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Il ritorno del lupo


16 Set , 2025|
| 2025 | Visioni

Il lupo grigio è tornato. No, non è un incubo infantile o una leggenda alpina che si riaffaccia nel crepuscolo della ragione: è un dato biologico, ecologico e territoriale. Dopo secoli di persecuzione, dopo l’avvelenamento sistematico, la caccia con tagliole, i colpi di fucile, la demonizzazione culturale, il lupo grigio (Canis lupus) è riuscito a riconquistare, passo dopo passo, monti e colline dell’Appennino e delle Alpi, estendendo la propria presenza anche in aree di pianura. Non si tratta di un’invasione, ma di un ritorno. Naturale, silenzioso, faticoso. Ed è proprio questo ritorno che inquieta, perché richiama una memoria arcaica, una convivenza dimenticata. E perché denuncia, con tutta la forza della sua presenza, il fallimento dell’illusione umanocentrica di dominio assoluto sul territorio.

Il lupo grigio non ha chiesto il permesso. È tornato perché può. Perché l’ambiente, lentamente, ha cominciato a offrirgli le condizioni per farlo: più fauna selvatica, più copertura vegetale, meno pressione antropica in certe zone. In fondo, anche la natura si riprende ciò che è suo, quando l’uomo fa un passo indietro – o semplicemente si distrae.

Ma il ritorno del lupo grigio spaventa. Spaventa chi lo vede come un pericolo per il bestiame, per i cani, persino per sé stesso. Spaventa chi lo immagina dietro ogni siepe, ogni notte. Spaventa soprattutto chi ha costruito la propria esistenza sull’idea che la natura debba rimanere relegata altrove, in qualche documentario, in qualche parco ben recintato, ma mai fuori dalla porta di casa.

Ma ciò che spaventa davvero, forse, non è il lupo in sé, ma il fatto che ci ricordi quanto siamo usciti dall’ordine naturale delle cose.

Il lupo non è un mostro. Non è l’ombra che striscia nei boschi per sbranare bambini o la bestia mitica dei racconti contadini. È un predatore. E come tutti i predatori apicali, svolge una funzione fondamentale negli equilibri ecologici.

Preda, seleziona, contiene. Mantiene la salute delle popolazioni di erbivori, regola la sovrabbondanza di cinghiali, caprioli e daini, contribuisce a evitare danni ancor peggiori alle colture agricole. In un certo senso, il lupo fa quello che un tempo facevano i cacciatori, ma senza secondi fini, senza trofei da appendere, senza hobby da weekend.

Eppure, molti non vogliono sentire ragioni. “Sì, va bene l’equilibrio, ma ha sbranato una pecora!”. E qui emerge tutta la fragilità di un certo approccio culturale: non si riesce ad accettare che esista qualcosa che non è sotto controllo umano. Qualcosa che non risponde alle logiche produttive, che non si può recintare, comprare, vendere, allevare, addestrare.

Il problema non è (solo) il lupo. Il problema è che il lupo mette in discussione l’idea stessa di proprietà assoluta della terra e degli animali. È una presenza “altra”, selvatica, radicalmente non domestica. E in un mondo in cui tutto deve essere utile, servile o monetizzabile, questo è uno scandalo.

Il lupo, semplicemente, esiste. Ed è proprio questa sua esistenza autonoma che dà fastidio. Perché è libera. E ricordarci che esistono creature libere – nel senso più pieno, selvatico, anarchico del termine – ci mette a disagio.

Quando si parla di lupo, la percezione pubblica e la realtà scientifica viaggiano su binari opposti. Secondo l’immaginario collettivo – alimentato da titoloni sensazionalistici, servizi strappalacrime e qualche politico affamato di voti – il lupo sarebbe dappertutto, in continuo aumento, un flagello per gli allevatori, un pericolo per i bambini, un problema da “risolvere”.

