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Lottare per una giusta causa


15 Set , 2025|
| 2025 | Visioni

Se tu volessi lottare per una causa giusta cosa faresti? Probabilmente andresti dalle persone che combattono per la libertà del popolo palestinese, per la sua identità, e chiederesti loro di raccontarti la verità. A un certo punto l’ho fatto, ero in Salento, nel luogo che fu casa per i miei nonni, e che fino a un dato momento della mia esistenza lo è stato anche per me. Sono stata invitata da alcuni poeti a leggere stralci dal libro Il loro grido è la mia voce (Fazi), che avevo recensito per La Fionda. Ho letto una poesia di Hend Jouda: Cosa significa essere poeta in tempo di guerra? Per la poetessa significa chiedere scusa, chiedere sempre scusa, agli alberi, agli uccelli, alle strade, alle case. Chi subisce deve chiedere scusa. E questa è una verità. Ho letto la poesia di Hend Jouda durante una serata a Melpignano. E ho pianto. Non so se si notasse, ma mi tremava la voce. Credevo che leggere queste poesie, ascoltare le loro voci nelle nostre potesse essere un modo per manifestare solidarietà, e che di fronte a una tragedia epocale come questa l’ascolto e il silenzio fossero la risposta necessaria. Invece poi ho scoperto che si stesse facendo un’antologia di poeti nostrani sulla tragedia di Gaza, mi è stato chiesto di partecipare. Mi sono sentita inadeguata, ho provato a dare al curatore un piccolo poemetto, ma – ho sottolineato – non sono poesie scritte per la Palestina, la Palestina non può non esserci giacché ciò che accade nel mondo entra, seppur involontariamente, in ciò che scriviamo, e persino nel nostro modo di sentire. Quest’estate mi sono confrontata con molte persone cadute in preda alla depressione. Non è una depressione dovuta al fatto di essere diversi, malati, o sbagliati, è la conseguenza di ciò che sta accadendo nel mondo. Come potrebbe essere altrimenti? In ogni caso, quelle poesie non andavano bene per l’antologia. Mi sono messa alla prova e ho cercato, con molto rispetto, di scrivere dei versi che affrontassero in modo diretto il tema. La poesia è stata scelta per essere pubblicata da un editore e poi tradotta. Ho pensato, però, che fosse un po’ incoerente questo marciare sulla tragedia altrui mostrando spavaldi la propria scrittura. Ho pensato che il famoso passo indietro fosse stato mancato. Naturalmente, non l’ho detto. Ho osservato poi il proliferare di reading tematici. Mi chiedo costantemente quanti di quegli scrittori e poeti si fossero occupati della questione palestinese prima che scoppiasse in modo così eclatante il caso, prima che si pronunciasse – anche in televisione – la parola genocidio. Non ho risposte, solo domande. So solo che poi il promotore di questi eventi ha ricevuto a sua volta una promozione personale, la sua carriera universitaria procede a gonfie vele. Sta diventando molto potente. Sono certa che saprà utilizzare questo potere per lottare per una giusta causa e, magari, nel frattempo, scalerà ancora di più le vette di questa splendida, equa, e meritocratica società.

Abbiamo avuto un piccolo diverbio, gli ho giusto fatto degli appunti su come stesse gestendo la questione della poesia meridiana, con quali criteri, con quale discernimento, con quale falce. Ha scritto pubblicamente in un gruppo whatsapp che il criterio sarebbe stato la Poesia, con la P maiuscola, sottintendendo che gli esclusi non sarebbero dunque inclusi nella categoria. Dopo il diverbio ho misteriosamente scoperto che il potente di cui sopra, che ha sempre lottato per giuste cause, avesse deciso di eliminare la poesia che lui stesso mi aveva chiesto per l’antologia. Mi sono sentita per certi versi salva, soprattutto pulita, per quanto concerne la coscienza: non sto strumentalizzando una tragedia epocale per ottenere favori personali. Sono più che addolorata per come l’umano abbia deciso di estinguersi, ma sono felice di non strumentalizzare alcuna tragedia per ottenere vantaggi personali. Ho tremato mentre leggevo la poesia di Hend Jouda perché il suo chiedere scusa ai carnefici era il mio chiedere scusa ai carnefici. Mi sono immedesimata, ho sentito la sua sofferenza, so cosa si prova anche se nessuno mi ha distrutto casa con una bomba, e non ho figli mutilati o deceduti, e ho i genitori ancora in vita. Mi sono immedesimata perché ho dovuto – e non avrei potuto fare altrimenti – buttarmi dal quarto piano per sfuggire a una programmatica falsificazione dei fatti in cui era necessario figurare come la matta affinché non venisse alla luce la nudità dei re, ma sono stata io a chiedere scusa al carnefice. Perché così avviene. Perché così si conviene. Perché così va il mondo. E, la verità, è che essere rimasta in vita non è la soluzione, né la salvezza, perché quelle dinamiche ora si sono moltiplicate. Quando uno si uccide diranno che era depresso, malato, magari psicotico, perché no. Quando un popolo viene sterminato diranno che è stata colpa sua. E poi qualcuno ne scriverà, senza mai essere stato in Palestina, senza aver rischiato nulla, al contrario, facendo tanta carriera e figurando come eroe empatico e magnanimo.

L’Oriente è vicino e lontanissimo. Credo la sofferenza psichica diffusa dipenda dal fatto che sia oramai chiaro che abbiamo deciso di distruggere ogni possibilità di salvare il pianeta, per quanto, il pianeta in qualche modo si salverà, ciò che non si salverà è l’umano. Il filosofo Paolo Ercolani ha parlato più di una volta di fine dell’umano, dopo la morte di Dio di nietzscheiana memoria, oggi abbiamo la morte dell’uomo. Resta una stima profonda per chi, come Alessandro Di Battista, si è occupato della questione palestinese fin dal principio, ed è andato lì, e rischia la vita ogni santo giorno. Eppure, l’umano non si salverà. Io sono tra quelli che hanno smesso di lottare, ho smesso anche di dirmi di sinistra, e persino di avere fiducia nelle elezioni. Israele indubbiamente sta firmando il proprio suicidio. Questo genere di violenza atroce e senza pietà prelude a un autoannientamento. È questo che le persone non comprendono: quando distruggi l’alterità – il prossimo tuo – stai distruggendo te stesso. La destra non crede alla teoria dei giochi, la sinistra la strumentalizza illudendoci di salvarci, e di fare le cose per il nostro bene. Probabilmente l’Oriente ci conquisterà, come ha scritto Michel Houellebecq in Sottomissione, ma sarà una conquista dolce, di cui potremo godere, quanto un masochista nel prostrarsi a una sodomia. Non ce ne accorgeremo neanche. Non se ne accorge mai nessuno, di essere fottuto, di dover rinunciare per sempre agli ideali della Rivoluzione francese. Noi continueremo a sventolare slogan e poesiole, e a votare a sinistra, davvero illusi che da quella parte ci siano i buoni.

Ho smesso di lottare per le giuste cause, al momento mi occupo solo di questo: tentare di non morire di morte violenta, e non reincarnarmi mai più.

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