutto appropriatamente Pendenza: “vogliamo studenti critici, ma se il loro senso critico si rivolge verso la scuola, allora lo censuriamo. Eppure questi studenti protestano in modo argomentato, consapevole, si espongono.” Ultimamente ho partecipato a diverse manifestazioni di solidarietà nei confronti del popolo palestinese. Sono state molto partecipate e sentite dai giovani. Alcuni dei quali, microfono alla mano, hanno condiviso le loro riflessioni con i manifestanti. Sono andati in piazza ad esternare il loro disagio perché – fatte salve le iniziative tanto lodevoli quanto isolate di pochi insegnanti – la “scuola 4.0” non ha dato loro né l’occasione di elaborarlo, né il modo di esprimerlo.
Sulla scia di queste considerazioni concludo con un pensiero di Claudio Giunta. “In questo modo l’università cessa di avere – come dovrebbe avere e come di fatto aveva in passato – una funzione guida nei confronti della società e diventa una semplice fornitrice di manodopera. La sua funzione critica e di indirizzo scompare, e in cambio subentra l’obbedienza a ciò che la società impone. E la società, una volta messi a tacere quei luoghi del disinteresse che sono appunto la scuola e l’università, altro non è se non il mercato, la legge del profitto.”
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