Ma i numeri veri, quelli raccolti dagli studi sul campo, raccontano un’altra storia. In tutta Europa, secondo i dati della Commissione Europea aggiornati al 2023, ci sono circa 21.500 lupi distribuiti in 19 Paesi. L’Italia ne ospita circa 3.300, con una concentrazione maggiore nell’Appennino e nelle Alpi. Negli ultimi dieci anni la popolazione europea è cresciuta del 58%, ma si tratta di un recupero ecologico dopo decenni di persecuzioni.

Insomma: il lupo non sta invadendo l’Europa. Sta lentamente riconquistando uno spazio che gli è sempre appartenuto. Uno spazio da cui era stato cacciato a colpi di fucile, veleni e trappole.

E anche questa paura collettiva – diffusa soprattutto nelle aree rurali – poggia su basi fragili. Gli attacchi all’uomo sono praticamente inesistenti. Negli ultimi 20 anni, nessun caso accertato di aggressione mortale da parte di lupi selvatici è stato registrato in Italia. Il lupo, di base, ha paura dell’uomo. Non lo cerca, non lo caccia, non lo considera preda.

Ma c’è di più: gran parte degli “avvistamenti” e dei presunti attacchi riguardano in realtà ibridi cane-lupo o cani vaganti. E qui si apre un’altra questione – meno ideologica, ma più concreta: il randagismo. Molti attacchi al bestiame vengono imputati ai lupi grigi senza alcuna verifica, quando in realtà sono cani domestici lasciati liberi, cani inselvatichiti o meticci con tratti lupini.

Però si sa: dire “è stato un cane” non fa notizia. Dire “è stato un lupo” invece fa paura. E la paura, oggi, è un ottimo combustibile per campagne elettorali, chiacchiere da osteria, e teorie da social network.

Il conflitto tra il lupo e il pastore non è una novità, anzi. È forse una delle più antiche tensioni della storia rurale europea. Da una parte, il predatore per eccellenza dell’ecosistema; dall’altra, l’uomo che vive di greggi, latte e formaggi, in territori spesso marginali e difficili. Ma il punto è questo: non si tratta di una guerra inevitabile. Non si tratta nemmeno di scegliere da che parte stare. Il lupo e l’allevatore possono coesistere, e lo fanno già in molte aree.

La vera domanda è: che strumenti mettiamo in campo per rendere questa convivenza possibile e sostenibile?

Perché è chiaro che i predatori, in alcuni casi, causano danni. Nessuno lo nega. Ma è altrettanto chiaro che ci sono mezzi efficaci per prevenirli. Primo fra tutti: i cani da guardiania. Maremmani, pastori abruzzesi, caucasici: razze selezionate nei secoli proprio per difendere il gregge. Animali straordinari, coraggiosi, in grado di scoraggiare il lupo senza bisogno di spargimenti di sangue.

Poi ci sono le recinzioni elettrificate, i dissuasori acustici, i sistemi di sorveglianza notturna. Tutti strumenti che – se messi a disposizione, se finanziati, se accompagnati da formazione – funzionano. L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) lo ripete da anni: la prevenzione è molto più efficace dell’abbattimento.

Il problema, semmai, è che spesso gli allevatori sono lasciati soli. Non ricevono abbastanza supporto economico, tecnico, istituzionale. Non hanno accesso facile ai fondi per la prevenzione. E così si crea frustrazione, rabbia, isolamento. Che poi diventano sfiducia, e magari – in qualche caso – anche vendetta.

Per questo, il punto non è cacciare il lupo grigio. Il punto è tutelare chi lavora con gli animali, senza per questo criminalizzare un predatore che fa semplicemente il suo mestiere. Il lupo non è un criminale. È un animale. Agisce secondo istinto, fame, selezione naturale.

La vera colpa è dell’assenza dello Stato. Della mancanza di strategie. Della politica che arriva solo quando ci scappa il post virale, o quando c’è da cavalcare un titolo.

