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La favola della favola dello squalo e delle sardine. Il narcotraffico venezuelano
Qualche tempo fa Juan José Arévalo scrisse, per descrivere l’aggressività statunitense, il celebre La fábula del tiburón y las sardinas. Nel mezzo della Dottrina Monroe, il padre dell’attuale presidente guatemalteco raccontava in modo esemplare l’atteggiamento feroce e predatorio del vicino a stelle e strisce nei confronti dei paesi latinoamericani. Erano gli anni ’60, in piena guerra fredda.
Da qualche ora tre cacciatorpediniere americani, USS Gravely, USS Jason Dunham e USS Sampson, con oltre 4.500 marines, sono davanti alla costa venezuelana. Obiettivo dichiarato? Combattere i cartelli della droga e lo stato terrorista del Venezuela che costituirebbe – secondo la narrazione fiabesca – il Cartel de los Soles, “soli” come i gradi apicali dell’esercito bolivariano. Il costo dell’operazione è imponente: oltre 6 milioni di dollari al giorno, per pattugliare le acque in violazione al diritto internazionale.
Copione già visto e raccontato. Cuba, Porto Rico, o ancora Nicaragua, Haiti, Repubblica Dominicana. L’elenco delle aggressioni del tiburón è lungo. Interventi diretti o indiretti. E quando la situazione non è funzionale agli interessi, si rovescia senza troppi complimenti il governo, esportando la democrazia con fiumi di dollari e armi. Con buona pace della validità delle elezioni e dei suoi osservatori internazionali. Ancora come nel caso dell’invasione del 1989 di Panama di Noriega. Territorio fondamentale per essere lasciato nelle mani sbagliate. Così come il Venezuela, che straborda di petrolio, l’oro nero. Il presidente Maduro non è riconosciuto come eletto e da qualche ora sulla sua testa pende una taglia di 50 milioni di dollari. Innumerevoli tentativi di farlo fuori con sicari al soldo, o ancora sabotaggi delle elezioni con candidati fantoccio come Guaidó o González Urrutia, entrambi macchiati di gravissimi reati.
Instabili democrazie delle sardine latinoamericane, deboli economie esposte all’importazione di materie prime, disuguaglianze sociali, analfabetismo e povertà educativa e culturale. Sono il terreno ideale per la proliferazione di economie parallele di armi, droga, traffici più o meno legittimi. La violenza e la criminalità organizzata, piaghe del continente. La sicurezza delle strade è uno dei temi che più interessano il cittadino. E per ottenere ciò poco importa il livello di autoritarismo e di libertà. Il modello ritenuto vincente di Bukele in Salvador – che sta stravolgendo le regole costituzionali – contro i pandilleros e per rinchiudere migranti in cerca di un presente possibile.
Il narcotraffico latinoamericano, una presenza concreta e reale nell’economia, diventa la favola odierna. Una presenza forse di tutti i governi. Cambia solamente il colore del governo, la sua docilità con lo squalo, o le alleanze con Cina e Russia, in un quadro conseguente di impossibile unitarietà di posizione a livello internazionale. Le recenti elezioni in Ecuador sono il monito del ruolo dei narcos. Ma la sudditanza della sardina al ferino americano per magia rimuove ogni male. E allora si tollera il primo e si costruisce una narrazione ostile nel caso venezuelano.
È chiaro che il problema non sia il narcotraffico, dunque. È la favola. La sovranità territoriale di quel Paese. Le sue risorse. La sua classe politica. Le sue alleanze. Non allineato politicamente, economicamente e ideologicamente. Le reali motivazioni.
Il Paese è adesso in allerta. L’Assemblea nazionale venezuelana ha risposto che non cederà la propria sovranità agli Stati Uniti. Maduro ha affermato che attiverà una milizia di quattro milioni e mezzo di persone per reagire a questa gravissima aggressione territoriale. Il presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge Rodríguez, ha raccontato i risultati raggiunti in materia di lotta al narcotraffico dal proprio Paese. Intanto non si è fatta attendere la solidarietà del presidente colombiano Petro e di quella messicana Sheinbaum. Anche l’Alba, l’alleanza bolivariana costituita da diversi paesi, ha condannato fermamente l’atteggiamento statunitense.
I cacciatorpediniere davanti a Caracas. Squalo e sardine. Il narcotraffico e i svariati cartelli, la favola per i media, diventano l’elemento su cui fondare – in violazione al diritto internazionale – l’opportunità di riproporre, a distanza di oltre trent’anni, una nuova Panama. Per giustificare una normalizzazione, esportando qualche dose di democrazia in un Paese troppo importante economicamente per non essere controllato. Squalo e sardine. Oggi tocca al Venezuela.
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