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Su Killers of the flower moon di Martin Scorsese
All’uscita di Killers of the flower moon qualcuno fece un commento che diventò virale: “Bel film, ma tre ore e mezza in compagnia di un idiota è un sacco di tempo”. L’idiota a cui ci si riferisce è Ernest, il protagonista che, appena tornato dalla prima guerra mondiale, in cerca di lavoro raggiunge lo zio Bill, facoltoso e rispettato allevatore in Oklahoma. Ernest arriva dunque nella cittadina di Fairfax, nel territorio degli Osage, con la sua smorfia proterva e lo sguardo non troppo sveglio ma famelico. Lo zio ha mandato a prenderlo in stazione Henry, un nativo Osage. In automobile, sulla strada per la tenuta dello zio, Ernest indica le pompe di petrolio a perdita d’occhio e chiede a Henry di chi sia quella terra. “È la mia terra. La mia terra”. Ma perché lo dice con amarezza? E se è un ricco possidente, come mai si comporta come un servo dello zio Bill? E lo zio, perché si fa chiamare Re? E perché ci sono decine di casi di morti sospette tra gli Osage, tutti archiviati senza indagini?
Il film si apre su un doppio ribaltamento: gli Osage non sono dei reietti ma la popolazione più ricca del mondo, hanno automobili di lusso guidate da autisti bianchi, le loro donne indossano gioielli. Le terre di scarto concesse loro dai conquistatori bianchi si sono rivelate gonfie di petrolio, e loro sono riusciti a mantenere i diritti sullo sfruttamento dei pozzi. Per gli Osage dunque va tutto a gonfie vele: sono ricchi negli Stati Uniti, dove essere ricchi è tutto. E invece no: scopriamo che la ricchezza non basta a salvarsi, e anzi può aizzare appetiti feroci e diventare una condanna a morte. C’è infatti un altro potere a Fairfax oltre il denaro, ed è a tutti gli effetti un sistema che informa la legge, la burocrazia, il senso comune.
Lo cominciamo a capire quando la protagonista del film si presenta da sé, in primo piano, parlando con il suo tutore finanziario: “Mi chiamo Molly Kyle, incompetente”. Molti degli Osage, soprattutto i più ricchi, sono stati dichiarati dalla legge statunitense incapaci di gestire il loro patrimonio. Essi sono dunque affidati a funzionari di banca la cui approvazione è necessaria anche per le spese minime. Questo dispositivo burocratico si traduce in un controllo totale sulla loro esistenza: il tutore di Molly, con disgustosa arroganza paternalista, non si fa scrupolo di sindacare sulla quantità di soldi che la famiglia Kyle spende per comprare da mangiare.
Al riparo della legalità e della burocrazia, il sistema esercita una violenza multiforme e pervasiva sulla società di Fairfax. Una violenza che nessuno si sente autorizzato a nominare o descrivere, nonostante si manifesti di continuo con spudoratezza e perversa inventiva: c’è chi spara alla propria moglie e chi annega i propri figli per ereditarne i diritti di sfruttamento; si fa un’assicurazione sulla vita di un nativo per poi ucciderlo e intascare i soldi. Lo zio di Ernest, il Re, tiene le fila di questo meccanismo in cui ognuno è convinto di non poter fare altro da ciò che il sistema prevede: il compito dei fuorilegge è quello di uccidere per due soldi (ma non i bianchi, ché non è più il selvaggio west); quello dei medici legali è di falsificare i referti; quello del becchino è di guadagnare più soldi possibile dai funerali; gli Osage hanno il ruolo delle vittime inermi; Ernest è incaricato di sedurre Molly e sposarla, così da introdurre lo zio nella successione dei beni della famiglia Kyle. Il piano prevede poi che sia proprio Ernest ad ucciderla per avvelenamento, ma c’è un inconveniente: lui ama davvero Molly. Come fare?
Lungi dal mettere in discussione la propria ubbidienza allo zio, la soluzione di Ernest è fare in modo che il se stesso che ama la moglie non sappia niente del se stesso che la avvelena. Ignorare le ambiguità, non fare domande, cercare con tutto se stesso di non capire, di non connettere, di non vedere. E in effetti Ernest riesce a non vedere un sacco di cose: che tutti considerano gli appartenenti alla comunità di sua moglie dei subumani; che suo fratello ha ucciso sua cognata; che suo zio, trattato da tutti come un benefattore, è un feroce assassino. La capacità di non vedere si fa via via tanto incallita che quando la violenza, già onnipresente e ordinaria, diventa eclatante e sproporzionata (per uccidere due persone si fa saltare in aria un’intera casa, cospargendo il vicinato di macerie e brandelli umani) la si razionalizza dopo un breve sussulto: “Troppa dinamite”. Danni collaterali, altrimenti detto. Ogni tanto lo zio chiede a Ernest come si senta. “Sto bene, credo”, risponde lui: per sopravvivere e, anzi, prosperare nel clima mortifero di Fairfax è necessaria una forma di demenza auto-indotta, ed è in sostanza su questa che il sistema si basa. Tutto questo ci ricorda qualcosa?
Certo, passare tanto tempo a guardare un idiota su uno schermo non è piacevole. Ma è senz’altro utile se, in un certo senso, quell’idiota sei tu stesso. Se vivi in una società in cui ti si chiede di tirare avanti incurante della vista quotidiana di massacri e della crudeltà che prende il sopravvento. Una società in cui l’ideologia del non c’è alternativa è ormai un addestramento a razionalizzare e accettare tutto, fino all’orrore della peggior specie. Per di più il film mette in chiaro che questa forma d’idiozia non può essere un alibi. La scena in cui Ernest assaggia il veleno che somministra quotidianamente alla moglie lo inchioda: lui sa quel che sta facendo.
Nel finale Scorsese non tralascia di mettere in discussione il proprio, di ruolo, e le contraddizioni che vengono con esso. Ritrae se stesso nei panni di uno degli attori di un programma radiofonico (sponsorizzato dalla Lucky Strike) nel quale, passato qualche anno, si raccontano i fatti di Fairfax banalizzandoli per il grande pubblico. Mostra così di non voler ignorare che lo spettacolo può essere un alleato dell’orrore, per la sua capacità di insabbiare e normalizzare i crimini, confondere le responsabilità, facendone intrattenimento. Ci sta dicendo che un film costato centinaia di milioni di dollari non può pretendere onestamente di avere la coscienza pulita rispetto al sistema che sta accusando. Ma il tentativo in sé, nella sua serietà e disperazione, e gli occhi lucidi e indignati di Scorsese mentre legge il necrologio di Molly, testimoniano delle benefiche capacità destabilizzanti dell’arte e dell’umano quando è al meglio delle sue possibilità. Concetti che da noi si ritrovano al momento privi di funzione e forza, e dunque suonano retorici, ridicoli alle platee di oggi. Ma Killers of the flower moon si rivolge anche a platee ancora da venire, che forse lo vedranno come un ritratto impressionante non solo dell’epoca in cui è ambientato, ma di quella in cui è stato fatto.
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