Se vogliamo risolvere davvero il conflitto tra fauna selvatica e attività umane, serve un cambio di paradigma: non più “noi contro di loro”, ma noi insieme a loro. Perché la natura non è nemica. È casa.

E quando si cambia paradigma, bisogna partire dai fatti, non dalle paure. Quando si parla di fauna selvatica, e del lupo in particolare, bisogna mettere i puntini sulle “i”: il lupo grigio è una specie protetta. Punto. Non è un’opinione, non è una scelta di parte, non è un vezzo da ambientalisti radical chic. È legge. E come tale, va rispettata.

La protezione del lupo grigio in Italia affonda le radici in normative precise: la Direttiva Habitat 92/43/CEE dell’Unione Europea, recepita dal nostro Paese, stabilisce che il lupo è una specie di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali e un regime rigoroso di tutela. È una delle cosiddette “specie prioritarie”, quelle cioè che l’Europa ci impone di proteggere attivamente.

Poi c’è la Convenzione di Berna del 1979, ratificata in Italia con la Legge 503/1981, che vieta la cattura, l’abbattimento e la molestia delle specie animali selvatiche protette, tra cui – ancora una volta – il lupo.

Infine, la Legge italiana n. 157 dell’11 febbraio 1992, che definisce la fauna selvatica “patrimonio indisponibile dello Stato” e stabilisce che alcune specie, tra cui il lupo e anche lo sciacallo dorato, sono particolarmente protette. Tradotto: non si possono abbattere, detenere, ferire, uccidere. Non si possono nemmeno molestare. E chi lo fa, commette un reato.

Eppure, nonostante questo quadro normativo limpido, ci sono sempre più pressioni politiche per derogare. Lo si è visto anche di recente, con alcune Regioni che vorrebbero reintrodurre piani di abbattimento controllato. La motivazione? Sempre la stessa: “troppi danni”, “troppi lupi”, “troppa paura”.

Ma è un bluff. Anzi, un’arma di distrazione di massa.

Perché i danni veri alla zootecnia, all’agricoltura, alla montagna, non li fa il lupo, ma l’abbandono, la mancanza di filiere sostenibili, l’assurda burocrazia, l’assenza di politiche di montagna vere. Il lupo è il capro espiatorio perfetto. Fa notizia. Fa paura. È il bersaglio ideale per chi vuole fare un po’ di populismo spiccio e raccattare consenso facile.

La verità è che, oggi, l’Italia è obbligata a tutelare il lupo, salvo deroghe eccezionali e rigorosamente giustificate da dati scientifici. Ma soprattutto, oggi l’Italia ha il dovere morale di non cedere alla tentazione facile di scaricare sulle zanne del lupo tutte le colpe di un mondo rurale lasciato in balia di se stesso.

Il problema non è la legge. Il problema è la volontà di applicarla seriamente. Con coraggio, con responsabilità, con visione. Ma questa, si sa, è merce rara.

Quando si parla di fauna selvatica che “devasta i campi”, il primo colpevole – ormai da anni – non è il lupo grigio, ma il cinghiale. E questo sì che è un problema serio, reale, concreto, con ricadute economiche e ambientali pesanti. In Piemonte, Toscana, Lazio, Umbria, Emilia-Romagna… i casi di campi distrutti sono all’ordine del giorno. Non serve andare in quota: basta anche la collina o la pianura, e il copione è sempre lo stesso. Mais devastato, bietole strappate, prati permanenti sollevati come un tappeto.

Ma perché il mais è così appetibile? E soprattutto: perché ne coltiviamo ancora così tanto, nonostante sia la coltura più fragile, assetata e vulnerabile che abbiamo? La risposta è una sola: perché serve all’industria. In particolare all’industria zootecnica intensiva.

Il mais (Zea mays) è diventato nel tempo la colonna vertebrale dell’agricoltura convenzionale italiana, soprattutto nella Pianura Padana e in ampie aree dell’Italia centrale. Lo si coltiva per ottenere granella e insilato, usati come base energetica per le razioni di bovini da latte, da carne, suini e perfino polli. E poi per produrre amido, bioetanolo, sciroppo di glucosio, bioplastiche, insomma: è ovunque.

Il problema è che il mais richiede acqua, tantissima acqua, concimi, diserbi, fitofarmaci, irrigazione continua, lavorazioni pesanti. È una coltura esigente e fragile, che ha bisogno di condizioni quasi perfette. E che, purtroppo, attira i cinghiali come il miele per gli orsi.

Non a caso, molte aziende agricole, soprattutto in Toscana, Marche e Umbria, si stanno gradualmente convertendo a colture più rustiche, meno idrovore, più resilienti. Il caso più evidente è il girasole comune (Helianthus annuus). Una pianta che:

  • tollera la siccità meglio del mais,
  • ha radici profonde che migliorano la struttura del suolo,
  • non ha bisogno di fertilizzanti in quantità industriale,
  • fiorisce in estate, attirando gli impollinatori (in forte declino),
  • e soprattutto, è meno appetibile per i cinghiali.

Chi fa zootecnia estensiva o ha bisogno di rotazioni serie, comincia a virare verso il girasole, le fabacee da granella, il sorgo, la facelia, o anche i cereali autunno-vernini come il grano tenero, il farro e la segale. Colture che, a fronte di rese magari più basse, garantiscono sostenibilità, resilienza climatica e minori danni.

Eppure il mais resiste. Lo si vede ancora ovunque, anche in Piemonte, dove la sua presenza è onnipresente, specie nel torinese e nel cuneese. Lo si coltiva per abitudine, per filiera, per contratto, per pressione delle cooperative. È un retaggio produttivo che costa tanto (in termini ambientali ed economici), e che non è più compatibile con un’agricoltura davvero sostenibile.

Il paradosso è evidente: ci lamentiamo dei cinghiali, ma continuiamo a seminare le colture che i cinghiali distruggono, in aree dove è impossibile recintare, o dove la caccia selettiva è inefficace. Così il contadino si arrabbia, il politico cerca un nemico, e si finisce a sparare al lupo. Quando il vero nodo è un altro: un modello agricolo monoculturale, rigido, inefficiente, che ci espone a ogni singola ondata di siccità, malattia, invasione biologica o, appunto, di fauna selvatica.

Ed è qui che si inserisce il passaggio logico verso il ritorno del lupo grigio. Perché non si può capire la tensione tra fauna e agricoltura se non si guarda anche al modello agricolo, alla sua fragilità e alla sua colpevole rigidità.

Se c’è un equivoco che attraversa tutto il dibattito sul ritorno del lupo, sui cinghiali, sugli orsi, sui danni da fauna, sulle aggressioni e le convivenze forzate… è questo: l’idea che l’animale sia colpevole.

Come se fosse “colpa del lupo” se uccide una pecora. Come se fosse “colpa del cinghiale” se distrugge un campo di mais. Come se fosse “colpa dell’orso” se una notte si spinge fino ai cassonetti di un rifugio alpino o spaventa un escursionista solitario.

No. Gli animali fanno gli animali. Seguono il proprio istinto, il proprio ruolo ecologico, le proprie leggi naturali. Non sono “buoni” o “cattivi”, non sono criminali da punire o assassini da processare. Non hanno tribunali morali. Hanno comportamenti evolutivamente efficaci. Stop.

La colpa – se esiste – è sempre nostra. Di chi ha dimenticato che l’essere umano non è il padrone del mondo, ma uno degli inquilini, e nemmeno quello più discreto.

Viviamo in una società profondamente antropocentrica, che ha messo l’uomo al centro di tutto. Le città, le campagne, le strade, le cave, le recinzioni, i pesticidi, gli allevamenti intensivi, i fiumi cementificati, i boschi ridotti a cataste… ogni centimetro è stato segnato, sfruttato, piegato.

Eppure ci stupiamo quando la natura torna. Quando un animale selvatico – lupo, cervo, volpe, orso, istrice, sciacallo dorato – si riprende uno spazio che un tempo era anche suo. Ci arrabbiamo. Ci spaventiamo. A volte chiediamo vendetta. Come se fossimo noi a concedere o negare il diritto di esistere.

Questa visione antropocentrica – che ha radici antiche, religiose, filosofiche – è alla base del disastro ambientale globale. Per secoli l’uomo occidentale si è convinto che la natura fosse lì per servire, per produrre, per ingrassare il capitale. L’ambiente non era un soggetto, ma un oggetto. Non era un sistema vivente, ma un supermercato.

Ecco perché oggi si parla di ecocidio. Un termine forte, necessario, nato per denunciare la distruzione intenzionale di ecosistemi, la devastazione ambientale causata dall’uomo, che troppo spesso colpisce anche le popolazioni indigene, causando non solo danni ecologici, ma veri e propri genocidi culturali.

Ma il punto è proprio questo: non possiamo continuare a vedere gli animali come intrusi. Siamo noi a vivere nel mondo con loro, non loro a vivere nel nostro.

Un pastore, un agricoltore, un cittadino, ha diritto alla sicurezza. Ha diritto al sostegno quando subisce un danno. Ma non ha il diritto di pretendere un paesaggio svuotato, ripulito, reso sterile, dove tutto ciò che è imprevedibile o “selvatico” deve essere eliminato. Quello non è il diritto di vivere. È il delirio di controllo totale.

La vera sfida, allora, è culturale. È decostruire l’antropocentrismo, ripensare il nostro posto nel mondo, riconoscere agli altri esseri viventi una dignità autonoma, un valore che non dipenda dalla loro utilità.

Perché la fauna non è una piaga. È la vita stessa. È quella complessità dinamica che mantiene in equilibrio un intero ecosistema. È quella rete invisibile che tiene insieme il suolo, l’acqua, l’aria, le piante, gli animali. E noi.

Dimenticarlo è il vero crimine. Non il lupo che caccia. Ma l’uomo che ha smesso di sentirsi parte del branco della Terra.

Perché il lupo, in fondo, è solo il messaggero. Non l’unico. Non il primo. E nemmeno l’ultimo.

Il lupo non è l’unico animale a raccontare questa storia di ritorni spontanei e riequilibri ecologici. Anzi, è solo la punta dell’iceberg. Perché, zitti zitti, mentre l’Italia e l’Europa erano distratte dal cemento, dagli outlet, dalle piste da sci e dalle zone industriali, la biodiversità ha ricominciato a respirare.

Nell’Italia settentrionale, ad esempio, si sta assistendo a un fenomeno che fino a pochi decenni fa sarebbe stato impensabile: l’arrivo dello sciacallo dorato (Canis aureus). Sì, uno sciacallo. Non è un animale “esotico”, non è sfuggito da uno zoo o importato da qualche commerciante illegale. È arrivato da solo, in modo del tutto naturale, dai Balcani attraverso il Friuli-Venezia Giulia, espandendosi in Veneto, Lombardia e ora anche in Piemonte.

Nel 2022 si stimavano circa 150 esemplari in Friuli, e oggi, pur con dati ancora parziali, sappiamo che la popolazione è in crescita. Lo sciacallo dorato si è adattato benissimo, occupando nicchie ecologiche vuote, comportandosi in modo simile a una piccola volpe o a un predatore opportunista.

Ma cosa vuol dire tutto questo?

Vuol dire che l’ecosistema si sta riattivando. Che la natura, se le si dà tempo e spazio, tende al riequilibrio. Vuol dire che, anche senza piani di reintroduzione forzata, alcuni animali sono capaci di colonizzare territori abbandonati dall’uomo o modificati in modo meno drastico.

E non parliamo solo di lupi e sciacalli. Anche il cervo nobile (Cervus elaphus), dopo decenni di assenza, è tornato a popolare molti tratti dell’Appennino e delle Alpi. Lo stesso vale per il capriolo, il camoscio alpino, la volpe rossa, il tasso, il gatto selvatico, la martora. In alcuni contesti, persino la lince eurasiatica ha fatto timidi ritorni.

Tutto questo va letto non come un’anomalia, ma come un processo ecologico naturale: la ricolonizzazione di habitat lasciati liberi da un’agricoltura sempre meno diffusa nelle aree marginali, e da una popolazione umana che si è urbanizzata.

Chi studia fauna e habitat lo sa: quando la pressione antropica diminuisce, la vita torna.

E no, non è un male. È una risorsa. Perché ogni specie reintrodotta naturalmente aumenta la biodiversità, cioè la ricchezza genetica, faunistica ed ecologica di un territorio. E questa ricchezza non è un capriccio da ambientalisti radicali: è il fondamento della resilienza ecologica, della produttività agricola, dell’adattamento climatico.

Un ecosistema ricco è un ecosistema stabile. È più resistente ai parassiti, ai cambiamenti improvvisi, alla siccità, alla diffusione di patogeni. In altre parole: fa bene anche a noi.

Ma allora perché si urla al lupo? Perché si teme lo sciacallo? Perché si spara contro il ritorno della fauna?

Perché ci siamo abituati a un paesaggio finto, semplificato, addomesticato. Un paesaggio che ci illudeva di essere padroni, ma che era in realtà povero, fragile, squilibrato. Il ritorno degli animali ci costringe a guardare in faccia questo inganno.

La biodiversità non è Disneyland. È scomoda, caotica, imprevedibile. Ma è vita.

E la vita vera non si controlla con una delibera.

A questo punto la domanda è inevitabile: che fare? Davvero dobbiamo scegliere tra agricoltura e fauna selvatica? Tra l’allevatore e il lupo? Tra il contadino e il cinghiale?

No. È una falsa alternativa. Il conflitto nasce perché abbiamo adottato un modello agricolo che non prevede la complessità, che non contempla la presenza della fauna, che considera la natura un problema da “gestire”, non un contesto da abitare.

Serve cambiare paradigma. E il nome di questo nuovo paradigma esiste già: si chiama agroecologia.

L’agroecologia non è un’utopia hippy da studenti di Scienze gastronomiche. È una scienza interdisciplinare. Una visione sistemica dell’agricoltura che integra ecologia, sociologia, economia, agronomia, etologia e pianificazione del territorio. Non propone solo tecniche, ma un nuovo modo di pensare la produzione agricola come parte integrante dell’ecosistema, e non come un’isola artificiale impermeabile al mondo che la circonda.

Nell’ottica agroecologica, l’agricoltura non deve combattere la natura, ma collaborarci.

Cosa significa concretamente?

Significa rotazioni colturali, diversificazione delle colture, ripristino di siepi e zone umide, uso razionale dell’acqua, controllo biologico dei parassiti, utilizzo di razze animali autoctone, integrazione tra coltivazioni e allevamento, ripopolamento degli insetti impollinatori, piani faunistici condivisi con chi vive il territorio, riattivazione delle conoscenze contadine locali.

Ma soprattutto: significa rimettere la natura al centro della pianificazione agricola, invece di considerarla una minaccia.

Perché quando coltivi in armonia con il paesaggio, la fauna selvatica non è un problema, ma una risorsa. I predatori aiutano a tenere sotto controllo roditori e selvaggina eccessiva. Gli insetti utili limitano la diffusione di malattie. Le rotazioni colturali e la diversità di piante aumentano la fertilità del suolo e riducono i costi.

E poi c’è un aspetto fondamentale: l’agroecologia è sostenibile non solo ecologicamente, ma anche socialmente ed economicamente. Riduce la dipendenza da input esterni (fitofarmaci, mangimi, acqua), aumenta la resilienza aziendale, valorizza il lavoro contadino, restituisce dignità a chi lavora la terra.

Lo scontro con il lupo, con il cinghiale, con lo sciacallo, non nasce solo dalla paura, ma da un modello produttivo fragile, che non regge alla complessità del mondo reale.

Serve un’agricoltura stabile, sostenibile, produttiva, ma anche giusta, inclusiva e resiliente. L’agroecologia è la risposta sistemica a un problema sistemico. Non è una soluzione facile. Ma è l’unica che può reggere sul lungo periodo.

E forse è l’unica che ci permette di non scegliere tra l’agricoltore e il lupo.

Se c’è un punto fermo in questa faccenda, almeno sul piano giuridico, è che la fauna selvatica non appartiene a nessuno. E proprio per questo, appartiene a tutti.

Lo dice chiaramente la legge 11 febbraio 1992, n. 157, la famosa “legge quadro sulla caccia”. Un testo spesso ignorato da chi urla per le campagne “invase dai lupi”, ma che stabilisce un principio fondamentale:

“la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale”.

È un’espressione precisa, pesante, vincolante: patrimonio indisponibile.

Vuol dire che nessuno può vantare diritti di proprietà sulla fauna selvatica. Non il cacciatore. Non il contadino. Non il sindaco. Non l’allevatore. Nemmeno la Regione, che può solo gestirla “nel rispetto delle norme statali e delle direttive europee”. Vuol dire che i lupi non sono “di qualcuno”, non sono “nostri”, ma dello Stato come rappresentazione collettiva del popolo sovrano.

È un principio che vale per tutte le specie omeoterme – mammiferi e uccelli – che vivono stabilmente o temporaneamente in stato di naturale libertà sul territorio nazionale. Ed è il motivo per cui chi abbatte, cattura o detiene illegalmente animali protetti, commette un reato.

La legge 157 non è perfetta. Nasce in un’epoca in cui l’ambientalismo era agli albori, e la pressione venatoria molto più forte di oggi. Ma ha un merito: costruisce un quadro normativo che vincola lo Stato alla tutela della fauna. E che considera il bene animale non un valore d’uso, ma un valore intrinseco.

È sulla base di questa legge che il lupo, lo sciacallo dorato, la lontra, la lince, il gatto selvatico, il cervo sardo e molti altri mammiferi (insieme a decine di specie di uccelli) sono considerati particolarmente protetti.

Vuol dire che non se ne può disporre in alcun modo: non si possono cacciare, non si possono detenere, non si possono abbattere, nemmeno in deroga, se non con autorizzazioni specifiche e motivate da autorità competenti.

Oggi però questo impianto normativo è sotto attacco.

Alcune proposte di riforma (vedi quelle discusse in Senato nel 2023) vogliono anticipare l’inizio della stagione venatoria, abbassare l’età per accedere alla caccia, ridurre i vincoli di protezione, sostenendo che “l’ambiente è cambiato”, che “la fauna è aumentata”, che “servono controlli attivi”.

Ma queste voci dimenticano un fatto: la legge 157 tutela la fauna non “fino a un certo punto”, ma come principio fondante del nostro ordinamento ambientale. Smontarla significa tradire un patto collettivo.

E attenzione: chi chiede una gestione più “aggressiva” della fauna, spesso lo fa per interessi economici – quelli del comparto venatorio – e non certo per la sopravvivenza dell’agricoltura.

Il problema non è la legge 157. Il problema è la totale assenza di politiche territoriali serie, coordinate, partecipate, fondate su dati ecologici e sociali reali.

La fauna non è “di troppo”. La fauna è parte del nostro equilibrio naturale. E lo Stato ha il dovere – non la facoltà – di tutelarla.

Se proprio vogliamo parlare di “gestione”, che almeno sia coerente con la Costituzione, con l’art. 9, che tutela la biodiversità, e con le convenzioni internazionali che l’Italia ha sottoscritto: la Convenzione di Berna, la Convenzione di Parigi, le direttive europee sugli uccelli e sugli habitat.

Altrimenti smettiamola con l’ipocrisia.

Se vogliamo liberalizzare la caccia, diciamolo apertamente. Ma non usiamo il pretesto del lupo o del cinghiale per smontare un sistema giuridico costruito in decenni.

Non si tratta solo di animali. Si tratta di visione del mondo.

Alla radice di tutto questo c’è una malattia antica e profonda: si chiama antropocentrismo.

È la tendenza, tanto radicata quanto inconsapevole, a considerare l’essere umano come il centro e il fine ultimo di tutto. Il metro di misura della natura, il dominatore legittimo dell’ambiente, l’unico soggetto degno di diritti, parola e spazio.

Lo diceva già Protagora nell’antica Grecia: “L’uomo è misura di tutte le cose”.

Lo ribadivano i teologi medievali: Dio ha creato l’universo per l’uomo.

Lo ha perfezionato la scienza moderna, quando ha sostituito Dio con il soggetto razionale, senza mai scalfire la centralità dell’uomo.

E anche le ideologie dello sviluppo, del progresso, dell’industrializzazione hanno solo trasformato l’antropocentrismo teologico in uno economico, produttivo, predatorio.

Così abbiamo perso la misura.

Abbiamo cominciato a pensare che la Terra sia nostra, che gli animali siano “risorse”, che le piante siano “materie prime”, che i fiumi debbano essere deviati, i suoli coltivati, i cieli sorvolati, i mari trivellati.

E quando la natura – dopo secoli di silenzio – si riprende un angolo, ci sentiamo invasi.

Come se i lupi ci stessero “rubando” qualcosa, come se i cinghiali dovessero sapere di non entrare nei nostri campi, come se i fiumi dovessero stare nei loro argini anche quando glieli tagliamo.

Ma non è così. È la nostra visione ad essere distorta.

L’ecologia profonda, la filosofia antispecista, l’etica ambientale – da Arne Naess a Peter Singer – ci insegnano da decenni che l’essere umano non è sopra la natura, ma dentro di essa.

Non siamo “al vertice”, siamo un nodo della rete.

Non siamo “i padroni”, siamo una specie fra le specie.

La vita non ruota attorno a noi. E la sopravvivenza del pianeta non dipende dalla nostra volontà, ma dalla nostra capacità di adattarci all’equilibrio del vivente.

L’antropocentrismo è un errore ontologico, ma anche pratico.

Perché ha giustificato secoli di colonizzazione ambientale, di stermini faunistici, di desertificazione agricola.

Ha costruito un modello che, in nome del benessere umano, ha devastato gli ecosistemi, inquinato l’aria, cementificato il suolo, sventrato le montagne, prosciugato i fiumi, spianato le foreste.

È da lì che nasce anche l’ecocidio: quella devastazione sistematica e pianificata degli ecosistemi, frutto non solo di incuria, ma di un vero e proprio disegno economico e politico.

L’Agente Orange in Vietnam, le miniere in Amazzonia, la plastica negli oceani, i pesticidi nei campi: tutto parte dall’idea che la natura può essere sacrificata se l’uomo ne trae vantaggio.

E in questa logica, il lupo è un intruso.

Non perché sia pericoloso, ma perché non produce valore economico. Non ingrassa, non si addomestica, non si caccia (legalmente), non si compra né si vende.

Il lupo non serve. Anzi: disturba.

Disturba la monocoltura, la monocultura, il monopensiero.

Eppure la sua presenza è un atto di resistenza. È un promemoria biologico: la natura non si piega, non si arrende, non ha bisogno del nostro permesso per tornare a respirare.

Se l’uomo vorrà sopravvivere, dovrà imparare a rinunciare all’idea di essere il centro.

Dovrà imparare la parola che più odia: convivenza.

E dovrà farlo non per bontà, ma per necessità.

Perché senza natura non esiste umanità.

E senza rispetto non esiste futuro.

Di:

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